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Full text of "Pergamena di Arborea illustrata dal cav."

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PERGAMENA 



DI 



ARBOREA 



ILLUSTRATA 



PERGAMENA 



DI 



ARBOREA 

ILLUSTRATA 
DAL CAV. PIETRO MARTINI 

PRESIDENTE DELLA R. BIBLIOTECA DI CAGLIAKI 



MEMBRO DELLA R. DEPUTAZIONE 



SOPRA GLI STUDJ DI STORIA PATRI \ 



CAGLIARI 

TIPOGRAFIA DI A. TIMON 
1846. 












INTRODUZIONE 



\JTrande soddisfazione è per me che, dopo tre lustri 
consacrati principalmente agli studj delle memorie patrie, 
mi trovi ora in condizione di riprodurmi dinanzi alla 
mia cara terra natale con una nuova scrittura tendente, 
non meno delle precedenti, all'illustrazione della sarda 
istoria ed all' incremento delle glorie letterarie nazionali. 
Il benigno fato ne pare che riserbato avesse alla Sar- 
degna questa età per lo pieno rischiaramento della sua 
storia , un tempo cotanto oscura , per difetto non cosi 
degli uomini, come dei monumenti. Sorgeva il Manno, 
che mai sempre chiameremo primo pittore delle patrie 
memorie, se non per rispetto del tempo, per quelli della 
diligenza, della nobiltà, del giudizio, della verità. Al 
suo esempio si produssero alcuni scrittori che ebbero 



6 

nome di rischiaratori giudiziosi delle cose patrie. Ed ora 
tocca a me di riporre il piede in un campo le tante 
volte perlustrato, onde raccorvi qualche nuova spica. 
Imperocché, mentre io mi credeva di non dovervi più 
rientrare, la buona ventura, non cosi mia, come della 
patria, volle che all'impensata diventassi posseditore della 
preziosa Pergamena che imprendo ora a pubblicare. 

Il P. Francesco Maria Manca , sacerdote dei minori 
osservanti , di Cagliari , indi alla morte non ha molto 
seguita del di lui genitore, notaio Efisio Manca-Murtinu , 
procuratore collegiato presso il magistrato supremo della 
reale udienza, fu fortunato di rinvenirla entro alla cu- 
stodia che in appresso verrà descritta ; mista coi pro- 
tocolli del suo avo, notaio Antonio Maria Manca-Murtinu, 
di Pattada. Ma non ebbe l'altra buona sorte di potersi 
chiarire della maniera nella quale era giunta a mani 
dello stesso padre od avolo suo. 

Se debbo alla molta bontà d' animo ed al caldo amor 
patrio di questo giovane religioso l' acquisto fattone , 
debbo d'altro canto al notaio Ignazio Pillitu (1), non 
solo la contezza di quel discoprimento, ma anche, ciò 
che più monta, la piena cognizione delle materie con- 
tenute nella Pergamena. E qui non posso rimanermi del 
commendare altamente questo nostro valentissimo leggi- 
tore di documenti antichi , che tanto ebbe valore da 

(i) Attuale scrivano nell' ufficio dell' intendenza generale dei regj archivj. 



7 

deciferare intieramente quei caratteri, che pajono d' im- 
possibile lettura a qualunque non sia , come egli , 
versato in tale ramo di paleografia. Tanto maggiori 
difficoltà dovette egli superare , inqnantochè si tratta 
di un monumento dove , accanto della lingua latina , 
vedi anche l'italiana e la sarda di secoli, qual più qual 
meno , da noi lontani. Pure seppe escire il Pillitu da 
si intricato labirinto in maniera , che dalla sua penna 
quasi di primo getto venne 1' apografo perfezionato nella 
istessa lezione che ora vede la pubblica luce: locchè, 
se palesa una chiara conoscenza del valore di quei ca- 
ratteri antichi, discopre eziandio una grande intelligenza 
delle cose trascritte , che fa supporre specialmente molto 
studio della lingua e della storia sarda. Si abbia dunque 
il Pillitu queste mie lodi sincerissime come 1' unico mezzo 
che io aveva per isdebitarmi della gratitudine somma 
che gli professo. 

La Pergamena ha un metro e centimetri nove e mezzo 
di lunghezza , e da cinquantuno a cinquantadue centi- 
metri di larghezza; giacche non sono perfettamente eguali 
i tre fogli onde è formata, cuciti con una funicella sot- 
tile. Il leggersi a stento nella sua estremità superiore 
le parole : cujus thenor talis est, che lasciano supporre 
vi fosse prima almeno l' altra parola transumptum , e 
molto più il poco spazio tra quelle parole ed il principio 
della lunga scrittura, danno argomento che ne sia stata 
tagliata qualche piccolissima striscia, forse perchè vi stava 



8 

qualche figura disegnata a penna (1). Il recto con- 
tiene tre epistole d" un Torbeno Falliti , d' Oristano , 
giurisperito e poeta, a Mariano IV, giudice d' Arborea, 
ed alcune di lui poesie sarde in lode dello stesso Mariano 
e dei di lui figliuoli Ugone IV ed Eleonora. Il verso 
poi offre una canzone di quelle appellate petrarchesche, 
non intiera, indiritta da un Francesco Carau, cagliaritano, 
alla onorata memoria del Falliti, suo venerato maestro, 
ed un breve scritto latino circa i doveri di soddisfare 
le decime e le primizie. A piedi dello stesso verso si legge 
in caratteri grandi : Rotulus secretus. Locchè accenna ai 
rotoli degli antichi, i quali con tal nome chiamavano le 
scritture in pergamena, che si avvolgevano e non ri- 
piega vansi. 

Era questa Pergamena distesa entro una custodia, di 
grande vetustà pur essa, di pelle di vitello, della lun- 
ghezza di un metro e centimetri dodici , e della larghezza 
di centimetri quarantaquattro. La quale , come da un 
canto manifesta l'alto conto che si tenne del rotolo rac- 
cIiìusoaì, cosi dall' altro ne avverte del motivo per cui 
si potè salvare dalle ingiurie dei secoli, e giungere fino 
a noi con quei leggieri danni che nacquero dalla umidità 

(i) La lettera capitale della prima epistola del Falliti ha un fregio a penna 
dove, intrecciati a varie foglie di capriccio , si veggono un delfino, un uccello,, 
un altro pesce. Molte delle lettere capitali delle poesie sarde hanno fregj con- 
simili; e vi si vede un serpente, una vite, una volpe che mangia un grappolo 
d J uva, una cornucopia, un uccello sopra un ramo. Molto rozzi sono questi 
disegni di capriccio. 



9 
dei luoghi, ma clie non olTesero i caratteri, si da im- 
pedirne dopo quattro secoli e mezzo la lettura. 

Prima d' internarmi nella sostanza di questo documento 
antico, credo acconcio, che, per me si tessa la biografia del 
Falliti sovra i cenni che di lui abbiamo non cosi nelle 
stesse sue epistole e poesie, come nella canzone del Carau, 
e che lo faccia con quel vivo interesse che a noi Sardi in- 
spirar debbe un uomo del secolo XIV, che dotto era nelle 
scienze legali e di vario sapere fornito, e tanto valente 
veniva reputato nel poetare, che gli si dava il nome di 
sardo Petrarca : un uomo nelle di cui vene scorreva il 
sangue dei potenti regoli di Arborea, e che forma una 
delle glorie migliori di Oristano, sua terra natale. 

Nacque dunque Torbeno Falliti in Oristano nel prin- 
cipio del secolo XIV, da una donna cagliaritana, sorella 
d' Ughetto Falliti, accreditato notaio di Cagliari, e d'Ar- 
noldo, morto in Iglesias : che ne andò alla stessa città 
d'Oristano, ed appo alla corte di quel giudice Ugone III 
fu nutrice di Mariano IV , di lui figliuolo. Cadde ella 
nell' amorosa rete gittatale da Ugone, e madre diventò 
di Torbeno , che prese il nome di Falliti da quello della 
sua genitrice. Al che fece allusione il Carau quando cantò: 

La Betsabea nutria 
Mariano che vagìa, 
E il frutto di fallanza. 
E frutto invero di peccato era Torbeno, che nasceva da 
un riprovato commercio. Egli per lunghi anni rimase 



10 

ignaro dell' origine dei suoi natali : né la discoperse se 
non circa il 1355, in cui la madre sua, giacente nel 
letto di morte, colle lacrime sulle ciglia e Ini stretto al 
proprio seno, gliela palesava, avvertendolo cosi della 
cagione misteriosa dell' affetto irresistibile che egli sentiva 
pel giudice Mariano. Torbeno, se non fu a parte dello 
splendore e della grandezza dell' illustre casa di Arborea, 
ebbe la gloria migliore di farsi grande coi dotti studj a 
lui agevolati da Ugoue e da quella stessa famiglia. Poiché 
in Sardegna alla scuola dei più famosi institutori nazio- 
nali ebbe quella più ampia instruzione che ai tempi ed 
al luogo si confaceva, ne andò oltremare e come sembra 
in Italia, per farvi acquisto di scienza più estesa, più 
soda, più durevole. Dedicossi principalmente alla giu- 
risprudenza, ed in maniere secondarie agli altri rami di 
sapere , in cui consisteva la dottrina di quei tempi : e 
tanto più potè ampiamente erudirsi , in quanto molti 
studj visitò, molti luoghi percorse, e giovossi della di- 
mestichezza ed amicizia che contrasse con molti sapienti. 
Frattanto invaghissi delle sarde muse, e frutti diede che gli 
produssero gran fama nella patria terra. Il suo ritorno in 
Sardegna fu festeggiato come quello d'un uomo che onorava 
la patria: ed a questo accennò il poeta con questi versi : 

Qual Capitano della impresa degna 

Ritorna onusto di trionfi e d' oro, 

Sì ritorna Fallito alla Sardegna 

Ricca la niente di tanto tesoro. 



11 

Ricondottasi la sua madre, per ristorarsi in salute, 
a Cagliari, in seno dei suoi cari ed in specie del fratello 
Ughelto, vita vi menò agiata; che il suo patrimonio ri- 
cevuto aveva incremento dai doni fattile da Ugone. Tor- 
beno la segui , e tra per lo sapere , e per la fama , e 
per la gentilezza dei modi , tanto entrò nelle grazie dei 
supremi governatori aragonesi , che grande ufficio pub- 
blico consegui. 

Grande ufficio ha lucralo 



Per Io governatore. 



Qualunque sia stata questa pubblica cura , egli è dato 
di conghict turare che Torbeno vi abbia esercitata l'av- 
vocatura: cliè ne da indizio la richiesta fattagli da Monna 
Fiore , acciò le compilasse un memoriale alle autorità 
aragonesi,* e forse era di lui discepolo nelle cose del foro 
quel giurista sassarese mentovato nella prima epistola a 
Mariano. Egli è certo che stanziava a Cagliari verso il 
1555, in cui moriva la sua genitrice; e cosi pure nel 
novembre 1565, in cui fu scritta la terza lettera a Ma- 
riano. Forte, come sopra diceva, fu 1' amor suo inverso 
questo giudice, suo fratello naturale; ne cangiò di natura 
per lo svelato arcano. Onci' è , che nel principio della 
prima epistola cosi si esprimeva : nunc vero , similibus 
projectis praejudiciis , de ni/dio me pudeat, ncque superbus 
efficiar, et ideo nec minuetur , nec crescet amor meus erga 
te, cani non possim altro te amare. Uguale amore gli nudriva 
Mariano, e quindi non trovava persona più fida di 



12 

Torbeno cui potesse svelare i suoi segreti iu quelle lunghe 
guerre combattute contro gli Aragonesi , e da cui , in 
ricambio, potesse conseguire sccure notizie della condi- 
zione delle cose pubbliche in Cagliari, non che dei più 
occulti divisi del nemico contro di lui. Se non che Tor- 
beno, posto nel duro bivio o di mancare al fraterno 
affetto verso di Mariano, o di frangere la fede giurata 
al re di Aragona, pigliò in sul principio il partito di 
tacere, e di lasciare senza risposta le lettere del giudice 
pervenutegli avanti che seguissero nel maggio del \ 561 
i passeggieri trattati di pace fra lui ed il governo ara- 
gonese. E appunto nella prima lettera a Mariano, che 
Torbeno si appalesa a noi posteri, come un uomo, il 
quale la vera cagione del suo lungo silenzio, riposta af- 
fatto nella tema di compromettersi col governo cui ser- 
viva, ricercava di velare con motivi apparenti; allegando 
ora il pericolo di comparire importuno , laddove gli avesse 
scritto, alloraquando trovavasi assorto nelle faccende 
guerresche, ora l'impressione profonda in lui prodotta 
dal rotto arcano. Non era Mariano stesso quegli che vo- 
leva tenere con lui commercio epistolare? Non sarebbono 
state pel giudice di gran prezzo le notizie che, pel suo 
governo in quei conflitti, gli avrebbe dato la fida penna 
di Torbeno ? Ma è fuori di dubbio che Torbeno poco 
per volta andò dismettendo le riserve con Mariano : e 
se nella prima lettera non si tenne del palesare le ves- 
sazioni ed il mal governo degli officiali aragonesi, nelle 



13 
due ultime apparve più franco ed avverso a quella si- 
gnoria, discoprendo nei primi momenti del novello ar- 
meggiare i più alti segreti di stato, come appunto i nomi 
degli esploratori stipendiati dal governo a danno di Ma- 
riano, le genti armate di cui quello poteva disporre nel 
Castello di Cagliari, le strettezze grandissime dell' erario 
regio, il mal animo del governatore ed il suo intendi- 
mento di mancargli di fede: e comunicandogli il tenore 
d' un' ordinazione secreta del vicario del mentovato Ca- 
stello , luogotenente del governatore , donde Mariano 
molto prò poteva trarre per la conoscenza più estesa 
dello stato del danaro pubblico , e dei divisi degli Ara- 
gonesi. Queste gravi rivelazioni faceva Torbeno, fidando 
non solo in Mariano , ma anche nella provata fede di 
coloro che latori erano delle lettere del giudice e delle 
proprie risposte, un certo Fra Francesco cioè, ed un Nico- 
loso Mellone, discendente dai cristiani di Tiro, che un secolo 
prima ripararono ad Oristano. Attalchè è dato di con- 
chiudere , che T amore fraterno trionfò finalmente nel 
petto di Torbeno della fedeltà che questi voleva serbare 
al monarca aragonese. Mene siffatte, quantunque avvolte 
nell'ombra del segreto, non poterono rimanere lunga- 
mente occulte ai vigili e scaltri Aragonesi. Torbeno , che 
uomo anch' era di fino intendimento , non si tosto si av- 
vide che diventato era sospetto, prese lo espediente di 
allontanarsi da Cagliari. In questo allontanamento, che 
fu qualificato per fuga, gli uffiziali aragonesi ebbero di 



14 

subito a vedere una prova sicura di sua reità; e quindi 
di ribelle gli apposero la nota , misero sotto confisca i 
di lui beni e s' impadronirono delle sue scritture. Se ne 
resta ascoso il tempo preciso delle cangiate sorti di Tor- 
beno, ci consta per altro die amorevole e securo ospizio 
egli trovò presso Ugone IV , che succedette a Mariano 
nel 157G, e presso Eleonora, che succedette al trucidato 
Ugone. Fu appunto allora, che, quantunque coli' animo 
turbato dalla sventura, pure per ragione dei vincoli na- 
turali del sangue, e della gratitudine, prese a cantare 
non cosi le glorie di Mariano e di Ugone, come quelle 
della fortunata eroina d' Arborea, onde non se ne disper- 
desse la memoria. Gli anni succeduti all'infortunio, anni 
furono per lui assai torbidi e tristi. Il poeta ce lo ri- 
trasse immerso nel dolore più profondo, ed ora paragonò 
la nota appostagli di ribelle ad un forte coltello che gli 
trafisse il cuore; ora lo mostrò non più capace di poesia, 
dacché alla gioja ed alla pace si era per sempre chiuso 
il petto suo; ora nelf immobile di lui pensiero della cre- 
duta fellonia vide un tarlo che lo consumava; ora cel 
dipinse consolantesi colf idea che 1' amore del fratello gli 
scemava la colpa. Che in queste poetiche figure si asconda 
il vero, io non dubito. Imperocché Torbeno in un subito 
aveva perduto i beni, l'ufficio, le carte, la buona fama 
presso i seguaci d' Aragona , la propria indipendenza , e 
ridotto si vedeva alla condizione di mendicare il pane 
altrui. Ne i favori dei principi di Arborea potevano 



15 

avere tanto valore da rammarginargli 1' acerba piaga. 
Finalmente Torbeno cadette vittima del dolore tra il 28 
ottobre ed il 25 dicembre 1585, e mori prima che po- 
tesse dedicare a Eleonora di Arborea il nuovo canto che 
le aveva promesso sulla di lei nuova vittoria la nel campo 
di Sanluri. Mentre mi riserbo a toccare in altro luogo 
del di lui merito poetico , credo di dovere aggiungere 
alcune parole sopra Mariano ed i due suoi figli (Jgone 
ed Eleonora, ma con quella brevità somma che si con- 
viene al proposito mio, che si è di agevolare ai leggitori 
la più ampia intelligenza delle carte che per me si 
pubblicano, e particolarmente delle epoche principali a 
cui hanno relazione (I). 

Mariano IY, nel 1547, era già sul trono di Ugone III, 
suo padre, e di Pietro III, suo fratello. Per alcuni anni, 
non solo fu in pace colla signoria aragonese, ma anche 
la sostenne. Nel 1555 le ruppe guerra, e fra le altre 
terre conquistò Yilla-Iglesias. Venne ad un accordo 
col re di Aragona nell' anno immediato : una delle sue 
condizioni fu che a lui cedessero le castella e le terre 
della Gallura. Ma fu di breve durata , che la guerra 
quasi tosto si raccese. Nuovi patti si fecero nel 1555, 
ed in forza di questi Mariano perdette la Gallura , ed 



(i) Per la conoscenza dei fatti tutti concernenti alla vita di questi tre prin- 
cipi di Arborea, possono i lettori rivolgersi al Manno _, Storia di Sardegna, 
toni. 3, lib. IX; al Dizionario biografico del Tola, ed alla Biografìa sarda 
dell' autore, negli articoli rispettivi. 



16 

acconsenti clic il re giudice diventasse sulla carcerazione 
per Mariano stesso ordinata di Giovanni di Arborea, 
suo fratello. Nel 1 564 era già in guerra con Brancaleone 
Doria, possessore del Castelgenovese : era pure per ri- 
forbire di nuovo le armi contro gli Aragonesi. Si acquetò 
per poco tempo in forza di nuovi capitoli di pace, con- 
venuti nel maggio di quell' anno. Finalmente , nell' incli- 
nare del 1565, ricominciò la lotta, e fu tanto fortunata, 
clie caduti in suo potere Villa-I glesias, Sanluri, il castello 
Petreso nella Gallura, e molte altre terre, nell'anno 
immediato la maggior parte dell' isola al suo nome ob- 
bediva. Sceso egli nel sepolcro nel 1576, gli succedette, 
come nel trono cosi nell'odio contro la signoria aragonese, 
il suo figliuolo Ugone IY. Breve fu il suo regno , che 
nel 1585 cadde estinto per mano dei suoi sudditi in un 
commovimento popolare. Per la morte di costui senza 
prole, si aperse ad Eleonora, sua sorella, il diritto di 
successione; ma le venne contrastato dagli Arboresi, che 
volevano reggersi a comune, e dagli Aragonesi, che in- 
tendevano alla distruzione della casa di Arborea. Ella 
però, donna come era di gran mente e di gran cuore , im- 
pugnò le armi, trionfò degli uni e degli altri, e si assise 
sul soglio degli avi suoi: attalchè , nel 1586, il re di 
Aragona si abbassava a convenire con lei per una pace 
onorevole. 

Per compimento di questi cenni preliminari parlerò 
anche di un Alessandro e di un Gonnario Brontero, 



17 
come di quelli ai quali si debbe la conservazione delle 
carte dei due giudici galluresi Saltaro ed Ottoccorre, il 
di cui sommario forma la parte più preziosa della Per- 
gamena. Il primo, uno del numero dei Savj di Bologna, 
fuggiva da questa stessa città nel secolo XI e riparavasi 
in Sardegna. Ne andava in Gallura, e l'alta confidenza vi 
conseguiva di quel giudice Saltaro, che a parte lo po- 
neva dell' alta amministrazione della giustizia. Ond' è che 
il Falliti cosi lo ritraeva: Fìat sapiens praedicti judicis 
Saltari homo doctus, et magister plurirnorum sapientum de 
Sardis. Lasciò discendenti in Terranova, sede allora pri- 
maria di quel giudicato; e da questi si vantava venuto 
Gonnario Brontero, sacerdote di Terranova, che stanza 
aveva in Cagliari ai tempi del Falliti. Alcune carte dei 
giudici Saltaro ed Ottoccorre, che si serbavano da Ales- 
sandro, passarono in mani di Gonnario, ed appunto per 
la cortesia di costui fu che il Falliti potè darne il som- 
mario a Mariano di Arborea. 

Come in principio si è detto, il recto della Pergamena 
racchiude in primo luogo tre epistole del Falliti a Ma- 
riano, colà disposte nell' ordine stesso in cui vengono alla 
luce, avvegnaché, per ordine di tempo, la terza abbia 
ad anteporsi alla seconda. 

La prima, che è la più importante, manca della data. 
Ma non vi ha dubbio che sia del 1564, e posteriore 
al giugno dell' anno medesimo. Vi parla il Falliti del 
governatore del Capo di Cagliari e Gallura, Alberto di 



18 

Zatrillas (Ashertus de Trilea), che sappiamo aver comin- 
ciato il suo governo nel 1365 (1). Vi parla dei trattati 
di pace col monarca aragonese, onorevoli assai alla casa 
di Arborea ( cuni nonnullos inivisses pacis tractatus egre- 
giae ac splendidissimae Arboreae domiti valde honorabiles 
cum praedicto Domino Rege). Ma questi non poterono 
essere altri che quelli mentovati dal Falliti nella se- 
conda epistola ( senza data ), per cui aveva avuto luogo 
l'ambasciata, nel maggio 4 364, d'un Georgio Amat, 
minorità e vicario generale dello stesso ordine in Sar- 
degna (2). Vi parla infine, in tempo passato, del mese 
di giugno di qiiell' anno , in cui si era celebrato l' an- 
niversario pel riposo delle anime dell' antico governatore 
Pietro Ximenes-Perez e di sua moglie Castellana. Non 
rimane dunque che conchiudere, doversi la prima epi- 
stola riferire al 1364, ed ai mesi posteriori al giugno. 
A ragione qui sopra accennava che questa lettera è 



( i ) Il Fara ed il Vico combinano nello stesso anno 1 363 Oltracciò lo dimo- 
stra il registro K 2 di questi regj archivj , dove, dal 1 363 al 1367, si trovano 
in fonte gli ordini di pagamento dei danari regj, dallo Zatrillas emanati per 
oggetti di regio servizio. 

(2) Nella stessa seconda epistola si accenna il mese di maggio (de mense 
madio), come quello dell'accordo. Toglie sopra ciò ogni dubbio il citato regi- 
stro K 2, dove, in data i3 maggio 1 364 , s ' legge l'ordine di pagamento in- 
diritto dallo Zatrillas a Francesco d' Brillo, amministratore delle finanze regie, 
accioccbè versasse lire 20 alfonsinorum minulorum a mani di Fra Georgio Amat , 
per indennità delle spese di viaggio fatto per I' ambasciata a Mariano , al suo 
figliuolo Ugonc ed a Brancaìeone Doria, una curri nonnullis capitulis per nos 
novi ter ordinali s. 



i9 
la più importante, atteso il grandissimo lume che ne trae 
la storia e la filologia patria. Oltre alle notizie che si 
ricavano dalle parole proprie del Falliti, sia per rico- 
noscere il pessimo governo degli uomini e delle cose, 
che facevano gli uffiziali aragonesi nei primi tempi della 
conquista, sia per accrescere l'elenco dei prelati della 
chiesa sarda, si hanno per la stessa epistola le più ampie 
e senza paragone di maggiore importanza, che derivano 
dall' inseritovi sommario delle carte galluresi serbate da 
Gonnario Brontero, che il Falliti inviava a Mariano per 
secondare le di lui calde preghiere. Le quali non da altro 
potevano trarre origine, se non che dall'interesse suo 
di conoscere le memorie antiche della Gallura, in quel 
tempo che intendeva di assoggettarla alla signoria di 
Arborea. E d' un prezzo inestimabile quel sommario. La 
storia del giudicato gallurese del secolo XI e del prin- 
cipio del XII, ne conseguita, non dirò già nuova luce, 
ma nuova vita. Anche quella del regno turritano se ne 
giova a modo, che rimane rischiarata la serie di quei 
primi regoli e tolto il velo del mistero dalla memoria 
di Andrea Tanca. Luce pure ne viene ai giudici più 
antichi di Arborea , ma soprattutto ai più recenti Maria- 
no IY, Ugone IV ed Eleonora. Ne vi rimane estraneo 
affatto il giudicato di Cagliari. A questi ed altri pur 
notevoli giovamenti, che verranno acchiariti dalle ana- 
loghe illustrazioni , si aggiunga quello grandissimo che 
deriva dal molto prezioso frammento di una epistola 



20 

pastorale del 740, dettata in lingua sardesca: unica carta 
che ne sia rimasta di quei tempi lamentabili nei quali 
la Sardegna gemeva sotto il flagello dei Saraceni. Tanto 
meglio ne inspira fiducia questo sommario, in quanto 
opera fu d'un uomo dotto quale era il Falliti, e ad ogni 
passo ne traluce la diligenza, il giudicio, la fedeltà che 
egli pose nel formarlo. Nulla egli tace a Mariano. L'av- 
verte ora del numero dei fogli ai quali si riferivano le 
carte di cui gli dava conto, e dei mancanti nell' origi- 
nale del Brontero; ora delle dillìcoltà nella lettura di 
alcune e del bisogno di saltarne altre a pie pari come 
affatto illeggibili e corrose dalle ingiurie del tempo e 
dell' uomo. E gli comunica intieramente e nelle loro ori- 
ginali forme quei monumenti che credette di speciale 
considerazione, ed in sunto quegli altri che gli parvero 
di minore entità. E gli trascrive ciò che a lui fu dato 
di leggere con certezza, e lascia lagune in quei passi 
che non aveva potuto deciferare. 

La seconda epistola del Falliti per ordine cronologico 
già diceva di essere quella che figura come terza nella 
pergamena. Locchè fu anche notato dal suo possessore 
antico o dal copista: come lo dimostrano i segni mar- 
ginali I ( alla terza ord. di scrittura e seconda ord. di 
tempo), e II (alla seconda ord. di scrittura e terza 
ord. di tempo): non appostisi ad altro fine, che per 
far conoscere come 1' una doveva anteporsi all' altra let- 
tera. Benché manchi pure della data, è chiaro che sia 



21 

stata scritta nell'anno 1565 e verso il mese di settembre. 
Che appartenga in genere a quest'anno, lo chiariscono 
il ricordo della straordinaria riunione di genti armate 
in Oristano per indirizzarle a Castelgenovese, ove Mariano 
teneva assediato Brancaleone Doria (1), e l'altra me- 
moria della nuova fortezza costrutta in Sanluri, per cui 
il governatore Zatrillas era disposto a recarsi sovra quel 
luogo (2): finalmente, la copia inseritavi del mandato 
di Berengario di Lanciano a Michele Carovira, tutore 
dei figliuoli ed eredi di Francesco di Currallo (5). Che 

(i) Ciò viene comprovato da una carta esistente nel cit. reg. K 2, colla data 
del 20 giugno 1 365 , tempo in cui stava facendosi la riunione. 

^2) D'altra carta del 6 settembre 1 365, esistente in quel registro, si desume 
che il governatore j in essa data, era per partire a Sanluri. 

(3) Questo mandato, in data 27 marzo 1 365, è conforme a quello che si 
vede trascritto nel mentovato reg. K 2 dei regj arcbivj. E qui non posso tacere 
che, mercè delle indefesse cure di chi degnamente regge gli stessi archi vj, vi si 
vanno discoprendo molte importanti carte per la patria storia, dei tempi della 
dominazione spagnuola in particolare. Una prova ne ebbi già quando io scrissi 
la Storia ecclesiastica: una novella ne tengo ora. Difatti, al mentovato registro K 2 
non si era posta tuttora l'attenzione che merita. Mi consola il pensiero, che 
fra i grandi beneficj dell' augusto Monarca sia dato fra poco di annoverare il 
riordinamento degli archivj generali del regno. Già si è effettuata 1' unione nei 
regj aicn 'VJ delle carte esistenti nell' antico archivio patrimoniale e dell' inten- 
denza generale delle regie finanze. E giova sperare, che col tempo avremmo 
campo di vedervi raccolti , in originale od in apografo , non pochi diplomi e 
documenti antichi in pergamena o cartacei, che si trovano sparsi in varj 
punti dell' isola , e segnatamente negli archivj capitolari e comunali , non 
senza danno della patria storia. A questo proposito mi viene in mente il 
motuproprio dell'immortale Pietro Leopoldo di Toscana, del 24 dicembre 1778, 
relativo all' erezione dell' archivio diplomatico di Firenze , che può leggersi nel 
libro Congetture d' un socio etrusco sopra una carta papiracea dell' archivio 



92 

poi sia siala dettala verso del settembre 1 505 , si ar- 
gomenta dalla conoscenza che abbiamo che al 6 dello 
stesso mese lo Zatrillas era per effettuare la sopraddetta 
partenza per Sanluri. 

La terza lettera, infine (seconda nell'ordine della 
scrittura), ha la data del 15 novembre 1365; ed è quindi 
di poco posteriore alla seconda. E la più abbondante 
d'importanti rivelazioni a Mariano, come di prima ve- 
duta si apprende nello scorrerla. 

Alle tre epistole succedono alcune poesie sarde del 
Falliti, ossia tre sonetti ed un lungo carme in rima, 
aventi per iscopo in parte gli encomj di Mariano e di 
Ugone, ma principalmente le glorie guerriere di Eleonora. 
Viene poscia la copia dell' autentica del notaio pubblico 
Betto Chelo del fu Simone, in data 25 dicembre 1585 
poetavo colei idas januarii}. Per la quale certificava come, 
per ordine della giudicessa Eleonora, aveva fatto fedel- 
mente quel transunto dalle carte originali, consistenti 
tanto in un rotolo di pergamena (questo era la prima 
lettera del Falliti ) ed in altre lettere e scritture carta- 
cee, rinvenute fra quelle dei due giudici Mariano ed 
Ugone, quanto in altri cinque logli di carta, dove de- 
scritta era una delle vittorie in quell' anno 1385 riportate 
da Eleonora. Locchè tutto, come soggiunge il notaio 



diplomatico di Firenze; Firenze, 1781, in 4= donato alla R. bibl. di Cagliari dal 
can. cav. D. Faustino Badie. 



23 
Chelo, era stato scritto a quondam venerabili jurisperito 
Torbeno Falliti hujus civitatis Areslanni. Si chiude 1' auten- 
tica colla indicazione particolareggiata delle parole corrette 
od aggiunte tra linee nel transunto. Posto ciò, e fatta 
considerazione che Torbeno Falliti era poco anzi passato 
agli eterni riposi, si conosce quanta sia stata la cura di 
Eleonora per riunire in un sol corpo le poche scritture che 
rimaste erano dello stesso Falliti, onde non perissero. 

Copia di questo transunto è la Pergamena che ora 
viene in luce, o, a dir meglio, è un apografo tratto 
d' altro apografo autentico. La fedeltà dell' amanuense 
fu tanta, che, come vedemmo, non credette di dover 
omettere nella copia né anche V elenco delle correzioni 
od aggiunte certificate dal Chelo. Locchè ricordo, non 
già perchè io vegga bisogno di puntellare la manifesta 
fede di quel vetusto documento, ma perchè si abbia 
un' idea della diligenza somma del copista in presentarlo 
nella sua piena integrità. 

Diceva poco anzi manifesta la fede della Pergamena, 
inquantochè è convalidata ad evidenza dai segni palesi 
di sua grande vetustà a riguardo anche della custodia 
dove era serbata; e dai caratteri in cui è scritta, quelli 
appunto che s' usavano nell' inclinare del secolo XIV e 
nel principio del secolo XV (1), e consimili nel formato, 

(i) Non posso qui tacere, che avendo io comunicato questa Pergamena al- 
l' illustre mio collega conte Carlo Baudi di Vesme, membro della R. accademia 
delle scienze di Torino, e della R. deputazione sopra gli studj di storia patria , 



24 

se non nella difficoltà della lettura, a molti di quei 
tempi che esistono nei regj archivj di Cagliari ; oltracciò 
la confermano con maggiore evidenza i diversi stili dei 
varj documenti, affatto analoghi ai tempi, ed il tenore 
delle memorie contenutevi , le quali o consuonano con 
molte carte degli stessi regj archivj , o concordano colle 
memorie già registrate nella patria storia, od hanno con 
questa un legame per ragione o di conghietture che vi si 
avanzarono , o di persone e cose con certezza ma in bre- 
vissime forme mentovatevi : ondechè non mancava altro 
che il discoprimento di nuovi monumenti per recarvi 
queir ampia luce che dalla storia si attendeva. Tali mo- 
numenti si hanno ora nella Pergamena di Arborea per 
la parte alla quale riguarda il suo contenuto. 

Il verso, come ho accennato in principio, contiene la 
canzone del Carau ed un breve scritto latino sopra i beni 
e mali che rispettivamente provengono dair esattezza od 
infedeltà nel pagare le decime e le primizie. Mi rimane 
soltanto di annotare che i caratteri della canzone sono 
manifestamente diversi da quelli del recto, rozzi assai 
nelle forme e di più penosa lettura, tranne quelli della 
prima stanza, che sono eleganti e chiari per qualunque 



valentissimo scrittore ed uno dei primi eruditi d' Italia , ebbe anche egli a ri- 
conoscere , come i caratteri usati nella medesima sono ad evidenza quegli stessi 
che nelle carte del secolo XIV e della prima metà del XV si adoperavano dai 
notai e da tutti coloro che., non essendo calligrafi di professione, scrivevano in 
maniere volgari. 



25 
siasi lettore. Onde pare che colui che la trascrisse, forse 
calligrafo di professione, dopo aver posatamente scritto 
la prima stanza , abbia lasciato correre la penna a suo 
libito (I). 

E mestieri, finalmente, di dar conto del disegno che 
mi proposi per la stampa e dilucidazione di questo pre- 
zioso documento. Dirò adunque che prima di tutto pub- 
blicherò il testo intiero della Pergamena, tale quale fu 
estratto, senza alterarne per nulla, anche nell' ortografia, 
le originali forme. La jiarte storica, che si versa nelle 
epistole del Falliti e nell' unitovi sommario delle carte 
di Sai taro e di Ottoccorre, verrà arricchita di alcune 
note a pie di pagina in quelle parti che richieggono un 
subito rischiaramento per comodo del leggitore; più o 
meno brevi secondo che le cose cui avranno relazione 
rientreranno o non negli argomenti delle successive il- 
lustrazioni generali. Le poesie saranno pur rischiarate 
da note a pie di pagina. À fronte del testo di quelle 
del Falliti, dettate in idioma sardo, ne uscirà la versione 



(i) Nel verso si veggono alcuni fregj di capriccio nella lettera capitale della 
prima stanza della canzone. Dopo questa canzone havvi un circolo del diametro 
di venticinque centimetri. All'intorno vi si legge: +{+ X P Q +|+ — +J+VI 
+j+ — -tJt-DEI+£f — +{+ F I L ^ +{+, cioè Christus veri Dei filìus. Nel mezzo 
si scorge una figura rozzamente falta a penna a quattro faccie , quella dell' aquila 
in cima, sotto quella dell' uomo, ed ai lati quella del lione e quella del bue. 
Attese le ingiurie del tempo, che fece svanire in buona parte ciò che vi si 
tratteggiava all'intorno, si conosce appena che ali vi fossero e nuvole. Non vi 
ha dubbio che si accennasse alla famosa visione di Ezechiele (Ezech., cap. i). 



26 

in prosa italiana, perchè sieno in condizione di appren- 
derle anche gli stranieri a quell' idioma: e cosi pure a 
fronte del testo della canzone del Carau si vedrà questa 
riprodotta con quelle forme migliori che si affanno alla 
retta pronuncia ed ortografia, acciocché chiaro ne diventi 
il senso anche ai meno versati nella lettura delle rime 
antiche. Dopo del testo avranno luogo le illustrazioni 
generali. E siccome io considerai il testo istesso in tri- 
plice aspetto, storico, poetico e filologico, credetti perciò 
di dover dividere le illustrazioni in altrettante parti, e 
queste in articoli, quanti sono gli argomenti principali 
che richieggono un ampio dilucidamento. Che anzi, per 
maggior chiarezza d'ordine, intesi distribuire la parte 
storica in due sezioni, una per le cose ecclesiastiche e 
l' altra per le politiche e civili. 

Questo è il diviso del nuovo lavoro letterario del quale 
presento la mia cara terra natale, con la fiducia di 
quello stesso compatimento di cui già ebbi larghissime 
prove. Forse non si terrà eguale all'argomento: forse 
sarò caduto talvolta in fallo nelle conghietture e nella 
composizione delle antiche colle nuove memorie. Se non 
che, colla pubblicazione del testo della Pergamena, ai 
dotti di cui la patria abbonda rimane la via a vie. 
meglio illustrarla, e di emendare qualsivoglia mio invo- 
lontario errore. 



27 



TESTO DELLA PERGAMENA 



NEL RECTO. 



.... CV1VS THENOR TALIS EST 



ot literas tuas mihi traditas nec non postremam cum quibus 
semper condolebaris de privatione mearum responsivarum meas de- 
siderans scire notilias ac nonnullas certifìcationes de negotiis et 
aliis que accidunt vel acciderunt in presenti capite callari ac etiam 
in aliis partibus presentis insule utique accepi ac penitus intellexi 
ad quorum omnia presentis rotuli (1) serie respondcbo scilicet quod 
animus tuus propter guerrarum (2) discrimina que oriebantur in- 
ter te et Regem Aragonum toticns in armis occupatus existeret 
inporlunum existimavi meas ad te scribere literas. Quo autem ad 
noticias que tantum scire cupiebas tandem de nonnullis ejusdem 
tenore te certiorem reddere procurabo in hoc quod sequitur modum. 

(i) Scrittura in pergamena la quale avvolgevasi e non ripiegavasi- 

(2) Le guerre tra Mariano IV ed il re d'Aragona principiarono nel 1333: indi alla 

pace del 1533 si fé tregua. Ma rinacquero più ardenti nel 1563, e durarono infine al 

137G, in cui Mariano venne a morire. 



28 

Mater mca jam multi anni sunt clapsi scilicot annum circa pri- 
mum (1) tue predicte guerre prout deo placuit infìrmans viam finivit 
universe carnis ingressus et me in non modicam confusionem reli- 
quit nam in extremo sue vite termino me amplexum tenens cum 
multis lacrimis necnon dolore cordis intrinseco mihi quoddam re- 
velavit arcanum (2) sciliect causa tante nostre amicilie a pueritia que 
revelatio tamen comprobala cum juramenlo mihi similcm lurbalionem 
minislravit ncc non etiam hoc diuturnuin silentium. Nunc vero si- 
milibus projectis prejudiciis de nihilo me pudeat ncque superbus ef- 
lìciar et ideo nec minuetur nec crescet amor meus erga te cum 
non possim ultro te amare. Cessit quoque a vita meus lius Arnoldus 
falliti tempore magne siccitatis in villa ecclesia de Sigerro (5) cum 
exsiccati fucrint omnes fontes et non cognovit aqueductum (4) quod 
deo sic permitlente inventimi fuit in his diebus in quadain vinea 
posila in villa Banjargie (5) de Sigerro quod dicitur fuisso conslru- 
ctum a comuni ipsius ville a LX annos citra. Mense proximc elapso 
comparuit coram me quedam vidua ut secundum tenorem cujusdam 
suplicationis ab eadem facte Gubernatori (6) hujus capitis tempore 
quo idem reperiebatur in villa Ecclesie de Sigerro que suplicatio 
non habuit effectum propter desidiam et solitas injustitias ut ipsa 
dicebat Regiorum ollicialium requirebat sibi fieri a me aliam sup- 
plicalionem ad dictum effectum assequendum quod tamen facere 



(1) 1353. 

(2) L'arcano si versava nell'origine dei natali del Falliti. (Vedi 1" introduzione ). 

(3) La città d'Iglesias sita nella regione di Sigerro, ora Ciserro. 

(a) Si conosce anche oggigiorno questo acquidotto , donde Iglesias trae in gran parte 
la provvista dell 1 acqua. E da credere che gli Aragonesi lo rompessero nel lungo assedio 
di quella città, avvenuto dal 1323 ali 1 anno successivo. 

(a) Villa distrutta, prossima ad Iglesias, di cui rimane anche memoria nel titolo di S. 
Maria di Bingiargia , proprio di un canonico di quella chiesa cattedrale. 

(e) Allerto di Zalrillas od Asberlus de Trilea , rome in questa slessa lettera lo chia- 
ma il Falliti. 



29 

rccusavi prò lui amore. Illa supplicalo vero sicut elicla asseruit ac 
evidentius apparet scripta extitit ab jurisperito Ihoma sanna Gal- 
lurensi olim tuo officiali qui postquam tuis carecribus evasil ubi 
detentus habebas ut compliccm sicut dicitur temptate (1) lue pro- 
ditionis et persone tradilionis in inimicorum manu quod deus avertit 
et redundari permisit in permaximum dapnum et ipsorum dedecus 
Tenor vero istius supplicationis (2) est qui sequilur. Cum humili 
reverentia proponi monna fiore vidua que fue in quanto diritto 
de Thomeo del astia burgense de villa Quiesa de Sigerro dicendo 
che cun ciò sia cosa che al dito Thomeo esseri stati donati certa 
quantità di dinari supra beni di rebelli intro a quantità di libre 
LXX e più secondo che chiaramente videre potere in delli Carti 
del dito Thomeo. E cun ciò sia cosa chel dito Thomeo sia morto 
in aquesta mortalità (3) proxime passata e li beni del dito Tho- 
meo no bastano a pagari la dote de la dita monna fiore ma siano 
stati levati alcuni beni di rebelli li quali lo dito Thomeo avea fatto 
extimari de comandamento de li Comissari del dito Senyor Rey , 
secondo la tenore de la lelcra Reyal. E per tal chel dito Thomeo, 
in dil tempo de la rebellione di li sardi si inciuse cun molti bur- 

(i) A questo fatto, avvenuto nel 133S, si riferisce il seguente passo del Manno ( tom. 3,pag. 90, 
ed. l a ): « Equivoca del pari era la condotta degli ufliziali regj; dappoiché mentre il re trattava 
-,i di fare inclinare il giudice ad un novello accordo. Don Bernardo di Cabrerà patteggiava 
" segretamente, onde impadronirsi per tradigione della di lui persona ■>■> (intendi Mariano). 

(2) Tale è il sunto di questa supplica scritta in lingua italiana: — Ribellatasi verso 
il 1354 la città d'Iglesias al re d'Aragona, certo Tomaso d'Astia restò fedele al suo mo- 
narca e si rinchiuse in quel castello di Salvaterra per difenderlo dai ribelli e dalle genti 
di Mariano. Queste, che possedevano la città, posero le mani sopra la di lui moglie Monna 
Fiore ed il suo figliuolo Lorenzo, e li mandarono arrestati ad Oristano. Sì per questi 
servigi , che per gli altri renduti da Tomaso d'Astia nell' assedio d'Alghero , il re lo 
gratificò assegnandogli una quantità di danari sopra i beni confiscati ai ribelli. Morto 
senza lasciar beni sufficienti a compiere la dote della di lui moglie , questa ebbe a suppli- 
care, onde le venissero date lire 70 che il defunto suo marito doveva ricevere a saldo 
della concedutagli gratificazione. 

(0) Si parla della peste che devastò 1' isola nel 13G2. 



30 

gensi de la dita villa per obscrvare la honore del dito Senyor Rey 
si come persona obediente al suo Senyore in dil Castello de Sal- 
vatemi (1) de la dita villa e presa la dita villa per li inimici del 
dito Senyor Rey la dita monna fiore insieme cun Lorenso filolo 
del dito Thomeo e de la dita monna fiore per tal cbel dito Tho- 
meo munlato al dito Castello li O/lìciali di ludice darborea feceno 
incontinenti pilari la dita monna fiore e lo dito Lorenso suo filolo 
e del dito Thomeo e quelli presi missino in Aristano. E se comò 
che voy Signori informari coi periti de la dita cosa e de li sota 
scrili lo dito Thomeo abia bene e lealimente servito lo dito Senyor 
Rey cussi in dil Castello, corno eliam in dil campo del dito Senyor 
Rey quando laliguera (2) era assediata trabucando (3) e altri 
cossi facendo contra li inimici del dito Senyor Rey. E con ciò sia 
cosa che a la dita monna fiore no sia romaso altra cosa deli beni 
del dito Thomeo jnpercio la dita monna fiore humilmente suplica 
a la vostra Senyoria di volerli dari e assignari supra beni de li 
rebelli tanta quantità di danari che muntano a summa di libre LXX 
restante a recevere per lo dito Thomeo secondo la donacioni fata 
al dito Thomeo per lo dito Senyor Rey fasa per tal che la dita 
monna fiore mo abia unde vivere e passari sua vita. Ex hac supli- 
catione desumere necessario poteris quod dictus jurisperitus sua 
odia scmper foveat quamvis a te innocens fuisset declaratus. Ex 
quo Regii oflìeiales diversorum locorum nullo habiio respectu gra- 
dui statui sexui vel conditioni personarum noviter non cessant mo- 
lestare marchare et taxare non tantum burgenses dominos et no- 
biles personas set etiam Ecclesiasticas imo Episcopos tam in bonis 



(i) 11 castello tTIglesias, di cui tuttora si veggono lo rovine. 

(2) Alghero. Questa città fu assediata nel 1334 dagli Aragonesi sotto il comando del- 
l' istesso re Pietro detto il Ceremonioso. 

(3) O traboccando; da traboccare, che vale gettare o scagliare col trabocco, eh" era uno 
stromento per scagliare. 



31 

quam in eorum roddilihus et jurisdictionibus cum gravibus vexa- 
lionibus et violenliis multi recursus passim ab ubique in hoc con- 
tluunt Castrum ad dietum Asbcrtum qnamvis anno XXXXV vel 
cifra ad requisitionem Episcopi nisi fallor Doliensis qui tunch tem- 
poris erat Saladinus Rex Petrus cum sua carta concessit eidem 
Episcopo suam proteclionem et cotncndam nec non Ecclesie et Ec- 
clesiis sibi subiectis mandans singulis quod non audeant vel per- 
mittant molestare dietum Episcopum in Ecclesiis sibi subiectis ne- 
que eorurn bona ullo modo pignorarent vel alienarent que ordinati o 
per aliquod tempus viguit set nunch violata ut videtur. Recursus 
est Nicolaus ejusdem Ecclesie Doliensis Episcopus quamvis devotus 
Regis ex quo provisum extilit quod dicto Episcopo in assequendis 
servis et mancipiis suis et rebus et juribus diete Ecclesie omnes 
officiales ac hereditatos (1) faverent et auxilium prcstent. Similis 
recursus prò parte Francisci Sulcitanensis Episcopi qui post mortem 
R. sui predecessoris maxime amicus Regis absque ullius licentia et 
valde scandalose a Regiis OIHcialibus subrapte fuerunt sex antiquas 
campanas que pertinebant ad diversas Ecclesias villarum sui Episco- 
patus que ducte fuerunt in secam ville Ecclesie de Sigerre et 
bi a monetariis fuse sub diversis prete stibus. Recurrerunt quoque 
Gubernatori eorum (2) Capitis prò diversis agraviis et molestiis 
Arnosius Ploacensis prò apprehenlione unius sui servi qui literas 
suas ad Jacobum Sallust Ampuriarum Episcopum ac etiam illud 
rotulum continens in versibus facta egregia illustris Domus de 
Auria usque ad partes ab eadem acceptas per Nicolaum V. (3) 



(i) Vale, feudatarj. Questi nelle carte antiche dei regj archivj di Cagliari vengono 
appellati ora hereditati ora hcrelati. 

(2) Il governatore del Logudoro. 

(3) I Doria di Sardegna nel 1328 volevano propagarvi « colle discordie civili le di- 
" scordie religiose , parteggiando apertamente per l'antipapa Nicolò V, e per lo scisma 
■>■> scandaloso di Lodovico il Bavaro. -.i (Manno, tom. 3, pag. 48). 



32 

et Lodovicum (1) Noffrius Otlanensis prò recuperanda 

mercede unius hospicii locati cuidam militi quod hospicium diete 
Ecclesie pertinebat. Bcrnardus Turritanensis prò certa pecunie 
quantitate prestile cuidam Regio Officiali et sibi cum gravibus 
injuriis denegata per quantum accepi a quodarn jurisperito Sassa- 
rensi in meo officio existenti. Sicut eliam suplicavit Guglielmus 
Sucllensis et alii quamplurimi Rcctorcs atque Yicarii ut passim au- 
ditur. Imo idem Jo. Callaritanensis sivc Archipresbyter (2) Simon 
de podio et Joannes Arnaldus Canonicus sui in simul Vicarii. Re- 
cursa est quoque eidem Gubcrnatori de Trilea Abbatissa (5) Mona- 
steri Sancte Grece de Decimu prò certis juribus dicti Monasteri! 
sibi contensis. Recursus eliam quidam incus scrvus Fulialus azori asse- 
rcns quod quamvis pridem per Gubernatorcm presentis Capitis Olfum 
de procita anno LIX. et subsequenti per Franciscum de Sancto 
Clemente Locumtenentcm ejusdem Gubernatoris scilicet in mense 
Marlii fuit provisum quod omni mora posposita deberetur eidem 
restitui quoddam bortum situm in villa Savitrani (4) qui fuit occu- 
patus a Regio Fisco una cum aliis bonis rebellis Arsochi Carau ville 
Slampaeis (5) quod hortum pridem cessum fuit a predicto Carau 
eidem Fuliato in salisfaclionem certe pecunie quantitatis dicto ca- 
rau prestile nihilominus sequta non est usque ad presens dieta 



(i) Qui una parola è d' impossibile lettura. Si avverte che gli spazj affatto bianchi 
(com'è il presente) si lasciano per quei luoghi della Pergamena, di cui non fu possibile 
la lettura. Gli altri spazj poi con puntini si riferiscono alle lagune che si trovano nella 
stessa Pergamena. 

(2) Dunque il capitolo di Cagliari nel 1364 aveva un dignitario col titolo di arciprete. 

(5) Esisteva dunque nella villa di Decimomannu un monastero di donne. Il titolo di 
S. Greca non lascia luogo a dubitare che sorgesse laddove ora si trova la chiesa di quel vil- 
laggio , dedicata alla stessa santa , che colà si festeggia due volte ali 1 anno con grande con- 
corso di popolo. 

(4) Antica villa distrutta fino dai tempi del Fora, e vicina alla villa di Quarto. Se ne 
serba memoria nel territorio denominato in lingua sarda Su Idanu. 
(>S) L'odierno quartiere di Stampace in Cagliari. 



33 
relaxatio. Et postremo ab Joanne Falta procuratore tui fratris No- 
bilis Joannis (1) darl)orca fuit recursum contra Capitanum Gal- 
ltire quia turbavit dictum Joannern in possessione in qua est por- 
tus Lungoni Sardi et vallis alte , et quod exegit certa diricta de 
mercanliis dicto Nobili Joanni pertinentia ex quo fuit provisum 
in hoc eodem mense quod dictus nobilis Joannes non turbetur in 
possessione jurium predictorum. Certiorem te quoque reddam quod 
in mense Junii (2) proxime preteriti ad instantiam nonnullorum 
amicorum Petri Eximini Perez (3) quondam Gubernatoris istius 
Capitis et cum voluntate et consensu Fratris Georgii Amat de or- 
dine fratrum minorum totius ordinis Procuratoris (4) manumisso- 
ris bonorum (5) die ti Eximini et domine Castellane uxoris sue 
de bonis diete manumissorie fuit solempniter celebratum anniver- 
sarium dicti Eximini et sue uxoris quod finivit in ridiculum propter 
quasdam bricas que acciderunt quod alias referam cum sit sut- 
fìciens de notitiis. Nunc ad solvendum debitum veniam et propterea 
cum nonnullos inivisses pacis tractatus (6) egregie ac splendidissime 
Arboree Domui valde honorabiles cum predicto domino Rege ani- 
mus tuus suam recuperaverit tranquillitatem nunc tempus repu- 



ti) Circa la vita di questo fratello di Mariano si leggano: — Dizionario Biografico 
del Tola, art. Arborea (Giovanni d' ) — e la Biografia Sarda, art. Giovanni di Ar- 
borea. 

(2) Intendi giugno del 1564. 

(3) Pietro Ximenes Perez , antecessore dello Zatrillas nel governo del capo di Cagliari 
e Gallura. 

(4) Ossia vicario generale dell 1 ordine dei minori in Sardegna, come lo dimostrano le 
carte dei citati archivj. 

(s) Secondo il Ducange (Glossarium med. et infimae latinit.) manumissor testa- 
menti equivale a executor testamenti. Altro senso non può avere il manumissor bono- 
rum. Era dunque il P. Amat esecutore delle ultime volontà del Perez e di Castellana 
sua moglie. 

(C) I trattati di pace del maggio 1364, seguiti tra il governatore Zatrillas e Mariano. 
( Vedi Inlroduz., not. 2, pag. 18 ). 



34 

lavi miltendi ad te Sumarium ul tu ipse in tuis prioribus milii 
jussisti illorum fragmentorum Scripturas Saltari et Othocoris gal- 
lure Iudicuni continentium originaliter existentium ul alias dixi 
apud Honorabilem Gunnarium brontero presbiterum Terrenove qui 
ut ipse nuper asserebat ab heredibus descendit cujusdam Alexan- 
dri brontero sapicntis (1) bononie qui certis de causis a suis fugiens 
in sardiniam appulsus fuit sapiens predicti Iudicis Sallari homo 
doctus et magister plurimorum sapienlum de Sardis Ecce ergo frag- 
mentum. Quod si aliquas Scripturas in integrum vel totum origina- 
le habere cupis utique habebis quamvis illarum possessor perma- 
xime avarus. Hoc est fragmentum scipturarum Iudicis Saltari. Incipit 
a fdio CLI. ubi continetur pars unius preconizationis facte a Misso 

Terrenove in lingua sardesca Donnu Saltaru iskides ki comò 

i'achit accusa a Graciadeus serra fuydu kat intratu inicussu repgnu 
mercantias et non comparit perunu killu deffendat. Kappat compariri 
unii inissa corte intro dae UH. dies dae hoc. (2) Sequitur nota- 
mentum hominum qui juraverunt quod ipsi solvent omne jus de eo 
quo seminaverunt. Nomina sunt CLX latine usque ad secundam 
faciem. Sequitur fracmentum seu pars unjus donationis quod scri- 
bam sicut continetur in originali. IN NOMINE PATRIS ET FILII 
ET SPIRITVS SANCTI AMEN EGO SALTARVS PER VOLVN- 
TATE DEI potestans repgnum gallure cum boluntate donne Iuliane 

(i) Il Ducange accenna che Aulo Gellio appellava sapientes i maestri di diritto ., e 
che nelle città d'Italia ugual nome avevano quei cittadini primarj , col di cui consiglio si 
amministravano le cose pubbliche. E chiaro perciò il significato del titolo di savio di Bo- 
logna, di savio del giudice gallurese Saltaro, che si vede aggiunto ad Alessandro Brontero. 
E che egli conoscitore fosse del diritto , e nel consiglio dello stesso giudice sedesse per 
rendervi giustizia, appare chiaramente dalla sentenza da lui pronunziala nella causa del 
feudo della villa Siffìlioni. (Vedi in appresso il relativo decreto di Saltaro). 

(2) Ecco la versione di questo bando missi , ossia del banditore di Terranova: « Don 
« Saltaro , sapete ., che ora fa accusa contro a Graziadeus Serra, fuggiasco che ha intro- 
<•<■ dotlo mercatanzie in questo regno , e non comparisce nessuno che lo difenda. Abbia a 
u comparire uno nella corte entro quattro giorni da quest' oggi. 



35 

uxoris mee per remedium anime mee et prò certo mancamento et prò 
vita mea quam deo auxiliante recuperavi quando in esmen- 
dam meorum peccatorum ad partes Jherusalem navigassem una 
cura CCXX meis servis bene armatis atque Gerardo de zuri 
armentario (1) meo ad visitanda loca sancta in quibus Ihesus 
Crispstus prò mei redemptione sanguinem efìudit suscitata est in 
mari magna tempestas in grandi copia pluvie ac tronitruum misit 
quoque contra navim fortis ventus ad quam non resistit rumpitur 
arbor et ad ventorum boluntatem currit hinc inde omnes res in 
mari projectas expectans ultimum vite terminum uni alteri animam 

recomendans per quod nos projecit in Cyprum 

set surrexit alius ventus currebamus de novo hinc inde set retro 
et tamen post longiorem tempestatem et grandia pericula compulsi 
fuimus in Maltam eodem loco ubi Sanctus Paulus naufragium sub- 
stinuit et timentes quod non frangere tur navis in aliquo scopulo 
cessavit ventus per modicum et ibi reparati fuimus cum multis 
aliis in ubi notus audisset patronus navis pericula que ibi incur- 



(1) La famiglia dei Zori era molto grande nella Gallura, dacché n'era membro quel 
Torchitorio di Zori che fu cognato di Saltaro , fu vicario di lui pendente il viaggio a 
Gerusalemme, e gli succedette nel regno. Della stessa famiglia appunto faceva parte Ge- 
rardo di Zori, armentario di Saltaro e suo compagno nello stesso viaggio. Di questo uf- 
fizio d'armentario si fa cenno le più volte nella Carta de logu d'Eleonora; ma in ma- 
niere tali da non potersi chiarire con certezza le sue attribuzioni , e segnatamente le 
relazioni di uguaglianza o di diversità che passavano tra gli armentari e i curatori, che 
pur essi amministravano i dipartimenti dei giudicati, appellati perciò curatorìe. Non com- 
portando la brevità di questa nota che io entri in particolari , mi limito ad accertare che 
gli armentari avevano P amministrazione della giustizia e delle cose pubbliche nei dipar- 
timenti ; non che ad inclinare all' opinione di coloro che negli armentari stessi veggono 
dei pubblici uffiziali superiori ai curatori . come quelli che avrebbono sopravveduto agli 
ultimi, esercitate in certi casi autorità nei luoghi affatto dipendenti dal principe, ed in 
quelli infeudati amministrato la giurisdizione che si era riserbata il principe. L'alta im- 
portanza dell' uffizio stesso , ond' era investito Gerardo di Zori, si raccoglie soprattutto 
dall' altezza del casato cui apparteneva e dal vederlo al fianco di Saltaro nel viaggio a 
Gerusalemme. Forse era fratello di Torchitorio di Zori. 



36 

runt proplcr turcas in illis maribus nos relinquerc intendebat in 
Corsicam per reparare navem quia Corsus erat set deo sic per- 
mittente quia impossibile eral ire ad dieta loca et prebendum ad- 
julorium Chrisptianis invenimus alias naves duas pisanorum quo ad 
partes Arboree veniebant cum judice Torbeno lìlio Ottochoris et 
cuni CCC peregrinis de Sardis bene armatis qui veniebant a dieta 
loca post magna dapna (1) 

acceptati et pervenimus ad partes istas cum grandis 

laboribus in dictis obsessionibus propterea dono cedo atque in effectu 
trado ad Sanctam Mariani de pisa idest illam curtem que deno- 
minatur de Vithite sita et posita in Curatoria de (2) ... . 
cum suos servos integros et ancillas majores ac minores et omnia 
sua pertinentia et accessiones cum universis bestiis que ibi sunt 
idest boves vacas equos equas jumenta porcos et pecora et capras. 
Item dono cedo atque trado memorate Ecclesie sancte marie cum 
Consilio supradictorum unum vitulum et quatuor porcas cum fetibus 
in omni anno propter vitam quam recuperavi cum prensi fuimus a 
turcis specialiter propter rengraciamentum illius caliginis mentis 
oculorum quam diabolus miserat ita quod in proprium sanguinem 
fratris meis maculassein manus quod deus avertit prò sui miseri- 
cordia et quando reversus sum a dieta embarcatione et mihi fecit 

(i) Per questa laguna rimangono occulti i particolari delle vicende sofferte da Saltaro 
dopo di aver incontrato nel viaggio il giudice Torbeno d' Arborea , e prima del suo ri- 
torno in Gallura. Se non che da alcune delle parole seguenti di questa carta si conosce 
che Saltaro, se non diventò effettivamente sòhiavo dei Barbareschi, ebbe almeno grande- 
mente a soffrire nel ritorno dai loro assalti. Si ponga mente ai termini cum grandis la- 
boribus in dicti» obsessionibus ; ed agli altri nel line propter vitam quam reccuperavi 
cum prensi fuimus a turcis. Può darsi che il prensi, meglio che catturati come pare più 
proprio, significhi investili: locchè combinerebbe colla parola obsessionibus. 

(2) Non si può coprire questo vuoto, dacché nella carta del 111G, con cui Ottoccorre 
confermò la donazione di questa corte de Vithite , evvi una simile laguna circa il nome della 
curatoria dov 1 era sita. Chi sa che non fosse quella di Civita ? 



37 
videro animimi pessimum Torchitoris el otiam suas (1). Et hic 
lìnit folium II. scilicet CLII. Sequitur folium CLIIII quia deficit 
I. quod continet in prima facie nomina excubiarum in secunda 
est una obligatio facta a Gerardo de thoro quod non portabit 
extra rennum Gallure MCCCLXXX modia frumenti caricatura in 
Orise (2) ita quod non defìciat hominibus de dicto judicatu cum 
sit tantum necessarium prò alimento hominum in his circumbstan- 
tiis etc. dedit quoque fìdejussorem etc. dat. fuit die . . . Decembris. 
Defìciunt II. folia. In folio CLVII. continetur una litera facta do- 
mino Iuliano de monte Curatore ville Siffilionis (3) ut sine alia mora 
mandet ad executionem Sententiam prolatam die XX Novembris 

anni MLXXXVI. Per sapientem Alexandrum Brontero cum 

auctoritate donni Torchotori de zuri cugnati mei qui prò parte 
mea potestabat rennum et cum Consilio donni Euvisii Episcopi 
gallurensis tempore embarcationis mee ad loca sancta quod fuit 
circa annum V. mei regni in pretensis que habebantur a Curatore 
Mariani de Orru contra donnum Bernardum de laco prò dieta villa 
quam Arnosius de laco (4) . . . . dicti Bernardi habuit in feo- 
dium a Manfredo bone memorie I. judicis de Pisis de judicatu 
gallure a II. anno per XL llibras monete ipsius Judicis in omni 

anno cum carta Junii MXXIIII. etc. prò suis mcrilis que 

sunt cum idem judex bricatus (5) a suis qui novum jugum male 
sufferebant Arnosius qui magnus erat supra populum 



(i) Pare clie manchi macldnalioìies. 

(2) Orosei. 

(3) La villa ricordala dal Manno (tom. 2, pag. 413) col nome stesso di SifiUonis (Sifilìnu 
del Fara), che una volta esisteva nella regione à 1 Orosei , ed era tuttora popolala nel 1388. 

(4) Questa laguna si può supplire colla parola avus. Poiché Gerardo di Laco era pa- 
dre di Bernardo, pare naturale che Arnosio, primo acquisitore del feudo, fosse genitore dj 
Gerardo ed avolo di Bernardo. 

(8) Da brica seti briga irlest jur giani , vixa , pugna (V. Ducange). 



38 

et fortis operalus est curri grandi 

periculo et plurimis laboribus in servicium elicli Judicis ita quod 
sino ulla sanguinis effusione omnes hornines amicavit quod feodiurn 
fuit confìrmatum ad personam Gerardi de laco patris dicti Bernardi 
a ludico Balbo anno scilicet IH. post electionem cum carta dat. 
Terranova anno XXXIX propter grandia servitia operata a dicto 
Gerardo que sunt in diversis ambaxiatis ab eodem factis ad per- 
sonam Gunnari judicis turritani et successori Cornile ac etiam ad 
comune pise ad sanctam S. (1) ad donnum Umbertum Episcopum 
Callaris et Iohannem Episcopum turritanensem et in rengraciamentum 
grandium laborum operatis ut magister astulus Architeclorum (2) 
et restauramentum diversarum ecclesiarum de gallura et maxime 
in opus ecclesie sane ti Iacobi ad sepolturam peregrinorum de loca 
Sancta quod fuit confìrmatum a bona memoria donni Constantini 
patris mei anno XXVI. sui repgni idest ultimo cum carta de anno 
MLXXX. quem sociavit in qualitate scutiferi (3) ad presentiarn 
legati S. P. Episcopi Populonie et alia Consilia data ab eodem Ge- 
rardo ad reibrmam presbiterorum dicti Iudicatus que carte hic 
existunt et omnia vidi etc. Sequitur causa peticionis dicti mariani de 
orruetc.Nullum ejus jus eie. Absolutio dicti bernardi etc. Et fìnit cum 
ordinatione quod dictus bernardus conservetur in possessionem di- 
ete ville etc. est I. folium et medium et in alio medio nihil conti- 
netur. In folio CLIX. continetur I. ad donnum P. Episcopum Ci- 
vilatensem ut non concedat sacros ordines ad henricum mossa quia 

(i) E chiaro che si parla della Santa Sede. 

(2) Architecta vale tecta (edificio., ed architector vel architectus vale faber qui facil 
teda. (V. Ducange). 

(ó) Nel Ducange così si legge: Scuti/eri idem sunt qui armigeri atquc ejusdem pro- 
inde conditionis. Scutiferi igilur primum dicti qui scuto instructi prò palatio excu- 
babant, praesertim vero ita sunt appellati qui principimi ensem et scutum deferebant, 
viri summae dignitatis. At posterioribus saeculis scutiferos nuncuparunt nobile* infe- 
rioris ordinis qui in bellis militum seu equitum arma gerere/it. 



39 

publice constabat non posse ordinari prò cerlis impedimentis et in 
contrario redderet de hoc certiorem S. P. (1) Sequitur responsio 
dicti Episcopi qui se excusabat adducendo ignorantiam. Sequitur 
certifìcatio facla a Capitano portus Orise de I. galera turcha ap- 
prehensa a sardis ubi reperti fuerunt XL. turce et IX. Xpni pe- 
regrini vivi et UH. mortui que navis propter tempestatem fuit 
projecta in maribus diete ville. Et ordinatio ad Capitanum Caval- 
lerie quod conducat cum C. hominibus armatis illas turcas et Xpnos 
et alia que inventa fuerunt in dieta galea. Sequitur ordinatio facta 
Alexandro de ligio Curatore ville de lulla ad instantiam Vicarii 
ipsius ville ut tradat ecclesie sancte marie illam vineam que fuit 
legata a donno Arsoco loxi quondam Curatore prò anima sua cum 
saltu situm ad faciem sepulchri Nabathe sive norachi (2) nabathe 
sunt etiam descripta termina. Sequitur traditio facta a dicto Capi- 
tano Cavallerie et enumeratio hominum et rerum inventarimi in 
dieta galea spoliorum et aliorum. Sequitur condepnatio ad furcas 
zahait (3) abenabola capitis turcarum et duorum ejus filiorum qui 
occiderunt unum Sardum Barisone cosso quando fuerunt capti. 
Sequitur venditio sclavorum. Et deinde litera Saltari ad Episcopum 
Galtell. ut destinet diem quando fiat processio sive conductio pi- 
gnorum ad Ecclesiam majorem et tumulatio mortuorum in ecclesia 
peregrinorum more solito et donatio sanctarum reliquiarum ad di- 
ctam ecclesiam , et quod procuret ipsis peregrinis mortuarium (4). 
de aliqua sua ecclesia quia proprium perdiderunt. Defìciunt VII 

(i) Summum Pontiiicem. 

(2) Si vede che nel secolo XI i norachi erano tenuti come antichi sepolcri. 

(3) In arabo vale signore, patrone, capo. Abenabola. è il nome. (Spiegazione data 
dal canonico Spano). 

(4) I peregrini nella chiesa del sanlo sepolcro in Gerusalemme si presentavano coperti 
d 1 un drappo mortuale, che eglino gelosamente custodivano in tutta la loro vita^ e nel 
quale venivano involti alla loro morte (Michaud, Ifist. des croisades , tom. \, pag. 66. 
Turin, Reycend, 1830.). 



40 

l'olia et transit ad C . . . . (1) in quo continetur quoddam frag- 
mentum pcrmaxime lcctioni difficile set attcntionis dignurn quod 
continet partem unius litere cujusdam Episcopi cujus ecclesia igno- 
ralur in mullis locis vacans prorsus quia originale esset tempore 
corrosum atque deffcctans quod pertinct ad annurn DCCXXXX ut 

ecce (2) fugite in aliam prò icussu frades et Ggios in jhesu 

Xpu non pò . . . (3) nen abbo ... (4) de acatarimi semper 
cum vos ki multu est su pobulu et issas berbegues ki debbo pa- 
squiri et prò tantu conserbadillos issos mandamentos meos et te- 

nidevos in ipso amore meu abbo per vos 

observados ipsos mandatos de su padre nostru Ihesu Xpo prò 
cunserbarissi in ipsa fide in ipsos periculos istade constantes in 
ipsa fide prò ki magmi est ipsu premiu ki bat ad dari in issu 
chelu Ihesu Xpu unde ipsu naredi et qui (5) metit mercedem 
accipit in vitam eternam et prò icussu frades im- 
pare prò ipsos fìgios meos et vestros 

. . . et infìrmos et poberos 

gracias ad deu 

et ad vos naro o fìgios re- 

cordarillos ipsos martirios dae tantos patres tios et tias mugeres 
et fìgios et fìgias ili ipsas passadas persecutiones per de usque ad 
ipsas presentes et semper ipsos Perlados fughiant dae una parti 

ad satera presones . . . 

ad ipsu pobulu et oraciones ipsoro et 



(i) Supplisci CLXVII. 

(2) Supplisci Cum autem persequentur vos in licitate ista fugite in aliam (Matb. 
cap. IO, v. 20.). 

(5) Supplisci poto, che vale posso. 

(4) Forse manca medios , mezzi. 

{;>) Job. cap. \, v. 3G. — Et qui metit mercedem accipit. et congregai fructum in 
vitam ce ternani 



41 

ipsu Xpanu hat semper triunphadu de issos maumetanos nen hat 
timore nen ad ipsas ispadas dessos Saracenos nen ad . . . 
. . . nen ad ipsu foghu nen ischimus ki perunu pastore ab- 
biat . . . . (1) sas bcrbegues in ipsos periculos dae intro 
de XXVIII. annos dae ipsa intrada dessos moros nen Sardu ki 
non collesit assos martirios et abrenunciesit ad ipsa fide ki hamus 
accollidu in custa Sardinja dae ipsos gloriosos beatos Apostolos 

Pe. u Paulu et Iac. comò ischides et hamus iscriptu 

ipsos periculos nen persecutiones 

prò ki est necessariu kissi patiscat in custa vida prò obteniri issa 
gloria eterna ki mresint issos apostolos et quoniam (2) per multas 
tribulaliones oporiet nos intrare in regnum Dei adcollirillos ipsos 
martirios prò amore de deu et prò triumpho de ipsa nostra santa 
religione confundirillos sos barbaros kissu chelu nos hat a dari 
auxilium. Si no ha . . (3) sias unde adorari assu santu da- 
essos sanctos ipsu coro vestru hat essiri altari jaki ipsu Saracenu 
sacrilegu omne istrumesit in ipsa tercia dominica de icustu mense 
abbo ad beniri prò consolarivos cum ipsa presentia de ateros duos 
piscobos Gunna. fausan. et Marianu torrit. prò ordinari a philip- 
pesu callarit. frade meu prò issa gloriosa morte de felix prò issos 
Saracenos in ipsa guerra dessos Sardos inhue moresint MD. Sara- 
cenos et LXXX. Sardos in una nocte 

ad ipsas secretas . . (4) ncas 

judice ipsoro in cussa die prò tantu 

preparade 

dae nocte prò qui perunu 



(i) Suppl. abbandonadu. 

(2) Act. apostol. , cap. 14, v. ai. 

(3) Suppl. hazis ecclesias 

(4) Suppl. speluncas, 



42 

Saracenu du ..*... . 

omne amore et chari (1) . . 

(2) missione dae 

ipsos peccados set (3) 

..... Domini DCCXXXX 

* Ad pedem istius litere extat certificano 

nolani (4) dicti judicis de statu et corrosione ejusdem fragmenti 
quod dicitur inventum fuisse a quodam servo Episcopi Gallali, et 
ab hoc dicto judici comunicatimi qui mandavit inseri in snis ictie 
Supersunt quoque in hoc libro alie scripture que pertinenl ad di- 

ctum judicem Saltarum set quasi illegibiles. Sequitur fr 

mentum scripturarum Othocoris Incipit a folio XXXXI. quod est 
primum et in prima facie continetur relatio unius mandamenti fa- 
cti ad Capitanimi portus (5) totius judicati in lingua latina quod 
nullus patronus navis habeat hausum intrandi sive exeundi a portu 
sine boluntate donni Othocoris nec alios intromittat sive homines 
sive feminas sive sardos sive extraneos de alia terra. Secunda facie 
sequitur notamentum hominum qui juraverunt quod non exibunt a 
Terranova sine boluntate domini judicis. Nomina sunt XXXX dal. 
videtur XX. die novembris MCXIIII. Sequitur foliiim LA. {<&} 



(1) Suppl. charitate. 

(2) Suppl. remissione. 

(3) Suppl. setembris. 

(4) Presso a Saltaro vediamo un notaio: un altro ne aveva Torchitorio II, giudice 
di Cagliari. Un notaio anche figura nella relazione della famosa ambasciata ad Ugone IV 
d' Arborea. Questo officio era di molta importanza; poiché si versava non solo nel recare 
in iscrittura gli atti obbligatorj e quegli spettanti alle cose della giustizia , ma anche nel 
serbare registro di quanto fosse degno di memoria. 

(s) Intendi il porto di Terranova, sede dei giudici. 

(e) Quivi è manifesto errore nella numerazione; dacché dal foglio 41, aggiunti tre 
che mancavano, si doveva passare al 43, e non al ss. Forse Y abbaglio fu del primo co- 
pista del rotolo del Falliti. 



43 

quia deficiunt III. Et continetur hec preconizatio Pro parte 

daessu Sepgnorc judice et Rege donnu Othocori de gunali ki dae 
de posteras omne homine dae XVIII. annos ad sos LX. debbiat 
istari cun issas armas in issa manu in issu carapu de corti prò 
comptari ipsas gentes de pee et de caddu (1). Sequitur pena contra 
contraria facientibus. Sequitur etiam adnotalio XX. hominum quibus 
data i'uit licentia prò victualibus procurandis et alia facienda. Se- 
cunda facies est impossibile legi. Deficiunt HII. et venit LX. In 
prima facie sunt varia nomina in secunda vero incipit una respon- 
sio Manfredi Grugni filius Henrici pisani dat. in . . . (2) 
Torchitoris judicis callari in via magna sane te Cecilie facta ad 
Othocorem judicem Gallure. Sequitur relatio quam dat Ubertus de 
spano Ambaxiator dicti judicis Othocoris lator predicte responsionis 
de his que viva voce intellexit facta in posse cancellarii (3) dicti 
Othocoris et incipit a certifìcatione dicti Cancellarii supra dictis. 
Quod sequitur sicuti scio quod tibi placuerit per integrum rescri- 

(i) Ecco la versione di questo bando: » Per parte del signor giudice e re don Ottoc- 
« corre di Gunale, che da dopo domani ogni uomo dai 18 ai 60 anni debba stare colle 
n anni in mani nel campo di corte per contare le genti a piede ed a cavallo .« 

(2) Supplisci in palatio. Questo supplimento mi viene suggerito dalla carta pisana 
mentovata dal Manno (tom. 2, pag. 516, not. 2.) la ili cui data è in villa S. Ccecilice in 
palatio regni Kallaritani. Ora sappiamo che questo stesso palazzo era in via magna (sotto- 
intendi ville ) Sancte Cecilie. La quale villa formava parte dell' antica Cagliari. Si vegga 
la Stor. eccl , tom. 2, pag. 78, not. 1, in cui si parla del sito dove era collocata l'antica 
cattedrale di Cagliari, dedicata a Santa Cecilia. 

(5) Quello di cancelliere era il più sublime ufficio di stato nei giudicati sardi. La 
citata ambasciata ad Tigone IV di Arborea ne chiarisce che un vescovo era il suo can- 
celliere; che questi faceva le prime parti dopo del giudice nelle trattative cogli ambascia- 
dori del duca d' Angiò ; che nella cancelleria erano state registrate le scritture relative 
alla corrispondenza tra Ugone IV ed il duca. Questa carta d' Otloccorre ora ne dà cenno 
che presso al suo cancelliere si era fatta la relazione del risultato dell' ambasciata del 
giudice a Manfredi Grugno. Segretario principale e consigliere del principe era dunque 
il cancelliere e pigliava parte nei più alti negozj dello stato: fra i quab a ragione si an- 
noveravano le relazioni politiche coi potentati stranieri o cogli stessi regoli di Sardegna- 
Non dubito che 1' ufficio di notaio fosse dipendente da quello di cancelliere. 



44 

barn. El primum dixit quod dixit ad Manfrcdum quod dictus judcx 
Torchitor bene scit quod Cornila filius Costantini implorava prote- 
ctionem ab judice Callari Torgodorio et prò suo medio habere et 
procuret ei amicitias cum comuni pise et janue ad faciendum 
gucrram dicto Olhocori prò jure quod dictus Comita dicit habere 
in rcpgno Gallure et Torchitor vellet habere partes de hac guerra 
et demandavit si impegniasset illa Comunia in favorenti dicti Co- 
mite et quod illa Comunia dicant et que sunt promissiones quas 
dictus Comita intendit faccre ad dieta Comunia sive ad dictum 
judicem prò ferendo eorum adiutorium inter colligatos si etiam 
sciret hec aut alia de dicto judice Ad quam demandanti prefatus 
Manfredus respondit ad jussionem et bolunlatem donni Othocoris 
àtl quem sunti obligatus propler amorem quod mihi monstravit 
quando habuit in venationibus falconum (1) et equitationibus 
omnia que mihi recomendavit feci et sic respondebis ad dictum 
judicem quod dictus Comita misit suos Ambaxiatores predato judici 
quod audivi a fìlio notarii dicti Torgothori qui est juvenis et cum 
donis oculte tradidit mihi scribere ipsam literam Comite quam trado 
in effectu ita quod consoletur. Dixit etiam scio jam quod Amba- 
xiatores misit ad Guaffredum Archiepiscopum Callaritanum et quod 
aliquod novum prò nunch non est quod possit prejudicare quia 
ex nunch Comune pise est valde occupatum in expeditionem (2) 

(ì) Che la caccia col falcone fosse 1' esercizio favorito dei principi sardi lo conoscevamo 
già dal capo 87 della Carta de logli, dove Eleonora proibì di snidiare astore ne falcone 
sotto pena del carcere. Ora ne abbiamo un nuovo argomento nel falconare che aveva fatto 
Ottoccorre di Gallura, tenendo al seguito Manfredi Grugno, suo amico. Il conte della 
Marmora discoperse due individui di quella specie d'uccello di rapina, del quale parlava 
Eleonora: e perciò gli diede il nome di Falco d' Eleonora. Veggasi il suo Voyage, tom. 
1, cap. G, pag. 174. 

(2) S'allude alla spedizione fattasi nel hu (slil. pis.) dai Pisani contro i Sara- 
ceni delle isole Baleari, della quale fanno menzione il Tronci (Annali pis., an. H14, ediz. 
di Livorno, 1C82) ed il Rondoni (Delle istorie pis. libri XIV., con aggiunte. Firenze, 
1844: part. 1, p. 16S: edizione dovuta alle dotte cure del prof. Francesco Bonaini, 



45 

mittendam contra mauros insularum in qua edam ego venire habeo 
et propter hoc non potest accipere partes Iris temporibus cum (li- 
eto Cornila et in quantum ad comune janue nullum adjutorium 
poterit Torchitor promittere per quod ipse scit ut dixit quod 
idem non placet de hac occupatione scandalosa quod meretur sa- 
tisfactionem per alios principes mundi per quod ipse Torchitor et 
ad favorenti Comite prò hac justa causa promisit ad eum in alia 
circumbstantia adjutorium et amicitias prò occupatione sui repgni. 
Et dixit quod infra tantum Othocor sit securus quod per aliquot 
annos non erit molestatus vel turbatus set putet quod habeat fa- 
cere in futurum. Et si dictus Othocor vult vivere securus in repgno 
presenti procuret amicitiam cum ipso Comita et aliquos honores 
vel onus ad eum comittat ita quod non doleat in futurum quod si 
de his non sit contentus Comita ex tunch convenit eum socium 
facere impariter in dicto judicatu et insimul repgnare quod in si- 
milibus circumbstantiis solent facere id principes ad fìniendas 
discordias et previdendum sinistrum exitum sicut in his in ultimis 
temporibus factum est in repgno Turritano quod sepius audivi a 
patre meo henriguo et ab aliis majoribus sardis ultra LX. annos et 
specialiter tempore barasonis regis Sardinie , qui ad reparandas 

bibliotecario della R. università di Pisa): » Ed il giorno di San Sisto, che fu il 
» sesto d'Agosto (sono le stesse parole del Rondoni) . . . dierono i Pisani le vele ai 

» venti giunsero in Sardegna al porto di Santa Reparata (intendi C. e T. della 

» Testa, ossia di S. Reparata. — Carta Della-Marmora); e di quivi parliti al Porto delle 
» Torri (oggi detto Portotorre), dove furono ricevuti con ogni sorte d'onore da Costan- 
» tino giudice turritano .... In questo luogo dimorarono i Pisani giorni quattordici; 
« e dipoi partendosi, giunsero ad un seno di mare detto Capalbo , ed oggi Capo della 
» Caccia: dove si congiunse con l 1 armata pisana Saltario figliuolo del giudice Costantino, 
» e Burbinio (correggi Torbino) giudice di Cagliari (nel U14 non era più giudice). 
» Con questi ajuti, ed avendo rinfrescato V esercito a Portoconte ed a Larghe ( intendi Al- 
» ghero) si partirono. » Qui non debbo tacere che gli estratti delle storie del Roncioni rela- 
tivi alla Sardegna esistevano nella biblioteca sarda della R. univ. di Cagliari. V. Catal. della 
stessa bibl.. nel! 1 append., portaf. V, n. unico, §. 1.). 



46 

discordias sui populi prò ratione allerius judicatus scilicel de Ar- 
borea qui etiam potestabat sociavit cum quodarn Torchitorio de 
unale ad quem dedit curam repgni de Arborea idem ad repacifi- 
candum populum de gallura qui propter virtutes et bonilalcm sui 
filii Andree tanche volebat eligere in regem et judicem suum propter 
quod Barasonus accepit eumdem lìlium in socium per repgnandum 
que similia alii principes terre in bis casibus faciunt per evitanda 
dapna et pericula guerre. Et hoc lacere habet in hac circurnbstantia 
ipse Olhocor quia futura sunt incerta. Hec relatio vero fuit data 
XXIIII. Decembris anno supra dicto. Sequitur HEC EST LITERA 
PRESENTATA AD IVDICEM: ET REGEM TORCHOTORIVM ab 
Andrea ffara sapiente gallure Ambaxiator donnicelli Comite MAGNA 
EST POTESTAS TVA : ET COR : ET VIRTVS : ET FAMA PER- 
VENIT AD OMNES : PARTES : ET PRINCIPES TERRE propter 
quod grandes amicitias comparasti tibi et amicasti cum comuni pise 
et janue propterea bene est quod deus in tanta te posuit pote- 
state ita quod possis audiutorium prebere ad oppressos prò mea 
oppressione ego prò usurpatione mei judicatus quod jam est notum 
ad tuam potestatem recurrere habeo prò defensione de ineis justis 
rationibus que sunt hec. Et primum quando eram puer crudelis 
Torchitor prò suo malicioso ingenio per certas personas fecit dicere 
ad tratrem meum donnum Sallarum bone memorie qui tunch 
temporis potestabat jam per duos annos cum falsis calupmniis 
quod temptassem ruinam ipsius Saltari consiliatus et adjutus a 
magnis quod ipse Saltarus prebendo (idem quia non suspica- 
bat de Torgotorio qui erat astutus et fingebat misit me in car- 
cerem et per duos annos tenuit usque ad LXXXIIII. ubi moriebar 
si Saltarus non esset monitus a quadam mea baulia de mea pro- 
xima morte per quod liberavit me et repacitìcavit set semper 
cautus erat et supra me vigilabat nec permittebat cum omnibus 
comunicare quia nullus de palatio audebat dicere nec rcvelabat 



47 
propler mctum prcdicti Torgotorii que omnia ipse faciebat . . . 
. . . . me desperderet et usurparet repgnum quia Saltaros 
judicabatur a sapientibus impotens sicut mortuus Saltarus henius 

(1) et occiso meo Curatore occupavit repgnum. 

Secundo autem in his ultimis temporibus quando nullus alius po- 
terat contendere repgnum meum tunc suscitatus est Othocor et 
cum nulla ratione cum grandi violentia et forciose cum multa gente 
armata quia dives multo erat et potens quod non obtinuit tempore 
embarcationis dicti fratris misit se in potestatem contra omnes 
auctoritates et consuetudines et regulas electionis quam hoc factum 
successionis. In hiis meis angustiis desperans de meo repgno sine 
defensatoribus aut adjutorio ad tuam potestatem refugio et quia 
hec cognosces quia similia passus es quando a Torbeno subraptum 
fuit repgnum tuum cali, quod deo propitiante et adjuvantibus ta- 
men tam comunibus de pisa quam de janua cum grandi honore 
recuperasti quod amicum te facias et comune pise et janue rnihi 
aut solum comune pise aut solum comune de janua et tale quale 
tibi videtur faciendum ad prebendum adjutorium et recuperandum 
quod opus evidenter redundabit in grandi honore tui et in dictorum 
comunium que semper deus prosperabit et dabit victorias contra 
mauros sui nominis inimicos. Quod si hec obtinebo et tantum per 
me facies promitto tibi et cuiuscumque de dictis comunibus et 
obligor ad qualiascumque concordias alligancias convenciones et o- 
mnia alia que expedire videbantur ante omnia et promitto obe- 
dientiam cuicumque de dictis comunibus et jurabo fìdelitatem et 



(l) Supplisci idest sine heredibus: supplimenlo che viene suggerito dalla citata caria 
di Ottoccorre del il 16, dove si legge qui encus mortuus est idest sine heredibus. Che 
debba poi leggersi henius, e non hencus o encus, è fuori di dubbiezza, come lo chiarisce 

can. Spano (Ortogr. sarda, part. 2, pag. 90, not. t ) dimostrando che questa voce è tut- 
tora' viva nel Logudoro , dove benes de eniu equivale a beni di chi muore senza figli 
ed eredi legittimi. 



48 

in rengraciamentum tribuere porciones quas convenerimus de meis 
introitibus omnibus quos habebo vini frumenti ordei et aliorum 
fructuum nec non salinarum et minerarum promitto etiam concedere 
unicuique omnes franquitates liberas mansiones et moras negocia- 
tiones mercatoribus et alia que pacisci voluerint cum quacumque 
imposicione penarum ad adimplementum mearum obligationum nec- 
non etiam satisfacere omnes expensas et alia que occurrerent prò 
gentibus armigeris ballislreriis et aliis hominibus armatis et aliis 
faciendis occasione guerre j propterea te precor quod in bis mihi 
adjutorium prebeas et amicitias procures ad opus pretactum quod 
deo erit gratum et omnibus principibus terre et fidem prebeas ad 
has meas anguslias sicut etiam intelliges a latore presentis per 

vocem. Dal. in villa donne padulese 

Suplicatio 

facta a Tomasia de seche mulier furati de kiske de Galtelli ut sibi 
restitueretur certa domus posita in dieta villa que vendita fuit a 
suo marito sine ulla rationabili causa et quia abstrahi non poterat 
propter quod constituta fuit in dotem una cum aliis bonis sue 
matri angelelle que vocabatur etiam bella per donationem factam 
a donna Semispella regina et judicissa cali. (1) uxor Torgotori 
jam a XXXXIV. et ultra annos citra. Producta fuit etiam et in- 
serta est carta ipsius donationis ex verbis dicti instrumenti ubi 
dicitur prò mea boluntate et prò certis meis fìnibus dono cedo 
atque in effectu trado diete angelelle et alibi etc. et quod dieta An- 
gelella bella intro duos dies in effectu desposet et venire habeat in 
dieta villa de Galtelli cum suo marito furato de kiske et ibidem 
maneant semper et vivant et non habeant ausum nec debeant in- 
trare in hoc judicatu cali, contra mearn boluntatem etc. aliquod 



(i) Al Pillitu pare qua di vedere il numero romano II, indicante come Semispella era 
seconda moglie di Torchitorio I di Cagliari. Anche io sono di questo stesso avviso. 



49 
verosimilius conjcclurari potcrit et permaxime quia dieta angelclla 
essct bella ut in predicta carta continetur et de corte donne vere 
judicisse jam mortue. Ilio finit ultimum fragmentum sunt quoque 
alio scriplurc set prorsus illegibiles. Et in hunc modum quo longius 
scripsi eo diligentius solvisse debitum reputo si plura jubes sum 
presto tue volunlati T. ffti qui libi salulem dicit cum amoris vin- 
culo (1) 



(2) IL Literam tuam nupcr accepi ex qua perlexi quod nicoloso mel- 
lone ejusdem latori plenariam (idem adhibcre debeo sine ulla suspicione 
utpote a te missus et satis notus et quod etiam ipse descendit 
ab illis Xpianis Siriacis qui seculo elapso postquam expulsi essent 
ab eorum civitale Thiri venerunt in tuam civitatem arcstanni et 
ibi moram fecerunt et propterea cum nunch jam sim securus co 
quod mihi literatorie jussisses harum serie et per eumdem nicolo- 
sum te ccrliorem reddam quod forcia hujus castri quam scire de- 
sideras et defensio est vacillans propter majorem numerum tuorum 
secretorum adhcrentium . . . (3) mcrus Reg. . . . pendia- 

riorum ad (4) castro (5) et appendiciis .... 

(6) aulem recenarum (7) sive 

staticarum que misse fucrunt in hanc civitatem et morantur in 

(i) Manca la data. Senonchè questa lettera è manifestamente dell' anno ìr.ts*. e poste- 
riore al giugno. V. Introd. 

(2) Qui comincia la seconda lettera in ordine di scrittura. 

(3) Leggi numcrus reglorum stipendiariorum. 

(4) Qui manca la cifra del numero. 
(3) Prima di castro si aggiunga in. 

(6) Aggiungi numerus. 

(7) Parola latina che si trasse dall' antica castigliana rehenas , eli e vale ostaggio. Co- 
bar rubias , Tesoro de la lengua castellana. N A citato registro K. 2 dei R. archivj 
esiste una carta del 4 gennajo 136G , dove si ordina la custodia degli statichi in hospi- 
tali Sancte Lucie Castri Cai lari. E questo lo stesso luogo dell 1 attuale monastero di S 
Lucia, fondalo nel 1339 da D. Antonio di Cordona, viceré dell'isola. 



50 

castro callari ascendit ad CL. Quoad rationem illorum sardorum 
quos bonis omnibus expoliasti uti adherentes Asberti quorum no- 
mina in tua litera continentur scilicet si prò substentationis defectu 
ad tui partes revolvantur eos Berengarius Carrocius ne ad hec co- 
gente egestate adducti essent siculi hostentatores aragonenses facere 
solent ut majoribus feudis donentur sive potius usurpentur eos in- 
quam in suos familiares assumpsit ex quo a predicto Gubernatore 
fuit ordinatum quod in quolibet mense antecipate C llibre alfon- 
sinorum minutorum prò dicto Cornile exsolvantur (1) in quantum ad 
nomina exploratorum sive spiarum que passim in tuas terras vel 
castra que obsessa tenes secrete introducunlur et lileras ibi tra- 
dunt et ab inde reportant mi sunt Garcias de xea (2) guardianus por- 
tus maris ille ipse qui cum suis sociis per slagnum piscandi ad 
villani sancle marie magdalene (5) accessit ubi dictum asbertum 
et joannem Carrocium (4) et alios quamplurimos heretatos et regios 
servitores ut bene scis qui venerant a Castro aque frigide (5) ubi 
fugientes se salvaverunt in suis barchis sive xiis recollexit. leonardus 
de ru et salvator melle (6) illi qui cum dictum Gubernatorem et 
sequaces obsessum teneres in Castro Sentluri in medio tui exer- 



(1) Dallo stesso registro si desume l 1 ordine del governatore aragonese onde al conte 
di China Don Berengario Carroz si pagassero anticipatamente le lire cento per quelli 
che aveva preso per suoi familiari nel 3 novembre 1363. 

(2) Mandato di pagamento, in data 13 dicembre 1363, delle spese del viaggio a Santa 
Maria Maddalena in favore di Garcia de Xea ( cit. reg. ). 

(3) Villa distrutta già nei tempi del Fara, che sorgeva nella estremità dell' istmo della 
Plaja, prossimo a Cagliari, nel luogo stesso che ha serbato il nome della Maddalena. 

(4) Giovanni Carroz che, come governatore d'Alghero, figura nella storia del Manno, 
toni. 3, pag. 97. 

(3) Castello rovinato dell'Acqua Fredda. Vedilo notato nella carta grande Della-Marmora. 

(e) Di questo Salvatore Melle, e di Tomeo Fnnni, di cui si parla in appresso, si vede 
fatta menzione in altro mandato di pagamento ( cit. reg. ) della mercede loro dovuta per 
i servizj di spia: in data 22 novembre 1363. Vi si aggiunge che il Vanni o Fanni, caduto 
in mani di Mariano, era stalo condannato alle forche- 



51 

citus temerarie pcnetraverunt nequissimeque dicto Gubernatori li- 
teras Iradiderunt et quoque qui sepe sepius ad Castrura aque fri- 
gide exploraturi accedunt et recedunt imo idem Salvator est qui 
audaciter in primis diebus mensis presentis introivit in villam ec- 
clesiam de sigerro Regi rebellatam usque ad Castrum Salvaterre 
ut referret statum ipsius Castri. Tomeus fanni ville stampacis qui 
ipsis diebus missus fuit explorator ad Castrum sentluri. Raymundus 
burguesi (1) qui una cum P. Benedicto de villa lapole se transtulit 
cum suo lembo ad Olmarium chogons Capitanum terre gallure ut 
adferrent bue matheum de Avinione Castellanum Castri petresi (2) 
et filiam arsochi trau de villa patada/qui occupavit dictum Castrum 
qui malheus et fìlia Arsochi ut proditores capti detinentur a dicto 
Capitano et alii qui facilius dignosci possunt si tue excubie dili- 
ge ntius vigilent locaque perquirant. Ceterum propter tuam hostilem 
aggressionem factam in Castro sentluri ad castigandam maldicentiam 
et temeritatem asberti et lue persone contemptum idem asbertus 
suam rabiem evomens et venena difundens literas suas ad diversos 
amicos et principes nephandis coloribus depictas de tuo ut ipse 
ait proditionali insultu (5) eidem facto pridem in Castro sentluri 
et nunc in Castro Callari et ejus appendiciis ubi per mare et per 
terram circumseptum tenes certiores reddens. Statum vero pecunie 
regie est ili pejus quum per obsidionem villarum et Castrorum 
regiorum redditus et regalie diminute sunt et regie Curie summa 
est pauperlas nec aliquod subsidium possunt ei bona rebellium a 
fìsco occupata quia passim furantur a secretis tui parti adherenti- 



(i) A questo fatto alludono altri due mandati di pagamento di spese , del 13 e 24 ot- 
tobre 1363 j donde si raccolgono le cose tali quali le ritraeva il Fallili ( cit. reg. ). 

(2) Castello distrutto, poco distante da Terranova. 

(3) Mariano assediò il governatore nel castello di Sanluri , quando, nel settembre 1363., 
vi si recava per sopravvedere alla costruzione d'una nuova fortezza presso allo stesso 
castello . 



52 

bus. in alia circumbstantia plura referam. Dal. ìq Castro Callari 
decima quinta die mcnsis novembris anno a nativitate domini mil- 
lesimo CCCLX quinto 

(1) I. Lileram tuam per cognitum fralrem franciscum mihi traditam 
que quasdam luas dulces objurgationes de mea supposita desidia 
continebat ex quo non te lileratoric certiorem reddidi de cerlis 
secretissimis negotiis honorem tuum tangcnlibus nupcr accepi ac 
penitus intellexi ad cujus significata harum serie respondebo scili- 
cet quod proplcr terre de pula infìrmitatem que in ea presenti 
tempore sempcr viguit de mense junii in quo meatum feci usque 
ad presens gravi ter egrotans ut sciebas non valui ad scribendum 
quamvis multam habuissem scribendi materiam. In ipsis mensibus 
nuper elapsis nonnullas liabens Gubernator asberlus et multipliccs 
certificationes quod tu in tua Civitate Areslanni gentes armigeras 
non solum tuas sed etiam Lombardas Turcas Anglicanas Tedescas 
et alios extraneos introducere (2) non desinas cum quibus meatum 
facies ad Castrum januensem ubi Brancam Leonem de Auria ob- 
sessum lenebas ad ipsam Civitatem Aristanni misit suos explora- 
tores ad indagandum quidquid in eadem fit sive peragitur multum 
suspicans sicut ad presens suspicat quod sub colore diete guerre 
aliquid a te molitur propter quam suspicationem atque prò pro- 
pellendis futuris pcriculis ut idem maliciose ajebat Castra Regia 
perquiri et reparari fecit atque furnimentis novis Clientibus (5) balli- 
stris banchitis de toni (4) prò parando eas et viratonis (5) et 

(i) Qui comincia la terza lettera in ordine di scrittura. 

('i) Vedi Inlroduz., pag. 21. 

(5) Così giù comunemente si denominavano i fami regolari. 

(4) Panchetfè^dj torno. Tia le quattro sorta di balestre, le più grandi si chiamavano <d 
torno , perchè si mondavano coli 1 ajuto d' un torno, la di cui forza vi voleva a poterle 
tendere, e lanciavano tre verrettoni (viratola) ossia freccio grosse. Dunque banchiti de toni 
non erano altro che i torni per montare le balestre. 

(s) Yerretoni. 



53 
aliis defensioni noccssariis munìri orclinavit. Novuni quoque ilhul 
fortalicium sive burgum (1) sicut scis construi fccil in villa di 
sentluri ad latus Castri regii ipsius ville in qua teneatur frontera 
Gontra te ad quam villani idem Gubernator ut expeditius atque 
sine ullo impedimento construatur quod semper vere tur malignus 
se personaliter accessurum dclibcravit. Cum ergo eum vicinum ha- 
bebis osto vigilans et cautus et scias quod idem Gubernator est 
accerrimus tui nominis inimicus imo illa Capitula (2) que per Amba- 
xiatorem honorabilem fratrem Georgium Amati Ordinis minorum et 
lotius Ordinis procuratorem fuerunt concordata de mense madio 
anni proxime elapsi forciose et malo animo ordinavit quod quoque 
fecit cum Branca Leone de Auria eodem tempore ut ipse publice 
dicit et fama testalur. A thenore sequenlis mandati (5) Vicarii 
Castri Callari ad quemdam meum amicum scilicet de mense marlii 
quod mihi secrete fuit exibitum facilius poteris desumere suspicio- 
nes dicti Gubernatoris nccnon etiam slatum pecunie regie quod 
scire desideras. Berengarius de Lanciano Vicarius Castri Callari 
necnon Locumtenens bonorabilis viri Asberti de trilca militis Gu- 
bernatoris et Beformatoris Callari et Gallurii prò illustrissimo do- 
mino Begc Aragonum venerabili Michaeli Carovira habitatori Castri 
Callari Tutori fìliorum et heredum. Venerabilis ffrancisci de Cur- 
rallo quondam administratoris reddituum et jurium Callari et Gal- 
lurii salutem et dilectionem. Et si diligenti cura nos oporteat vigi- 
lare et ex debito nostri oflìcii operam impertiri circa preservationem 
terrarum et Castrorum sive fortaliciorum presentis Insule eo tamen 
attentius ad predicta cogimur excitari quo magis perpendimus et 
sentimus fide digna relatione multorum quod quam plurimi fue- 
rint tractatus per emulos domini Regis cautius intendatur-ministrari 

(i) Vedi Introd., pag. 21. 

(2) Vedi Introd., pag. 18. 

(3) Vedi Inlrod., pag. 21, not. ■".. 



54 

possent magna pericula quorum previsa jacula queunt facilius evi- 
tari. Sane litcras recepimus Venerabilis Petri Alberti Guhernatoris 
Capitis Lugudorii quibus perleximus quod nisi stipendiariis loci 
Alguerii et Civitatis Sasseri stipendium eis debitum de proximo 
exsolvatur deserent quod absit et jam minantur ipsi stipendiarli 
loca predicla deserere ac nonnulli jam deseruerunt. Et ipsam so- 
lutionem dicti stipendii asserit dictus Gubernator sine magno pe- 
riculo ulterius diferri non posse potissimum quia cum propter 
guerram que est in Capite Lugudorii inter Nobilem Iudicem Ar- 
boree et Nobilem Brancam Leonem de Auria ex qua plurime su- 
spiciones insurgunt ipsa loca Regia ubi essent stipendiariis desti- 
tute subiacerent procul dubio proditionis periculo cui post casum 
csset non solum difficile set impossibile fortassis remedium adhi- 
bere et quia relatione Venerabiliura Pelri de falcibus Regentis Of- 
fìcium administrationis et Guillermi palou Duanerii (1) Castri Cai- 
lari nobis innotuit quod pecunia regia non est eis de qua possint 
vel valeant prò nunc necessitatibus et stipendiis Capitis predicti 
prout deceret presenlialiter subvenire eo maxime quod multis ex 
causis duana predicta quasi sterilis est effecta potissime propter 
franquitales trete frumenti indultas per dominum Regem in susbi- 
dium Civitatis Valentin et nullus quasi est nunc concursus extra- 
nearum gentium ad Castrum Callari et ejus portum quum nunc 
portus ipse vacuus est omnino quolibct navigio gentium quarum- 
cumque quod est mirandum et usque nunc etiam penitus inaudi- 
tum et ex predictis et aliis causis proventus Curie Regie adeo 
sunt tenues et exiles quod ex eis necessitatibus dicti Capitis vel 
aliis subveniri non potest nisi de modica quanlitate babito ad ipsas 
necessitates respeclu et nihil aliud reperire possumus de presenti 
de quo valeamus succurrcre stipendiariis antedictis et prout decet 

(1) Dal cagliaritano duaneri, che vale doganiere. Il Palou dunque era l'amministra- 
tore della dogana di Cadiari. 



55 

nisi pridem pecunia in posse vestri (lieti Tutoris constituta que 
superest ex residuis administrationis et gestionis quondam Vene- 
rabilis ffrancisci de Currallo Administraloris olim jurium Regiorum 
Capitis Callari quam pecuniam penes vos constitutam ad inirascri- 
ptam quantitatem nunc diclo Capiti Lugudorii nccessariam et etiam 
ultra suflìcientcr nullatenus reputamus. Considerantes quod Dominus 
Rex in provisionibus suis cuna verbis derogatoriis vult et mandat 
quod ante omnia pecunia administrationis Regie convertatur in ne- 
cessitatibus dicti Capitis et presentis Insule ideo ut lantis periculis 
obvietur et loca ipsa dominio Regio preserventur que non sine in- 
fìnitis laboribus et effusione sanguinis sunt quesila et Regio do- 
minio preservata vobis ex parte dicti domini Regis etc. etc. Plura tibi 
essem relalurus set ipse frater lator presentis supradictus est valde 
timidus et noluit in hoc Castro ulterius morari quamvis non sit 
rationabilis ejus metus eo quia juxta sui conditionem et statum 
nec alicui notuit de sui ventus causa neque ullam suspicionem in- 
duxit de sua persona in alia erga circumbstantia atque cum 
alio latore majoris cordis et animi alia duxi referenda quia ad tui 
servitium semper fateor paratus (1). 

(i) Manca la data. Ma questa 'citerà fu dettata verso il settembre 136S. Vedi Introd. 
Terminando qua il testo delle epistole del Falliti, ^iova notare che, avuto riguardo al loro 
insieme in fatto di gramalica, ed al modo di scrivere non {scorretto del Falliti, si pos- 
sono attribuire ai primi copisti i pochi gravi errori contro le regole gramaticali che si 
scorgono in ispecie nel testo della prima epistola. Siccome i medesimi non turbano V in- 
telligenza delle cose contenutevi, perciò non ho creduto di farne parola nelle note a pie di 
pagina, le quali sarebbono riuscite soverchie se avessi tenuto conto anche delle minime 
cose. Aggiungerò qui soltanto che nella prima epistola (pag. 31, lin. 3) prima del quam- 
vis va supposto un punto fermo per 1' intelligenza del periodo seguente che si connette 
coli' immediato che incomincia Recursus. Così pure, alla pag. 43, lin. 5, in vece di po- 
steras leggi poste ras , ed alla pag. 43, nella nota, lin. 9, dove si legge: correggi Torbino, 
si legga : correggi Turbino o Torbeno o Torbino. 



56 



I 



leu temptas Corbera (1) in sa fumosa 
Et vana mente ileu has a bortari 
De sa forte persona et majestosa 
De cullu jujgui fattu prò regnari 



No prò manu possenti e victoriosa 
Ini su campu de sa gloria umpari 
Ma cun arti plus vili et maliciosa 
Queres superbu de timpoderari 

Ma chi Marianu est forti et triumphatori 
Deissu istessu ingannu et traicioni 
Cun grandi dannu de su trailori 

Como has bidu prò tua confusioni 
Chi non balit sa fraudo a su valori 
De sa sardesca forti nacioni. 



(i) La storia ne informa che Bernardo Ji Cabrerà , comandante dell' armata aragonese , eia 
quegli che, nel ióoiì, tentato aveva, con patti secreti, d'impadronirsi a tradimento 
della persona di Mariano: e che, nel 13ÌJ4, Rambaldo di Corbera era il luogotenente 
generale dell' isola. In questa poesia si parla d' un Corbera , e non già d' un Cabrerà. 
Tranne dunque il caso che nelP uso comune il Cabrerà si appellasse Corbera, attesa la 
molta somiglianza di amendue nomi, o che fosse errato il testo della Pergamena, è biso- 
gno di conchiudere che il Falliti inveisse contro il Rambaldo di Corbera, appunto 
perchè a lui, come rappresentante del re, doveva attribuirsi l'opera di tradimento del 
Cabrerà, che doveva essere al primo subordinato. Ma dato ciò, il tradimento debbe rife- 
rirsi ai tempi del Corbera. 



57 



V^he mai tenti, o Corbera? Che mai nella fumosa e vana mente 
vai rivolgendo contro la forte e maestosa persona di quel giudice, 
fatto per regnare? Superbo cerchi d'impadronirtene, non con mano 
possente e vittoriosa affrontandolo nel campo della gloria, ma con 
arte la più vile , la più maligna. Ma che Mariano è forte e sa 
trionfare dell' istesso inganno e tradimento , con danno grande del 
traditore , con vergogna tua or ora lo hai veduto. Che non vale 
la frode all' incontro del valore della forte nazione sardesca. 



58 



l^ullu jujgui possenti triurnphatori 
Chat vissidu in sa testa sa Corona (1) 
Chi sa morte hat attidu et su terrori 
A sas superbas armas daragona 

Chi a sarbaree ligia de Bellona 
Palmas 1' hat aquiridu et splendori 
Et prò illi faguiri justicia plus bona 
Leges (2) illi hadi dadu cun amori 

De sa vida su cursu hat ja fìnidu 
De sos nobiles triumphos et victorias 
E su sardu est remasidu afflisidu 

Cessa empero Arbaree dae su piantu 
Chi Ugoni illi succedit a sa gloria 
Forti cantu su Padre et bonu tantu 



(i) Mariano si vide sospesa sul capo la corona nel 15G3, appunto allora che il ponte- 
fice Urbano V, mal soddisfatto di Don Pietro, re di Aragona, perchè aveva osato di 
porre la mano sopra le rendite ecclesiastiche per lo dispendio della guerra , aveva in 
concistoro non solo palesato propensione a privarlo del regno di Sardegna, ma accennato 
ancora all'idea di darne rinvestitura a Mariano. 

(2) Si allude alla Carta de Logu di Mariano , che venne poscia ampliata e rettificala 
da Eleonora , sua figlia. 



59 



vj uel giudice possente trionfatore , che sul capo si vide sospesa 
la corona ; che alle superbe armi aragonesi recò morte e terrore ; 
che palme e splendore aggiunse ad Arborea figliuola di Bellona ; e 
con amore leggi le bandì , onde renderle giustizia più buona , il 
corso già compiva della vita , dei nobili trionfi e vittorie. Il Sardo 
ne stette vinto da dolore. Però cessa dal pianto Arborea. Che tigo- 
ne nella gloria a lui succede, tanto forte e buono, quanto il genitore. 



60 







Magnifica fìgia de Mariani! 
Chi supra su cavallu plus valenti 
Et stringuendo sa lanza in issa manu 
In mesu de sa guerra plus ardenti 

Binchidu has su forti Capitanu 
Atterrados soldados et sa genti 
Cun forza et valore supra humanu 
Abbatida et presida vilimenti 

Cun tantu istrage et dannu simigianti 
Su niinisprexiu has bene vindicadu 
Fattu a sambaxiadori donnu fanti 

Si sa Lionissa tantu hat operadu 

Cantu esserit plus forti et triumphanti 
Si haverit su Leoni (1) a issu ladu 



(i) Intendi Btancaleone Doria, marito di Eleonora, che nei primi momenti dell' aper- 
tosi diritto di successione alla sua moglie si era recato alla corte del re di Aragona. Ma 
essendo stalo colà staggito, non potè trovarsi allato di Eleonora nella prima sua guerra 
contro gli Aragonesi. 



61 



\J magnifica figliuola di Mariano , che immota sopra il cavallo più 
gagliardo , e la lancia impugnando , nel mezzo della più calda mi- 
schia , con forza e con valore sopraumani vincesti il forte capitano , 
atterrasti i soldati , e prigioni facesti le genti conquise ed 
avvilite , con tanta strage e tanto danno degna pigliasti vendetta 
del dispregio onde fu segno Don Fanti, ambasciadore tuo. Se tanto 
operò la Leonessa , quanto più forte e trionfante non saria stata , 
se il Leone avesse tenuto al fianco ! 



62 



_L oscha de sa guerra et grandi occhisioni 
Siguida (1) Simoni 

Binchida et disfatta sa gente reali 
Cun grandi Victoria et gloria immortali 
De sa Iujghissa nostra darbaree 
Mentri siguendo fini a su pee 
De cullu Castellu nadu de Sellori 
Sa gente remasida chi cun donnu acori 
Si fuyrit ìlloy prò ìscampamentu 
Boghi sest intezida chi grandi tormentu 
Attit a su coru de culla Segnora 
Et assos reales una megius hora * 
Essit cusla boghi dae satera parti 
Istudiosamcnti cun malicia et arti 
Et ja si pesai prò totu sa genti 
Et ja si narat generalimenti 
Chi su caru figiu de sa Iujghissa 
Est quasi morendo et clamat a issa 
Pro illi poder dari conforlacioni 
Multu est saffannu multa confusioni 
Naschit in su coru de culla guerrera. 
Explorat requerit si sa boghi est vera 
Su fonti ini chircat et totu est vanu 

(0 Non fu possibile al Pilli tu di leggere con sicurezza le parole della Pergamena rela- 
tive a questa laguna. Se non che egli ebbe ad interpretarle in sa die de Santu. Pare 
che altro non possano significare attesa la seguente parola Simoni. 



63 



D 



F opo la guerra e il grande ammazzamento del giorno sacro a S. Si- 
mone , vinte e disfatte le genti regie , con vittoria straordinaria e 
gloria immortale della giudicessa nostra d' Arborea ; già per essa 
si inseguivano sino al pie del castello detto di Sanluri gli avanzi 
delle inimiche schiere , colà fuggite con Don Azori , in cerca di sal- 
vezza. In quella una voce s' innalza , apportatrice di alto affanno 
al petto di colei , ed ai regj , di speranze di meglio. L' alzarono co- 
storo a bello studio e con la più fina astuzia. Dovunque si spande 
e già per ogni dove si buccina , essere quasi per morire il caro 
figliuolo della Giudicessa , e lei chiamare per un subito conforto. 
Nel petto della guerriera sorge fortemente 1' angoscia , il turba- 
mento. Se mai fosse vera una tal voce ella esplora , ricerca , ne 



64 



Totus illi narant chi rnorit Marianu 
Ma ja sinfelize unu grandi fogu 
Sentit in su corj inhue hadi lcgu 
Samori de fìgiu sa gloria et su honori 
Chi chertu illi pesat cun grandi dolori 
Samori illi narat prò sa vana gloria 
De adjungher unipari a custa Victoria 
Sa destrucioni de unu Castellu 
Chcres istrumari et bogarinchellu 
Samori de fìgiu chi penat sa morti - 
No sentis su clamu de totu sa Corti 
No sentis sa boghi ja debilitada 
Chi ingrata ti clamat a limba bortada 
Torna Elionora, lassa su chertari 
Grandi gloria est ancu su fìgiu salvari 
Ma pero sa gloria cun boghi possenti 
Custa est illi narat sa forti et valenti 
Pro unu vanii dubidu falsu pensamentu 
Si perdet su justu felize momentu 
De una Victoria perfetta et totali 
Candu chi est su puntu et s hora fatali 
De assaltiggiari totu su Castellu 
Mentrichi semada dae tanti maxellu 
Est ja sa forza et satera parti 
Sa genti remasida no hadi forza o arti 
Do podiri reher a custu assaltiggiu 
la debilitada et senza consigiu 
Ma si custa die ti lassas bortari 
Simigianti sorti plus no hat a torrari 
Curri Elionora pertunghi sos muros 
Abbati distrue arde a sos duros 



Uytg 



Vi* 



65 
rintraccia la fonte. Ma vanamente. Le dicon tutti, che muore Ma- 
riano. Gran fuoco si sente in cuore 1' infelice : in quel cuore dove 
han trono 1' Amore di figlio, la Gloria e 1' Onore. Vengono in lite 
a straziarlo. L' Amore le ragiona in tal guisa. Per la gloria vana 
di aggiungere a questo trionfo 1' atterramento di un castello , cer- 
chi forse di spegnere , di cacciar via l' amore di un figlio ago- 
ni zzante ? Non odi il compianto della corte ? non odi la voce già 
languida che ti chiama ingrata a lingua morente? Eleonora ritorna 
alla reggia : deh! lascia il battagliare : gloria sublime è pur quella 
di salvare un figlio. Sottentra la Gloria e si le parla in tuono 
possente. E mai costei la forte , 1' animosa , se per un dubbio 
vano, per una falsa idea , si lascia scappare il bel momento di 
una vittoria intiera , giunta essendo 1' ora fatale di dar 1' assalto 
al castello ? Indi a tanto massacro assottigliata ne è già la forza : 
ed il resto delle nemiche schiere , già infiacchito e privo di con- 
siglio , manca di arte e di forza per sostenere un tale assalto. Se 
questo giorno li lasci fuggir di mano , non mai ti arriderà fortuna 
eguale. Eleonora, che avvezza sei a duri estremi , corri dunque ; 
pertugia le mura , ardi , abbatti , distruggi ; per Mariano stesso 

9 



66 



V^M 



Estremos usada colli prò Marianu 
Custa alerà palma prò chi issu est sanu 
Su istessu consigiu illi dat sonori 
Ma intro tantu cliertu binchidu hat sainori 
Et a donnu Paulu dada encomandicia 
Et issu cuniandu de genti et milicia 
Bene accompanyada dae sos plus valentes 
Bene a cavallu et sufficientes 
Chi sunt batuor sentos prò sa defencioni 
Et ancu prò honori dessa sua personi 
la currit sa forti conienti unu bentu 
Inhue illa jughit cullu pensamentu 
Posca dàessu viagiu tristu et penadu 
Dae tantas passionis fcru agitadu 
Pervenit a prope de culla Cittadi 
Candu conoschida daessa Potcstadi 
Daessos oilìciales et dognia personi 
Iteu timori et agitacioni 
Naschit in su pobulu mirando vighina 
Pallida et tremando sa ipsoro Eroina 
Dogniunu su coru mover shat intesidu 
Dannos et disaslros pensando sospesidu 
E candu hat intesidu sa grandi ragioni 
Sentit dognia coru una cumpassioni 
De cullu tormentu dessa jujghissa 
(U Totu illa cumpatint ma impero issa 
Mentri chi assu coru sistringhit Marianu 
Et proat plegheri dellu bider sanu 
Ardet in su coru prò su gravi affrontu 
Chi recividu hadi et ja su plus prontu 
Jstat meditando satisfaghimentu 



67 

raccogli quest' altra palma : che desso è sano. L' Onore le suona 

1' istesso consiglio. Ma in tanta lotta V Amore la vince. Ella, dato 
a Don Paolo il comando delle genti , si pone in viaggio col co- 
dazzo dei suoi più fidi e valenti cavalieri , in numero di quattro- 
cento , sì per la difesa , che per 1' onore di sua persona. Corre 
come un vento la Forte per dove la conduce 1' addolorante pen- 
siero. Dopo così tristo e penoso viaggio giunta appena presso alla 
città , e lei mirando pallida e tremante le podestà , gli uffiziali , 
il popolo , oh ! quale e quanta paura ed angoscia gì' invase im- 
mantinenti. Ognuno ne resta commosso. Ognuno nel sospeso pen- 
siero danni e disastri si raffigura. Ma non sì tosto se ne apprende 
la gran ragione , che nei petti subentra la pietà del di lei affanno. 
Ella però, mentre al petto si stringe il figliuolo e si esilara in ri- 
trovarlo sano, arde di dispetto per la grave ingiuria: e già medita 



68 

Senza de ritardu o iscampamentu 
Ma ja su sole intro soccidenti 
Hat mesu caminu ja dormii sa genti 
Sola est abiza sa forti Scgnora 
Sa grandi Magnifica Egregia Elionora 
In ssa sua camera senza de splendori 
Pro iteu non curat cussu vanu honori 
Ricca solamenti de reales glorias 
De mille tropheos et mille victorias 
Issa su honore dessa Sarda terra 
Bortat inssa mente ordines de guerra 
Cras narat ssa forti cras saragonesu 
Dae custa ispada o de fogu in mesu 
Morti incontrando trista et tremenda 
Dessu ingannu suo ja faghit samenda 
in servitudini vilimenti arresidu 
Hat a satisfaguiri custu honori offesidu 
Poscha inssa sublimi et abili menti 
Tolu ja disponit cavallos et genti 
Turres prò tirari logos posicioni 
Machinas de guerra de noa invencioni 
Candu totu in unu sa menti affinada 
Dae cullu viagiu et lunga bizada 
Deleadu dolori cun febbre molesta 
De culla reina opprimet sa testa 
Chi calat et cedit a tantu dolori 
Et Morfeu intantu dalli su liquori 
Candu impero dormit trista visioni 
Eccu illi apparit su miseru Ugoni 
De sambene plenu dae feridas chentu . 
Opera plus vili dessu tradimentu 



69 
di trarne pronta e compiuta vendetta. Il sole aveva già toccato in 

occidente la meta del suo corso , già nel sonno era assorto il 
mondo. Ella sola non dorme , la forte , la grande , la magnifica , 
la egregia Eleonora. Senza di splendore si sta ella in sua ca- 
mera , ella che non di quei vani onori , ma si adorna soltan to di 
glorie vere , e di mille trionfi e trofei : sola pensa all' onore del la 
terra sarda , e già volge e rivolge in mente nuovi ordini di guerra. 
Domani , va dicendo la Forte , domani 1' Aragonese , morte incon- 
trando trista e terribile da questa stessa spada od in mezzo 
al fuoco, farà emenda del suo inganno, o tratto in vile schiavitù 
riparerà questo onore offeso. Poscia nel suo sublime ed esperto 
pensiero dispone ogni cosa per lo conflitto; cavalli e genti, torri 
per iscagliare, luoghi, posizione, e macchine di guerra d' invenzione 
novella. Se non che in tal punto affinità la mente dal viaggio e dalla 
veglia, la regina si sente oppresso il capo da dolore tormentoso, ed 
il sangue acceso da un calore eccessivo. Ella cede a dolor tanto e 
Morfeo in un subito le ministra il suo liquore. Mentre così è 
vinta dal sonno, ahi trista visione! Le si offre l' immagine dell'infe- 
lice Ugo, grondante di sangue per cento ferite, opera la più vile 



70 

Pallida sa facie trista iscolorida 
Gosi illi naral cun Loghi affligida 
plus fortunada forti Elionora 
Dessu rennu meu corno possessori 
Chi a sas tuas (1) . . . . semper has pensadu 
Et sa morti mia no has vindicadu 
Pro me daessa terra benis conoschida 
Pro forti possenti et guerrera essida 
Et has acquiridu tantu fama et gloria 
Chi eterna hat esser sa tua memoria 
Ma si no ti curas de mi vendicari 
Culpabili semper tappo a nominari 
No prò chi presuma de fagueri guerra 
A sos meos subditos daecussa terra 
Et dari morti assos delinquentes 
Dessa morti mia et consentientes 
Chi fìnalimenti sunt minus culpados 
Dae saragonesu tantu istimulados 
Pro chi intimoridu su Ree daragona 
De perder su rennu et issa corona 
__ Chi ja suspesida supra custa (St) testa 
Hat bidu plus voltas cun rabie molesta 
Pro prevenirillu custu malu eventu 
Chentu hat cheridu et ja modos chentu 
Chi essendo totus inutiles vanos 
Et destruydos dae custas manos 
Cun artes secretas et vili trattadu 



(1) Si può supplire ragionis , voce usata nella Carta de Logu 

(2) Anche Ugone IV vide sospesa sul suo capo la sarda corona: dacché Urbano VI 
disegnava di concedergli 1' investitura della Sardegna, privandone il re d'Aragona. 



71 

del tradimento. Pallido il volto affannoso e tristo, tali le avanza 

dolorosi accenti: più fortunata forte Eleonora, del regno mio 
ora posseditrice , tu mai sempre pensasti al sostegno dei tuoi 
diritti , ma della morte mia vendetta finora non facesti. Per me da 
questa terra sei riputata forte possente, ed esperta guerriera, e di 
tanta fama e gloria ti adornasti che non mai perirà la tua rimem- 
branza. Ma se non prendi a vendicarmi, di colpa ti apporrò sempre 
la nota. Non perchè mi cada in animo, si faccia guerra ai sudditi 
miei, e morte si renda a coloro che mi uccisero o consentirono 
al mio scempio. Che aizzati cotanto dall'Aragonese , minore è la 
loro colpa. Il re di Aragona, paventando la perdita di quel regno 
e di quella corona che con rabbia vide le più volte sospesa sul 
mio capo, onde prevenire un tanto disastro, in cento e cento guise 
tentò la mia rovina. Ma poiché le sue opere fur vane e distrutte 
le vide da queste stesse mie mani, a mene secrete e vili trattati 



72 

Alcunos lieros (1) mhal inimicadu 
Soldados fuydos et sos dessertorcs 
Homincs de largas (2) et malosfactores 
Chi fìnalimenli prò vili dinari 
Assu malcfìciu solent inclinari 
prò meu destinu o prò mala sortì 
Conienti illu ischis mhant dadu sa morti 
sorri naschida in plus bonu astru 
Si tistat a coru custu meu disastru 
Su sambene chessit dae custas feridas 
Et sas immaturas caras dies iìnidas 
Shonore avvilidu de sa mia personi 
Sa iniqua conjura et sa traicioni 
sorri vindica supra sinimicu 
Nen ti plach^t aviri custu rennu riccu 'M * 
Ma cun issas armas dae se corona 
Semma (3) su possente ree daragona 
has a reciviri viles aciones 
Dae sos suos subditos et traiciones 
sorri vindica et gosi narando 
Et perissa marni forti illa leando 
Dadu unu clamu dolorosi! et forti 
Infra issas umbras sivolat de morti 
Candu assu motu dessa forti manu 
Jtjt Sixidat sa Egregia lìgia de Marianu 

Sa ispada fatali leat cun furori 

(1) Lieros corrisponde a Uberi. V., pel significato di questa parola, la Stor. eccles. 
di Sardegna , tom. 1, pag. 91, not. i. 

(2) Questa parola largas è più volte usata nella Carta de Logu. Veggasi specialmente 
il cap. 20, intitolato De provari et invesiigari sas furas e largas 3 ossia furti e danni. 

(3) Seminare, nel linguaggio della Carta de Logu, vale troncare, mozzare. 



73 
si rivolse. Alcuni liberi mi mosse contro, e soldati disertori e quegli 

uomini tanto rotti alle male opere, che per vile danaro vi si sogliono 
abbandonare. Per iniquo mio fato, come bene il sai, furon dessi 
che mi diedero la morte. E tu sorella, nata sott' astro migliore, se 
ti sta a petto il mio infortunio deh ! il sangue che gronda da 
queste ferite, i cari miei giorni immaturamente finiti, 1' avvilito 
onore di mia persona, la congiura iniqua, il tradimento deh! 
vendica, o sorella, sopra 1' inimico. Né ti plachi l'idea che fiorente 
sia questo regno tuo. Se colle armi non mozzi della corona il 
monarca aragonese, segno tu pure sarai alle azioni di viltate, ai 
tradimenti dei suoi sudditi. Deh ! vendica, o sorella .... A questi 
detti colla forte mano 1' afferra , ed emesso un grido forte e do- 
loroso si asconde Ugone nelle sue ombre di morte. Al tocco della 
forte mano si desta la figlia di Mariano, toglie furente la spada 



io 



74 






Et gosi hat naradu cun forti dolori 

Siclii tillu juru infelizp Ugoni 

Vindicada liat essiri sa tua traicioni 

De plus cheret narrer sa egregia et possenti 

Ma crcscet su male et plus fortimenti 

Cali daessos ventos agitada rosa 

Dae su sole arsida in terra arenosa 

Et debilitada perdet su colori 

Ruit dulcemcnti cullu gralu fiori 

No ataranienti cedit Elionora 

Candii sa lughenti nobili Aurora 

Nos nunzat su die ja perissa terra 

Sentitsi savvisu frades assa guerra 

Figius assas armas assas armas ancu 

Respondit su coru dessu Sardu francu 

Ja assu viaggiu sunt apparizados 

Fedeles (1) lieros homines soldados 

Sordine aspettando de culla jujghissa 

Pro cavaligari impari cun issa 

Candu dae Sellori inhue est su campu 

Cumparit currendu cali unii lampu 

Unu Sardu armadu chest Miali gallu 

Homine possenti et forti a cavallu 

Cantu de ingeniu sublimi incisori 

De varios sigillos grandi faghidori 

De culla Segnora multu aprexiadu 

Et prò custa seca bene stipendiadu 

Chi cun sos tres figios de cussarti umpari 

Illa hat seguida prò chi su exemplari 



(i) Fedeles , fedeli. Intendo quegli ottimati che possedevano feudi. 



75 

fatale e nell'impeto del dolore così esclama: Se il vuoi, tei giuro, 

Ugo infelice ; il tradimento tuo sarà vendicato. La egregia, la 
possente più dir voleva , ma gliel niega il male che si esacerba. 
Come rosa sbattuta dai venti , arsa dal sole in terreno arenoso ed 
infiacchita perde il color suo, e cade dolcemente , non altrimenti 
cede Eleonora. La bella lucente aurora non sì tosto ne annunzia 
il giorno, che dovunque rimbomba la voce-Fratelli alla guerra-alle 
armi, Figliuoli* ed alle armi, all'armi, risponde spontaneo il cuore 
del Sardo. I fedeli , i liberi , gli uomini assoldati sono già pronti 
al viaggio : non aspettano che il comando della giudicessa per ca- 
valcare insieme con lei. In questo mentre , correndo come un lampo, 
appare un Sardo vegnente dal campo di Sanluri. Era Michele 
Gallo , tanto animoso e prode cavaliere , quanto era d' ingegno 
come incisore sublime , e facitore abilissimo di svariati sigilli ; in 
grande pregio presso alla regina, e bene stipendiato per questa 
zecca. Il quale, con tre figliuoli suoi e compagni nell' arte, teneva 



76 



Fagherit de totus guerras et victorias 
Pro eternizari illoy sas memorias 
Totu pruinosu confusu et de affannu 
Plenu conoschidu inlrat iteu dannu 
Cun Loghi tremanti narat a su nunzu 
Dongiat mi licencia de dari unu annunzu 
Chest de interessu multu a sa jujghissa 
Chi lotu es perdidu si no benit issa 
Comenti es remasida donna Clementina 
•• Candu hat vissidu sa nostra Eroina 
Non ja "scaldada de ibgu martiali 
Ma pallida et binchida de gotali mali 
Cun gravi respetu dogniunu la mirat 
Nexunu la chiamai nexunu respirai 
Totu est silenzulma finalimenti 
Cedendo su mali et minus possenti 
Issarzat sa testa sos oghios saperint 
Cullas caras lughes chissos coros ferint • 
Ma pero mirando saurora lughenti 
(1) ini sentit et intro sa genti 
Fixa contemplando su tristu Miali 
Intesidu illappo, annunzu fatali 
Battis dae su campu narat Elionora - 
Annunzu fatali respondit Segnora 
la dadu assa grandi Victoria su fini 
Dae su donnu Paulu et donnu guantmi 
la saragonesu binchidu et feridu 
Fini assu Castellu hue sest recollidu 
Factos pregioneros trescentos soldados 

(i) Forse qui si può leggere dolori. 



77 
dietro alla gran donna, onde delle sue guerre e vittorie traesse 

modelli tali da immortalarle. Tutto polveroso, scomposto ed in preda 
all' angoscia, egli giugne al palazzo, e con voce tremebonda oh! 
quale e quanto danno, ei dice al nunzio. Deh! mi concedi di fare 
alla giudicessa un' ambasciata di grande importanza. Tutto è per- 
duto se dessa non viene. Oh ! qual pena provò donna Clementina 
quando vide la giudicessa non già calda di fuoco marziale, ma 
pallida e vinta dal malore. In atto di sommo rispetto ognuno la 
contempla. Nessuno la chiama, nessuno osa di fiatare, tutto è si- 
lenzio. Infine al mitigarsi del male solleva ella la testa, le si schiudono 
gli occhi, quei cari occhi che i cuori trapassano, e mirando come 
già lucida era l'aurora, penane sente, e fra tutti i presenti prende 
ad affisare 1' afflitto ambasciadore. Intesi, intesi . . . dice, fatale 
annunzio tu rechi dal campo. Sì, annunzio fatale, quegli risponde. 
Per Don Paolo, per Don Guantino compiuta già era la gran 
vittoria; già vinto e rotto era l'Aragonese, ed inseguito insino al 
castello, dove trova uno scampo; già trecento soldati caduti erano 



78 

Armas et cavallos illoy guadagnados 
Ennida sa noeti no si rcposamus 
Inlro dessu campu inhue ritiramus 
Senza de timore a menti signra 
Candu in su silenzu dessa noti oscura 
Dae logu removidu rninus sospettivili 
Ottochentos homines dae su consentivili 
Rufianu condusidos diligentimenti 
Intro su Castcllu inhue est sa genti 
Pro vias secretas cun grandi fortuna 
Intrant chi soldadu ne genti ncxuna 
Vidiri illos podet sos assalligiados 
dista compania tenendo assos lados 
la arsant sa testa sodiu si recordant 
De si vendicari su modu concordant 
Dae su Castellu totu incontinenti 
Senza dari tempus a sa nostra genti 
Nos benint supra su ferru et su fogu 
Secretos nos battint in dognia logu 
De sos traidores su campu est copertu 
Cum socchisione sa via shant apertu 
Sa rabie ja sfogant contra su dormidu 
A su binchidori ochit su binchidu 
Morit donnu juanni cun su donnicellu 
Martini carau et Miali Puxellu 
Morit Guantinu morit Creindeu 
Morit Salvadori caru figju meu 
Chassu forti clamu chissu hat ettadu 
Saltu daessu sonnu et ancu est saltadu 
Truiscu et Comida sas ispadas leando 
Et aissas armas in altu clamando 



79 

prigioni , e con essi cavalli ed armi. Venia la notte , e raccoltici nel 

campo con animo sicuro e di nulla tementi, pigliavamo riposo. Se 
non che tra il silenzio della notte oscura, da luogo lontano meno 
sospettevole , guidati da assai scaltrita e bene intesa spia, giungono 
ottocento uomini e s' introducono nel castello dove stavano i vinti. 
Così secrete furono le loro vie, tale fu la loro fortuna, che nessuno 
del campo nostro se ne avvide. A questo rinforzo pigliando lena 
gli assaliti alzano di subito la testa , Y odio rimembrano , si mettono 
d 5 accordo a trarre vendetta di noi. Escono incontanente dal castello 
e venutici sopra col ferro e col fuoco secreti ne battono dovunque. 
Coprono il campo i traditori : colla strage si aprono la via : sfogano 
la rabbia contro i dormienti: ed il vinto ammazza il vincitore. 
Muore Don Giovanni col suo figliuolo , Martino Carau e Michele 
Puxello. Muore Guantino, muore Creindeo e Salvatore, caro figlio 
mio. Al forte grido da lui mandato, balzo dal sonno, balzano pur 
anco Truisco e Comita. Tolte le spade, e chiamando in alta voce 



so 

Supra sinimigu sumus in suslanti 

A gotali clamu curril dormii fanti 

Currit Pcdru longu et Anthoni Unali 

Franciscu de ligia et Pedru vitali 

la dae dogma parti pervenit sa genti 

Et ja su cherlu si l'aghi t ardenti 

Parli prò reprimer sinimicu fogu 

Inhue est bisognu currit a su logli ~ 

Parti ettat abba et ateros tagiant 

Pro iteu chi sas flamas arder plus non bagiam 

Conienti leoni dogniunu accurrit 

Et donnu Paulu cun sos suos currit 

Prontos assu samben currint a probia 

Donnu Guantinu cun sa compania 

Et plus fera intandu sa strage savanzat 

Su forti guerreri batuor ini lanzat 

Truiscu et Comida assos meos lados 

Ja de Salvadori si sunt vendicados 

Pro totu sa noti dwada est sa guerra 

Et currit su samben prò totu sa terra 

Ma ja donnu Paulu sa vida hat finidu 

Et dognià coru tremari sest bidu 

Et dae sos nostros sa forza est mancando 

Et dae sas manos sos ferros calando - 

Talimenti chi si chertat a istenlu 

Non prò guadagnari oro nen argentu 

Ma prò conservari sa propria personi 

Dae sa servitudini et dura pregioni 

A morriri prontos chest megius sa morti 

Che darisi vivos a una trista sorti 

Gosi hat naradu ma sa jujghissa 



81 

alle armi, nell' istante ci gettiamo sopra l' inimico. Corre tosto Don 

Fanti, e con essi Pietro Longo, Antonio Unale, Francesco Deligia 
e Pietro Vitale. Da ogni lato sopraggiungono le genti e la zuffa si 
fa ardente. Si corre dovunque evvi bisogno di arrestare il fuoco 
nemico; chi gitta acqua, chi taglia, onde alle fiamme sia tronca 
la via. Tutti quanti accorrono a guisa di leoni. Ed accorre Don 
Paolo coi suoi, e pronti pur essi al sangue accorrono a gara Don 
Guantino e la sua compagnia. Più fiera allora diviene la strage- 
li forte guerriero quattro ne lancia; e Truisco e Cernita ai fianchi 
miei già traggono vendetta dell' ucciso fratello. La guerra dura 
per tutta la notte e scorre il sangue per tutto il suolo. Ma Don 
Paolo, ahi destino iniquo! già perde la vita, ed ogni petto ne trema: 
già vien meno ai nostri la forza , dalle stanche mani caggiono le 
spade, attalchè si battaglia a gran stento non per acquistar tesori, 
ma per salvar se stessi dal servaggio e dalla dura prigionia o per 
incontrare la morte : che meglio è morire , che cader vivi sotto una 

sorte sì malvagia. Così parlava. La regina allora furibonda quale 

ii 



82 



Esclamai furiosa cali lionissa 

Tantu hausu hai havidu sa genti binchida 

Chi cusla hai tentatili temeraria essida 

custa est Ugoni culla traicioni 

Chi depo reciviri dae custa nacioni 

Ma su tuo e rneu satisfaghimentu 

Como est de leari senza iscampamentu 

Supra sos malvagios cun grandi rigori 

Et gosi narando de cullu dolori 

Ja ismentigada sas armas furiosa 

Si estit et posca sa lanca famosa 

Chi jughit sa morti stringhit in sa manu 

Et dadu unu abracidu a su suo Marianu 

Supra su cavallu sehit sa possenti 

Et gosi bortada daenanti sa genti 

Cavalieris narat homines genlilis 

Et genti de armas de coros non vilis 

Chi ja bene ischides sa fraudi et s ingannu 

De saragonesu et ancu su dannu 

Et sa gravi istrage chi hoy istat faghendo 

Dessos frades vestros Ggios vos pretendo 

Grandi ardirimentu prò si vindicari 

Sas multas offensas et prò liberari 

Sos fìgios et frades et vestros amigos 

Dae sos traitores viles inimigos 

In ateras pero megius ocasiones 

Ateras vos naro fortes ragiones 

De poder leari satisfaghimentu 

Massu narrer corno attit perdimentu 

Curramus prò tantu inhue sa gloria 

Nos dughit umpari cun issa Victoria 



83 
leonessa in tal guisa esclama : Tanto ardire ebbono i vinti da ten- 
tare sì temeraria uscita? ah! sì, Ugone, t' intendo: e desso quel 
tradimento , onde quella nazione doveva farmi bersaglio. Ma giunta 
è 1' ora di farne sopra i malvagi la mia e la tua vendetta più 
rigorosa. In questo dire, ella, immemore già di quel suo dolore, 
furente si veste delle armi, la lancia impugna, quella lancia famosa 
sulla di cui punta sta morte. Dato un abbraccio al suo Mariano , 
monta la possente a cavallo. E da questo, diretta alle sue schiere, 
cavalieri, lor dice, uomini di buona schiatta e genti d' arme di petto 
virile, già ben conoscete le frodi, gl'inganni dell'Aragonese, il danno 
e la strage che va facendo dei fratelli vostri. Grande ardimento , o 
figli, da voi pretendo per la vendetta delle molte offese, e per la 
salvezza dei fratelli, tìgli ed amici vostri, dalle mani dell'inimico 
vile traditore; a tempi migliori, più forti ragioni vi darò perchè 
prendere si debba tanta soddisfazione : che il narrarle ora reca 
perdita di tempo. Corriamo dunque , laddove la gloria ne conduce 



84 



Gosi issa hai nadu et incontinenti 
Punghit su cavalla et cun issa genti 
Curri l prò leari sas palmas gloriosas 
Assas armas suas semper victoriosas 
Sa cali Victoria cun clara ragioni 
Illa hat a descriver salerà cantoni 



Si ►£ gnum mei becli quondam Simonis chelis imperiali aucloritale 
notarii publici qui de mandato Magnifico et Egregie domine Elionore 
judicisse Arbaree etc. hoc transumptum bene et fìdeliter a suis 
originalibus scilicet a quodam rotulo carte pergamenee et aliis li- 
teris et scriplis in papiri foliis quod et que inventa fuerunt una- 
cum aliis similibus in scriplis recolende memorie Mariani et Ugonis 
judicum arbaree nec non ab alio folio et uno quaterno continenti 
quatuor papiri folios ubi describilur una ex victoriis presentis et 
infrascripti anni ejusdem domine judicisse que omnia scripta fuerunt 
a quondam Venerabili jurisperito Torbeno Falliti hujus Civitatis 
Arestanni scripsi et legiptimc comprobavi orlavo calendas januarii 
anno a Nalivitate domini Mill. CCCLXXXV. cum rasis et emen- 
datis in lin. VI. ubi dici tur neque superbus in XII. ubi legitur 
aquesta in XXII. ubi supraponitur confluit in XXVIIII. ubi dici- 
tur quam plurimi et in XXXIII. ubi inspicilur satisfactionem et 
in LUI. ubi legitur Gerardo et in LVIII. ubi dici tur servici um dicti 
judicis et in LXV. ubi supraponitur dita et in LXXV ubi legitur 
regnum et in LXXXVI. ubi dicitur comune pise et in CIV. ubi 
ponitur sapientibus et in CXXI. Aragoncnses et CXXXIV. ubi 
supraponitur regalie et CXXXXIV. ubi dicitur Georgius Amati or- 
dinis et in ultima linea literarum ubi legitur circumbstantia. In 
quarta vero versuum ubi legitur ordines et in XII lionissa 
et in XX supraponitur bellona et in XXVI ubi dicitur timori et 



85 

insieme colla vittoria. Ciò detto, sprona immantinente il cavallone 

colle sue genti corre per aggiungere alle sue armi mai sempre vin- 
citrici, novelle palme di gloria. La quale vittoria verrà chiaramente 
descritta dall' altra canzone. 



86 

in eadem assas armas et in XXVII. pobulu et in XXXV. sa guerra 
plus et in eadem vendicari et alibi ettat et XXXX. ubi suprapo- 
nitur narat et in eadem ubi legitur eonsentientes et in XXXXIV. 
ubi dicitur su puntu et in linea II. presentis ubi corrigitur qua- 
terne» continenti in HI. ubi emendatur in XXII. ubi supraponitur 
confluit et in linea VI. ubi legitur et in eadem que omnia acci- 
derunt non vitio set errore. 



Si (1) gnum 



(i) In mezzo a questa parola si vede la figura 'I' un sigillo notarile. 



TESTO 



DELLA PERGAMENA 



NEL VERSO 



88 



Forsitan et lice olim (1) meminisse juvabit Franciscus carau 
Cali, sui magislri memorie dedicat sequentes 



Di quel passato huom de grande altura (2) 
E di mente e di senno smisurato 
Che avea de le muse la dolzura (3) 
Che lo sardo Petrarca fue (4) clamato (5) 
Canto eo (6) che lasciando la figura 
Tutta fango lo spirito volato 
Lo se tolle (7) il Signore sua fattu ' 
A suo loco menando destinato 
Al mondo fue venuto 
Con meno di splendore 
El (8) li nego 1 honore 
Quel Albero (9) fronzuto 
Quel Albero antiquo et immortale 
Che 1 ombra li furo al suo natale 



(1) Emistichio del verso 207 della Eneide di Virgilio, lilj. «. 

(2) Altura per altezza (Dante). 

(3) Dolzura per dolcezza (Fra Jacopone). 

(4) Fue pernii (Dante anche fuori «li rima). 

(3) Clamato da clamare, voce latina poetica, che vale gridare- 

(6) Eo per lo. Eo fu detto dai Romani rustici in vece di Ego. Si trova frequentemente 
negli antichi poeti (Rime antiche). 

(7) Tolle per toglie (Dante). 

(8) El per egli (Dante). 

(9) Sotto quest'allegoria dell' 1 Albero viene raffigurata la casa principesca d"'Arhorea; 
dacché i! Falliti era figlio naturale d'EIgone III. 



89 



1. 



Di quel passato uom di grande altura 
E di mente e di senno smisurato , 
Che avea delle Muse la dolzura , 
Che lo Sardo Petrarca fue clamato, 
Canto io, che lasciando la figura 
Tutta fango lo spirito volato , 
Lo se tolle il Signore , sua fattura 
A suo loco menando destinato. 
Al mondo fue venuto 
Con meno di splendore. 
El li negò 1' onore 
Quell' Albero fronzuto , 
Queir Albero antiquo ed immortale , 
Che 1' ombra li furò al suo natale. 



12 



90 



L altura e Io bellore (1) della Corte 
Quella rotante (2; li mostroe (3) non dallo (4) 
Magno saria lo suo splendor la sorte 
A mancantia (5) di luce partito (6) hallo 
Si vul (7) che di fallito il nome porte 
E 1 ha fallato del suo padre il fallo (8; 
Ma lo amaro le frondi fino a morte 
Se frutto suo quell albero non fallo 
Che di natura il dritto 
Passa o (9) passa amore 
E dil (10) fra tei nel core 
Si spande e resta fìtto 
E d amore anco nullo perceputo (11) 
Vene (12) indutto ad amar con parlar muto 



(i) Bellore per beltà, bellezza (Rime antiche). 

(2) La Fortuna , che si figura cieca e calva , colle ali ai piedi , uno dei quali tiene 
sopra una ruota e l 1 altro in aria. 

(3) Mostroe per mostrò. Viene dal plebeo fiorentino. Di preteriti indeterminati con 
queste terminazioni fa uso più volte il poeta tanto fuori rima , quanto in rima. 

(4) Dallo intendi glielo dà. 

(s) Pretta voce della infima latinità, quando la più gran parte dei nomi si finivano 
in antia. Il nostro poeta fece uso in rima e fuori di molli nomi così terminati. Le desi- 
nenze italiane in anzia si trovano in molti poeti antichi ed anche in Dante. Finalmente 
Fuso portò di cambiare ['anzia in anza. 

(6) Pare che partito si possa prendere per divìso od allontanato (Dante). 

(7) Vul per vuol. 

(8) Ecco uno di quei giuocolini che talvolta piacquero troppo allo stesso Petrarca. 
Tale n 1 è il senso: ed il fallo del suo Padre lo ha macchiato. 

(9) O' coli 1 apostrofo per ove fu degli antichi: mentre i moderni più sovente adope- 
rano Vii, troncamento dell' ubi. 

(io) Dil per del. 

(n) Perceputo per inleso. 

(12) Vene per viene. 



91 

2. 



L'altura e lo bellore della Corte 
Quella rotante li mostrò, non dallo. 
Magno saria lo suo splendor : la sorte 
A mancanza di luce partilo hallo. 
Si vuol che di Fallito il nome porte : 
E 1' ha fallato del suo padre il fallo. 
Ma lo amaro le frondi fino a morte , 
Se frutto suo queir albero non fallo. 
Che di natura il dritto 
Passa ù passa amore , 
E del fratel nel core 
Si spande , e resta fitto : 
E d' amore anco nullo perceputo 
Viene indutto ad amar con parlar muto. 



92 

Ne con ciò sia che 1 albero non laggia (1) 
Fatto suo frutto e non poteo legale 
Hajo (2) dire corno mare in la spiaggia 
Trae 1 arena di sentore (3) tale 
Fusse (4) lo padre che dello (5) no caggia (6) 
Cheste (7) no lo perceve ne lo vale 
La sua grandezza che lo core raggia 
Ma come donca (8) riparoe lo male 
Con tale misurantia (9) 
La betsabea (10) nutria 
Mariano che va già 
E il frutto di fallantia (11) 
E cosi non despetto (12) ne celato 
Con prudentia lo padre 1 ha servato 

Falla lo padre per fragili tate 
Se aberra dal diritto e transe (13) al torto 
Se da respetto human moralitate 
Tutta perdente 1 huomo poi absorto 

(1) Aggio. , voce del soggiuntivo del verbo difettivo Aggio , lo stesso che ho. Abbo 
era pure un verbo difettivo antico, di uguale significato. Ciò si nota ; dacché questa voce 
si trova usata nel frammento della lettera pastorale del 740. 

(2) Hajo per aggio. Dante usò haja per abbia. 

(5) Sentore per sentimento , voce antica (Fra Jacopone). 

(4) Fusse per fosse. Si trova in buoni autori. 

(5) D' elio per da lui. (Dante). 

(e) Caggia per derivi, provenga (Petrarca). 

(7) Este o esto per questo (Dante). 

(8) Donca per dunque, dal romano adonca , donca. 

(9) Misuranza per misura. ( Fra Jacopone ). 

(10) Intendi la madre del Falliti. 

(li) Fallanza per fallo , peccato (Dante). 

(12) Despetto da despicere , voce latina, ossia vilipeso, disprezzato (I fioretti di S. 
Francesco ). 

(13) Da transire latino , che vale passare (Fra Jacopone usava transi ■ transiva) 



93 

5. 

Ne conciossiachè 1' albero non 1' aggia 
Fatto suo frutto , e non poteo legale , 
Hajo dire , come mare in la spiaggia 
Trae 1' arena , di sentore tale 
Fosse lo padre , che da elio non caggia : 
Ch' esto non lo perceve , né lo vale 
La sua grandezza che lo core raggia. 
Ma come dunque riparò lo male ? 
Con tale misuranza. 
La Betsabea nutria 
Mariano che vagìa , 
E il fratto di fallanza. 
E così non despetto ne celato 
Con prudenza lo padre lo ha servato. 



Falla lo padre per fragilitale 
Se aberra dal diritto, e transe al torto. 
Se da rispetto uman , moralitate 
Tutta perdente , 1' uomo poi assorto 



94 



Gitla lo frutto senza cantate 

Como nave in lo mare senza porto 

Elio e una fiera di crudelitate 

E chi lo vule (1) annegato o morto 

Ma fallito ha trovato 

E dolzura e conscientia 

Che li dono la scienlia 

Se honore 1 ha negato 

Tutta scientia elio ebbe convellente 

Allo suo talento sufficiente 

De li sui più famosi non contento 
Sardi istruttori in più lochi passoe 
Lo giovine di grande intendimento 
La divina scientia (2) abbraccioe 
Siccome di sottile intendimento 
Profondo jusperito diventoe 
Con li sapienti ebbe parlamento 
Como li tanti studj visitoe 
Ma quando la dulzura 
Provo de la poesia 
Tutta sua malia 
Li schiuse con valura (5) 
E grande frutto està li propone 
Per la calura (4) d' immaginazione 

Qual capitano de la impresa degna 
Ritorna onusto di trionphi e doro 



(i) Vule per vuole. 

(2) Intendi la giurisprudenza , divinarum humanarumquc rerum notitia. 

(3) Valura per valore, virtù, eccellenza (Fra Jacopone ). 

(4) Calura per caldura, caldezza , calore (Dicerie diverse) 



95 

Gitta lo fruito senza cantate, 

Come nave in lo mare senza porto , 

Elio è una fiera di crudelitate , 

E chi lo vuole annegato o morto. 

Ma Fallito ha trovato 

E dolzura , e coscienza , 

Che li donò la scienza , 

Se onore gli ha negato. 

Tutta scienza elio ebbe conveniente 

Allo suo talento sufficiente. 

5. 

Delli sui più famosi non contento 
Sardi istruttori in più lochi passoe (1) 
Lo giovine di grande intendimento. 
La divina scienza abbraccioe : 
Siccome di sottile intendimento 
Profondo jusperito diventoe. 
Con li sapienti ebbe parlamento 
Come li tanti studj visitoe. 
Ma quando la dolzura 
Provò della poesia , 
Tutta sua malia 
Li schiuse con valura, 
E grande frutto està li propone 
Per la calura d' immaginazione. 



5 J 



6. 



Qual Capitano della impresa degna, 
Ritorna onusto di trionfi e d' oro , 

(i) Ho voluto conservare questo modo plebeo: giacché il poeta volle fare questa stanza 
in versi piani e non tronchi. 



96 



Si ritorna fallito alla Sardegna 

Ricca la mente di tanto tesoro 

tutto amor con impeto impegna 

Di tutte grazie e de le muse al coro 

Di Dante e di Petrarca che lo insegna 

Li versi sui contenenti foro (1) 

Tutta natura move 

Quando canto lo amore 

Damor prende lo core 

Te vince senza prove 

Se con sentore le sententie incanto (2) 

Se con tristantia (3) te ammolla (4) il pianto 

La madre sua monto per infirmantia (5) 
A Callari suo loco o habitare 
Sente di sua salute per certantia (6) 
Con Ugueto fallito sente stare 
Suo fratello notajo di nomantia (7) 
E con li sui sua vita menare 
Con lo suo che have e la substantia (8) 
Che lo judice li vole donare 
Vene Torbeno ancore 
E da tutti abbramato 
Grande ufficio ha lucrato 
Per lo Governatore 

(1) Foro per furono (Dante). 

(2) Sottointendi fanno incanto. 

(5) Tristanza per malinconia (Fra Jacopone). 

(4) Ammollare per bonificare, addolcire (Compagni). 

(6) Infirmantia dal Ialino infirmitas. 

(6) Certanza per certezza (Barberino). 

(7) Nomanza per rinomanza j fama (Pater noster). 
(o) Voce latina. Nel vocabolario si trova substanziale. 



97 
Sì ritorna Fallito alla Sardegna 
Ricca la mente di tanto tesoro : 
U' tutto amor con impeto impegna 
Di tutte Grazie e delle Muse al coro. 
Di Dante e di Petrarca che lo insegna 
Li versi sui contenenti foro. 
Tutta natura move. 
Quando canta l'amore 
D' amor prende lo core. 
Te vince senza prove : 
Se con sentore , le sentenze, incanto : 
Se con tristanza , te ammolla il pianto. 



7. 



La madre sua montò per infermanza 
A Cagliari , suo loco , u' abitare 
Sente , di sua salute per certanza. 
Con Ugueto Falliti sente stare 
Suo fratello notaio di nomanza : 
E con li sui sua vita menare , 
Con lo suo che have , e la sostanza, 
Che lo judice li volle donare. 
Viene Torbeno ancore : 
E da tutti abbramato 
Grande ufficio ha lucrato 
Per lo Governatore. 



13 



98 

Che la virtutc ha prctio in tutto loco 
E alza 1 huom come alla sfera foco 

Molti boni dono componimenti 
Che da li fiori a la sardesca Musa 
Secondo de li tempi i mutamenti 
Se corno avea tutta scientia infusa 
Porlo alti e sublimi argomenti 
Nullo pero li debbia (1) far accusa 
Se ha mostrato secondo i pensamenti 
Quanto elio ha percepulo di Medusa (2) 
Ma tutto spiritoso 
Fue lo suo cantare 
E lo suo immaginare 
Tutto maraviglioso 
Se cosa a ventate aggiunge o fura 
La e la colpa de la sua calura 

Un argomento spingerne chel porte 
Che quasi questa misurantia afferra 
Como bene concetto e lo più forte 
Del verbo la venuta a questa terra 
Che fa luce alle tenebre e alla morte 
Date da lignorantia prima guerra 
De 1 huomo che a la mente muto sorte 
Como luce che cecità disserra 
Como elio fue la vita 
Non tanto naturale 
Como la spirituale 

(i) Debbia per debba (Dante). 

(2) Medusa intendi Sardegna, così appellata da quella Medusa , figlia di Forco, che 
gli scritlori nazionali non esitavano una volta di tenere per regina di Sardegna, e succe- 
dànee al suo padre, tenuto per il primo re di Sardegna. 



99 
Che la virtute ha prezzo in tutto loco , 
E alza 1' uom , come alla sfera foco. 

8. 

Molti buoni donò componimenti. 
Che dà li fiori alla Sardesca Musa 
Secondo delli tempi i mutamenti. 
Siccome avea tutta scienza infusa 
Portò alti e sublimi argomenti. 
Nullo però li debba fare accusa , 
Se ha mostralo, secondo i pensamenti , 
Quanto elio ha perceputo di Medusa. 
Ma tutto spiritoso 
Fue lo suo cantare : 
E lo suo immaginare 
Tutto maraviglioso. 
Se cosa a veritate aggiunge o fura, 
La è la colpa della sua calura. 

9. 

Un argomento spingemi che el porte , 
Che quasi questa misuranza afferra, 
Come bene concetto e lo più forte , 
Del Verbo la venuta a questa terra , 
Che fa luce alle tenebre, e alla morte 
Date dall' ignoranza, prima guerra 
Dell" uomo, che alla mente mutò sorte.. 
Come luce che cecità disserra : 
Come elio fue la vita 
Non tanto naturale, 
Come la spirituale 



100 



Et eterna infinita 

Ne venga a ciò da chi era innanzi tempo 

E fatto carne a gloriar lo tempo (1) 

Tante Canzoni et altro dono fore 
Ma o linvidia che a quello che più vale 
Tolle valura e più absconde honore 
Non co dico fusse generale 
Quando tutto 1 amo Governatore 
sia che fue svelato elio tale 
Rubello che fugendo per timore 
Transe a se salvare a lo suo eguale 
E corno confiscati 
Forno (2) li beni soi (3) 
Tutti li scritti poi 
Foro tutti menati 
dolore li frutti sui andaro 
In perdimento senza alcun riparo 

De li amici etiamdio (4) iu neglige ntia 
Glie molti frutti andaro in perdimento 
Tutti frutti di somma sapientia 
Che pianti sarian con molto lamento 
Scamparo apena da està sententia 
Li pochi suti (5) da poi il mutamento 
Che tenendo in lo core displicentia (6) 



(1) Su questa stanza, veggasi l 1 illustrazione intitolata , Torbeno Falliti, poeta sardo. 

(2) Forno . sincope di Jurono. Di questa pronunzia si compiacque assai Giovanni Vil- 
lani. 

(3) Soi per sui, plurale di 50 per suo , usato nel secolo XIII. 

(4) Eziamdio (Prose fiorentine). 

(8) Suto, tronco di essulo , da essere. Lo stesso che stalo. 

(6) Displicentia , lo stesso che dispiacenza (Fioretti di S. Francesco). 



101 
Ed eterna infinita 

Ne venga a ciò da chi era innanzi tempo , 
E fatto carne a gloriar lo tempo. 



10. 



Tante canzoni , ed altro donò fore. 
Ma o l' invidia , che a quello che più vale 
Tolle valura , e più asconde onore , 
Non io dico fosse generale , 
Quando tutto 1' amò Governatore : 
sia che fu svelato elio tale 
Rubello , che fuggendo per timore 
Transe , a se salvare , a lo suo eguale : 
E come confiscati 
Foro li beni soi 
Tutti gli scritti poi 
Foro tutti menati. 
Oh ! dolore li frutti sui andaro 
In perdimento senza alcun riparo. 



11. 



Degli amici eziandio fu negligenza 
Che molli frutti andaro in perdimento: 
Tutti frutti di somma sapienza 
Che pianti sarian con molto lamento. 
Scamparo appena da està sentenza 
Li pochi suti da poi il mutamento. 
Che tenendo in lo core dispiacenza 



102 



La musa li donava pesamento (1) 

Che essendo a Mariano 

Si legalo e fedele 

Fusse slato infedele 

Allo suo sovrano 

Esto lo consumeva e all'anno dava 

Tanto està nomantia li pesava (2; 

Et intro se dicia (3) lo sfortunato 
Lo grave suo dolore si ingannando 
A tanto me natura hae forzalo 
Como quella ohe sempre va clamando 
Se quella donca tanto ali huom ha dato 
Di trahere a lo fratel anco ignorando 
Lo meo (4) fallo se non tutto scolpato 
Non dona la sententia di nefando 
Tanto il dolor 1 afflisse 
Che il nome di rebello 
Era forte coltello 
Che lo core li fisse 
Che a core sentienle honor mozzato 
fama vita e niente tutto ha dato 

Ma quando appo Ugone fue recetto 
Di tutta scientia de lo padre instrutto 
da la egregia Eleonora accetto 
Si corno da necessitate indutto 
E che 1 obbligazione da respetto 
Di quel sapere dono alcuno frutto 

(i) Peso , gravezza. 

(2) Pesava per doleva (Dante). 

(3) Anticamente _, dicìa per diceva si usava come solia per soleva, tenia per teneva. 

(4) Meo per mio dissero tutti gli antichi alla latina, come Deo per Dio. 



103 
La Musa gli donava pesamento. 
Clic essendo a Mariano 
Sì legato e fedele , 
Fosse stato infedele 
Allo suo sovrano , 
Esto lo consumeva e affanno dava. 
Tanto està nomanza li pesava ! 

12. 

Ed entro se dicea lo sfortunato, 
Lo grave suo dolore sì ingannando : 
A tanto me natura have forzato 
Come quella che sempre va clamando , 
Se quella dunque tanto all' uom ha dato 
Di traere allo fratel anco ignorando , 
Lo mio fallo, se non tutto scolpato, 
Non dona la sentenza di nefando. 
Tanto il dolor 1' afflisse , 
Che il nome di rebello 
Era forte coltello , 
Che lo core li fìsse. 
Che a core senziente , onor mozzato 
fama, vita è niente , tutto ha dato. 

13. 

Ma quando appo Ugone fue recetto , 
Di tutta scienza dello padre instrutto , 
dalla egregia Eleonora accetto, 
Siccome da necessitate indutlo, 
E che 1' obbligazione da rispetto , 
Di quel sapere donò alcuno frutto , 



104 

Per lo quale lucro molto concetto 
Con ciò che renitesse il core in lutto 

Canto (1) 

Ilic est discipulus ille 



w.. ....-■•.;- .. 



(2) In summa notandum est quod ex subtractione decimarum hec 
mala proveniunt quatuor et primum prevaricatio dominici mandati. 
Secundum quia cum olim homines solventes decimas bonis omnibus 
habundarent ut XVI. q. Vili, majores (5) nunc quia decime non sol- 
vuntur ad decimas convinciuntur ut XVI. q. I. decime. (4) Tertium 
quia dominus non increpat locustas nec plagas amovet ut XVI q. I. 
revertimini. (5) Quartum quod non accipit Christus hoc tollit fiscus ut 
inpredicto e. majores. Decimas vero dantes quadrupliciter remu- 
nerantur. Prima remuneratio est habundantia frucluum. Secunda 
corporis sanitas. Tertia indulgenza peccatorum. Quarta premium 
eternum ut probatur hoc XVI q. I. decime. (Nunc videamus de 
secunda parte (6) r? hoc est de primitiis. Et sciendum quod primitie 
debile sunt ex precepto domini dicentis in exodo decimas et pri- 
mitias non tardabis offerre et alibi primitias terre tue deferes in 
domum domini dei tui. Item ex consti lutione canonica ut XVI. q. I. 
revertimini et XXXII. (7) Quantitas autem primitiarum in 

(1) Qui cominciava il sunto dei canli sardi del Falliti, quelli appunto che ora si pub- 
blicano. 

(2) Questa breve scrittura sulle decime e sulle primizie, pare che sia un parere dato 
sopra le principali dottrine intorno a tale argomento. 

(3) Intendi causa XVI , quaest. VII, cari. Vili majores in decreto Gratianì. Corpus 
juris canonici, toni. I, edit. Augusta T aurino r um , 1776. Chiaro è dunque che sia 

errato il num. Vili, come si legge nel testo della Pergamena. 

(4) Decrct. Gratianì, causa XVI , quaest. I, can. LXVI. 
(e) Id. Decret., causa XVI , quaest. I , can. LXV . 

(6) Fone responsionis. 

(7) Forse Cap. XXXII De decimis , primitiis et oblationibus. in Decretai. Gregorii IX. 



105 

Per lo quale lucrò molto concetto. 
Con ciò che renitesse il core in lutto 
Cantò (1) . 



(l) Mi nasce dubbio che la vera lezione del verso 2 della stanza 8 (pag. 99) possa essere 
— Che dalli fuori (ossia li dà fuori) a la Sardesca Musa. In questo caso i tre primi versi 
potrebbono cosi punteggiarsi: 

Molti buoni donò componimenti. 
Che dalli fuori alla Sardesca Musa 
Secondo delti tempi i mutamenti. 
Nella stanza io, verso 6, ( pag. noi ) leggi fue svelato. 
E nella stanza li, verso 8, (pag. 103 ) leggi la Musa li. 



14 



106 

libris Moysen non invenitur expressa. De hoc lumen ponimus ma- 
jorum traditione introductum quod qui haberent plurimum XL. par- 
tem dabant qui autein minimura sexagesiraum et sic nunc XL. et 
LX. licebat offerre prò voluntate solventis (1) C I. et 

hoc verum efficitur in aridis et liquidis in pecudibus vero primo- 
genitura 

(i) Non vi ha dubbio che si accenni al < ap. I dello stesso titolo De deciinis, prim. e te. 



ILLUSTRAZIONI 



PARTE PRIMA 
SEZIONE I. 

ARTICOLO i. 

Prime invasioni dei Saraceni , e condizioni religiose 
dell' isola a quei tempi. 



N 



issuna parte della stom nostra ecclesiastica e civile è tanto tenebrosa , quanto 
quella che corre dal secolo Vili al secolo XI , o a dir più chiaro, dalle 
prime incursioni dei Saraceni infino all'ultima e finale loro cacciata dalla Sar- 
degna. Rimanendomi alle istesse prime incursioni che hanno relazione con 
questa scrittura, dirò che la storia mancava per lo passato di monumenti tali 
da poterne segnare V epoca precisa: dacché restava la sola memoria del riscatto 
del corpo di S. Agostino, avvenuto, come si crede, tra il 721 ed il 725. 
Liutprando , re dei Longobardi, non sì tosto apprendeva il barbaro governo 
che i Saraceni facevano della Sardegna , e specialmente le loro opere nefande 
circa le cose sacre, sulla tema che profanassero il corpo di quel gran padre della 
chiesa, depositato nell'isola dai vescovi dell'Affrica fuggiaschi nella persecuzione 
di Trasamondo , messi inviava a Cagliari con gran copia d' oro e di argento , 
onde riscattassero le sagre ossa dalle mani dei barbari. E riscattate furono, ed 
indi trasportate con pompe solenni a Pavia, capitale del regno longobardo. 

Se da questo fatto isolato si chiariva certa la già seguita invasione dei Sa- 
raceni , per conghietture se ne collocava l'epoca tra il 71 1, in che cominciato 
avevano a porre piede stabile nella Spagna, ed il 726, prima del quale aveva 
avuto luogo quel riscatto. Così pure la prima e generale cacciata di quelle 
feroci masnade si stimava anteriore alT incominciamento del secolo IX , per lo 
riflesso che le vittorie in quel torno di tempo riportate dai Sardi sopra i Sara- 
ceni che ripetevano le incursioni, davano sicuro indizio che tempo prima era- 



108 

no state espulse dalla Sardegna. Nel tempo stesso le grandi sventure di que- 
st' isola si desumevano come dalla ferocia degli invasori , così dalle memorie 
della desolazione e dell' esterminio da loro recati alle altre terre cristiane. 
Per questa considerazione appunto, fattomi una volta a descrivere la lut- 
tuosa condizione della chiesa sarda a quei tempi infelici, così scriveva: » Ba- 
sta di porre mente alle sanguinose entrate delle orde saracene nelle terre 
cristiane , per soccorrere tosto al pensiero le dolorose imagini dei templi ab- 
battuti , delle profanate reliquie, dei monastcrj atterrati, dei cristiani mo- 
renti fra i supplizj , o stretti in catene, o fuggitivi per le aspre montagne 
ed i luoghi più reconditi , in somma del gregge del Signore miseramente 
disperso^ dei sacri pastori in barbare maniere percossi, (i) « 
Questo e non altro si apprendeva dalle pagine degli scrittori nazionali su quel 
periodo di storia. Il Rampoldi (2) fu, per quanto a me risulta , il primo a riferire 
circa le prime incursioni dei Saraceni in Sardegna varie particolarità , le quali 
come degne di fede perchè frutto dei lunghi studi dallo scrittore fatti sull'im- 
pero degli Arabi, e come di tal natura da rischiarare in parte le fìtte tene- 
bre della storia sarda, io riferirò colle stesse parole dell'autore medesimo. — 
(All'anno 709) » Musa, figlio di Nassir , il supremo comandante de' Musul- 
» mani in Africa, fece eseguire alcuni felici sbarchi nell'isola di Sardegna , 
" detta dagli Arabi Sardinìah. Dopo essersi costoro fortificati in un posto van- 
» taggioso sul promontorio di Palma (3), ritornarono in Africa , non senza 
» qualche bottino. » (All'anno 711)» Altri Maomettani sotto l'immediato co- 
» mando di Musa ripassarono in Sardegna. Gli Arabi che già da due anni si 
» erano fortificati e mantenuti al capo di Palma , li ricevettero a braccia 
»> aperte , poiché erano in procinto di essere succumbenti ai reiterati assalti 
» dei Cristiani. Il comandante musulmano s'impadronì quindi della parte 
» meridionale,, ed avendo fortificata Oristagni , detta in quell'epoca Ursel- 
» lis (4), vi lasciò una buona guarnigione , e col raccolto bottino ed i fattivi 
» prigionieri ripassò a Kairwan in Africa; senz' aver sofferta perdita di qualche 
" considerazione. Al Novairi nel raccontare questo fatto , dice che i Musul- 
'■' mani raccolsero dappertutto un grosso bottino , poiché uno dei loro maran- 
» goni o nuotatori trovò una grossa somma di danaro che era stata gettata 
» in mare; e che un soldato tirando una freccia ad un piccione che erasi posto 
•> sopra il fregio o cornice d' una chiesa, vi scoprì un gran tesoro colà nascosto. 
» Quelle ricchezze, continua lo stesso storico, non furono tutte trasportate in 
» Africa; molti navigli pel grave peso perirono; per la qual cosa nuovamente 
>• si verificò il detto del Korano , parlando di Faraone e degli Egizii , Al' luti 
" garakahon faiarefou akherhon , cioè: Iddio li lece perire nelle acque Gli 

(1) Stor. eccl. di Sardegna, lom. I. pag. 122 a 124. — Vegg. anche il Manno, torn. 2, pag. 192-94. 

(2) Annali Musulmani , tom. 3, pag. 165-72 90. Milano, Rusconi, 1822-26. 

(3) Palma, a dir meglio Palmas, é nomo d' un golfo ora conosciuto coli' aggiunto di Pal- 
mas. I due capi prossimi hanno i nomi dello Sperone e di TeuVida. 

(41 Usellis vuoti già Ursellis) è quella citta appunto che Tolomeo collocava come marittima 
nella costa occidentale sarda, tra la foce del fiume Tirso e quella del Sacro, ora detto Rio di Pa- 
bilonis- Siccome e chiaro che la colonia di Uselli era posta nell' interno dell' isola, ne conseguita 
che cadesse in fallo il geografo , tranne che si voglia supporre che sia esistita in quelle marine 
un'altra città denominata Usellis, ma diversa dalla colonia, oppure abbia il geografo dato il no- 
me di Usellis ad un luogo che aveva altro nome o forse un nome somigliante. Il Rampoldi intanto 
vide nell'antica Usellis I odierna città d' Oristano, inquantoche cosi lo trovò scritto dal Cluverio. 
Su questo punto di geografia antica si veggano: Dilla Marmora, Voyagc cn Sardaigne, tom. 2 , 
pag. 389; Angius, Biblioteca Sarda, pag. 287-88-89-90. 



109 

» elementi vendicarono quindi i Sardi dei loro nemici; vendetta che il romano 
» imperadore (i) non volle o non potè neppure intraprendere, poiché ap- 
" punto in quest'anno venne egli balzato dal trono ed ucciso ». (All' anno 71 5) 
'• Questo Kalitfo (1) fu, senza contraddizione , il più possente fra gli Ommiadi, 
" mentre nel non troppo lungo suo regno gli Arabi terminarono la conquista 
» dell'Africa settentrionale, si fecero padroni di quasi tutta la Spagna, delle 
» isole Baleari e della Sardegna. » 

Non vi ha dubbio che queste particolarità , riferite dal Rampoldi., fecero 
progredire la nostra storia. In vero per esse si venne in cognizione che le in- 
cursioni incominciate nel 700 e ripetute con più felice successo nel 7110 negli 
anni immediati, portarono la funesta conseguenza di essersi fin dal 7 1 5 po- 
tuta annoverare la Sardegna fra le conquiste dell'arabo impero: che dall'A- 
frica procedettero i barbari maomettani che la posero a ruba ed a sangue : 
che i primi assalti furono per loro diretti contro le terre solcitane ed in ispecie 
contro le marine del golfo di Palmas, come quelle che come più prossime erano 
piìi facili ad essere invase : che in breve s' impadronirono delle parti meridio- 
nali, e baldanzosi della vittoria si fortificarono con cura speciale nell'altro 
golfo d'Oristano, e forse sulla sponda di terra che è tra lo stagno di Santa 
Giusta e quello di Sassu. Si venne in chiaro eziandio che i Sardi avevano op- 
posto i loro petti virili ai truci invasori , sicché erano quasi , mercè di reiterati 
assalti , per cacciarli dal primo posto che si avevano fortificato in Palmas : e che 
conseguenza d' ogni invasione era il depredamento della sarda terra , la schia- 
vitù dei suoi abitatori , il trasporto nell' Africa delle loro ricchezze (3). 

Viemeglio si rischiararono oggi quelle tenebre dal prezioso nuovo monumento, 
affatto nazionale e dettato in lingua sardesca , che veggiamo nel rimastoci 
frammento d' un' epistola pastorale scritta nel 740 da un vescovo sardo di cui 
s' ignora il nome e la chiesa (4). Fu il giudice gallurese Saltaro , che mandava , 
si inserisse nei suoi atti, poscia che era stalo rinvenuto da un servo del ve- 
scovo di Gallelly, e da questo comunicato al giudice: della quale particolarità, 
e così pure dell'essersi trovato esso frammento in varie parti manco e cor- 
roso dal tempo , faceva fede il notaio del giudice mentovalo. Ed il Falliti fu 
quegli che a Mariano lo comunicava tale quale lo aveva trovalo fra le carte 
serbate da Gonnario Brontero, non senza avvisarlo come della grandissima 
difficoltà provata nel leggerlo e delle sue lagune, così dell'importanza che 
desso aveva ( fragmentum permaxime lectioni diffìcile set altentìonis clignwn). 
E degno invero di somma attenzione e di singolare pregio deve parere a qua- 
lunque abbia il petto caldo di patria carità: che desso è l'un'ca carta sarda 
che sia rimasta di quei tempi di desolazione e di lutto. Maggiore soccórso re- 
cherebbe l' epistola pastorale se ci fosse stata trasmessa nella sua integrità. 
Confortiamoci però che nelle parti più sostanziali non è difettosa , e che in 
specie ne certifica dell'epoca precisa e delle triste conseguenze delle prime 
incursioni dei Musulmani dell'Africa. 

(I, Giustiniano II. 

(2ì Al Walid. 

(31 Scriveva acconciamente il dotto milanese Carlo Cattaneo (Politecnico, voi. IV, pag. 233, art. 
Rivista di varie opere sulla Sardegna): « Rimane però a desiderarsi che i dotti sardi ricerchino di- 
« ligentemente nella doviziosa letteratura degli Arabi quelle vestigia degli avvenimenti che non 
« seppero tramandarci i nostri padri. » 

4 V. a pag. 40, 41, 42. 



no 

Come sopra diceva , ci è ignoto il nome del vescovo che la dettò e della 
chiesa cui presiedeva. E poiché se ne ricava che il vescovo istesso, coli' as- 
sistenza di quelli di Fausania e di Torres, doveva consagrare il novello ve- 
scovo di Cagliari, fa mestieri di estendere le attenzioni fuori di queste tre 
chiese. Egli è cerio che altra chiesa di cui sicura sia l'esistenza non rimane che 
quella di Solci, giacché di quest'ultima e delle prime tre chiese si ha soltanto 
positiva memoria negli scarsi monumenti anteriori alle invasioni dei Saraceni 
ed in quelli dell' inclinare del secolo IX. Non è da tacere che ai tempi di S. 
Gregorio Magno sette fossero i sardi prelati. Per altro, se quattro sicuramente 
appartenevano a Cagliari a Torres, Solci e Fausania, rimase sempre duhbielà 
sulle altre tre chiese, e per conghiettura si pose mente alle città di Forotrajano, 
Uselli e Bosa (1). Non volendo io divinare, mi limito a queste considera- 
zioni , tanto più che la certezza che il vescovo scrittore dell' epistola fosse 
sardo, è quella che principalmente ne interessa. 

Scopo precipuo della stessa epistola, senza dubbio diretta al clero e popolo 
della sede primaria del prelato che la scrisse, fu la partecipazione che nella 
terza domenica del mese si recherebbe in grembo a loro per consolarli colla 
presenza sua e dei due vescovi Gonnario di Fausania e Mariano di Torres, onde 
procedere alla sagra ordinazione di Filippo (Philippesu) cagliaritano, suo collega, 
dietro alla gloriosa morte di Felice per mano dei Saraceni nella guerra in cui 
entro una notte, restarono morti i5oo Saraceni ed 80 nazionali. GÌ' invita 
dunque di prepararsi a riceverlo coi due prelati compagni e di approntare 
ogni cosa per la consagrazione del vescovo novello, avvertendoli della conve- 
nienza che si facesse di notte e nelle maniere più occulte, per tema che i 
barbari, presane lingua, non venissero a turbare la pace dei sagri altari ed 
il grande atto religioso che andava a compiersi. 

Che il vescovo indirizzatore dell'epistola fosse lontano dalla sua chiesa cat- 
tedrale, si raccoglie dalla memoria che egli fa delle paiole di Gesù Cristo: 
rum autem pcrsequenlur vos in ch'itale ista } fugile in aliami e dalla conside- 
razione da lui pur fatta che non poteva star sempre con quel clero e popolo, per- 
chè molte erano le pecore dal Signore commesse al suo pascolo spirituale. Da questo 
si fa scala ad infervorarli per 1' osservanza non tanto dei comandamenti suoi, 
quanto dei divini precetti del Redentore , e gli scalda alla costanza nella fede 
in mezzo ai pericoli e li conforta colla speranza del gran premio che lassù 
nei cieli attende i tribolati seguaci di Cristo. Dopo aver voltato le parole al 
clero , inspirataci dell'evangelica carità e fortezza , le indirizza al popolo. Ed 
è qui appunto che l'epistola assume una importanza speciale per la gloria che 
ne ridonda alla chiesa sarda. Gli rammenta i martirj delle passate e presenti 
persecuzioni, sofferti da tanti genitori, mogli, figli e congiunti, e come i sa- 
gri pastori ne andarono sempre fuggitivi da uno ia altro luogo , e come la 
fede ognora stette salda nei sardi petti. » Il cristiano ( così egli soggiunge ) 
« ha sempre trionfato dei Maomettani , né ha timore nò delle spade dei Sa- 
» raceni, né del fuoco; ne sappiamo che nessun pastore abbia abbandonato 
» le pecore nei pericoli entro i XXVIII anni dalla entrata dei Mori; né Sardo 
» che non abbia colto i martirj e rinunciato la fede, che abbiamo ricevuto in questa 
w Sardegna dai gloriosi beali apostoli Pietro, Paolo e Giacomo è 

1.1; Storia ecclesiastica di Sardegna, torri. I, pag. HI-142. 



Ili 

» necessario che si patisca in questa vita per ottenere la gloria eterna: che 
» disseto gli Apostoli^ et quoniam per multas trìhulationci oportet nos latrare 
>• in regnu.ni Dei: coglieteli i martirj per amore di Dio e per trionfo della no- 
» stra santa religione: confondeteli i barbari, che il cielo vi darà ajuto. Se non 
» avete chiese, dove adorare il Santo dei Santi, il cuore vostro sarà altare, 
>• giacché il saraceno sacrilego tutto distrusse ». 

Monumento più glorioso di questo non hawi per la sarda chiesa , ed a me 
che ho preso ad illustrarlo inspira quel sommo compiacimento che procede 
dallo scorgere che desso conferma in ogni rispetto il luttuoso quadro che io 
faceva di quella età di desolazione e di esterminio; e così pure dal con- 
siderare, che mi apposi al vero quando, diversamente dal Maltei , nep- 
pure per un momento volli porre in dubbio che la fede antica degli avi no- 
stri, non che estinta, si fosse nò anco minorata per le invasioni dei maomet- 
tani (i). La cristiana religione, lungi dallo scadere presso di noi, si accrebbe 
fra i tormenti e le persecuzioui di quei barbari , non altrimenti che , nel suo 
nascere, il ferro degl' idolatri conferì alla sua rapidissima propagazione. 

Prezioso monumento è pur questo per la storia politica e civile. Impercioc- 
ché viene in conferma delle conghietture antiche e delle memorie storiche del 
Rampoldi col dimostrarci come verso il 711-712 avvenne la prima stabile fer- 
mata dei Saraceni in molli punti dell'isola, dacché negli anni di poco antece- 
denti, come appare dallo stesso Rampoldi, le loro incursioni od erano siale momen- 
tanee o tali da rimaner durevoli in un solo punto , virilmente contrastato da- 
gli animosi cristiani. Diffatti, se la lettera pastorale fu scritta ne! 740 e si pote- 
rono allora contare ventotto anni dall' entrata dei Saraceni , è chiara la conclusione 
che questa avvenisse verso il 71 1-7 12. Oltraciò ne fa conoscere come nel 740 era la 
Sardegna tanto oppressa da quei barbari, che i nazionali si dovevano riunire di 
notte per gli atti religiosi, onde non venir da loro sorpresi: ne scopre anche, a 
gloria immortale dei Sardi , che eglino opponevano con grand' animo il loro 
petto agl'invasori e trionfavano di loro nei sanguinosi conflitti , uno dei quali 
ad onore degli avi nostri rimase registrato nella citata epistola pastorale. Que- 
sta pure sembra che acccenni ai giudici nazionali ; sopra di che mi riferisco 
alle brevi considerazioni sui giudicati. 



ARTICOLO 2. 
Crociate e pellegrinaggi. 



Quando nella Storia ecclesiastica (2) mi trattenni delle crociate e pellegri- 
naggi a S. Giacomo di Galizia, a Roma, a Gerusalemme, fui di avviso che 

(1) Stor. Eccl., tom. I, dalla pag. 201 alla pag. 208. 

(2) Tom. 2, pag. 145 , 148. 



Ì12 

agli uni ed allo altre avesse pigliato parte la Sardegna cogli stessi principi , 
collo stesso ardore , collo stesso scopo delle altre terre cristiane ; fondandolo, 
non solo sulle memorie rimaste } ma anche sulla ragione del movimento uni- 
versale dell' Occidente cristiano , al quale non poteva rimanere straniera la 
Sardegna. Mi è :.rato che questa opinione mia tragga ora conforto dai fram- 
menti delle carte dei giudici galluresi Saltato ed Òttoccorre. Ai due pellegri- 
naggi già conosciuti nella storia, che nel secolo XII fecero a Gerusalemme 
i giudici Gonnario II di Torres e Costantino li di Cagliari , oggi possiamo 
aggiungerne altri due più antichi come appartenenti al secolo XI , ed avve- 
nuti verso il io85-86 : quello cioè del giudice d'Arborea, Torbeno , che da 
Saltaro, giudice di Gallura, veniva trovato ritornando da Terra Santa col se- 
guilo di 3oo pellegrini sardi armati : e I' altro dello stesso Saltaro, che per 
altro mancò di pieno effetto, per i grandi disastri del viaggio, che l'obbliga- 
rono a ricondursi in patria senza aver potuto venerare il santo sepolcro. Sai- 
taro, nell' accennare al ritorno di Torbeno e del suo seguito da Gerusalemme, 
cos'i si espresse : qui veniebant a dieta loca post magna da/ma. Ed a ragione: 
che tempi più iniqui per i pellegrini di Occidente non corsero di quelli che 
precedettero di poco la prima crociata avvenuta nel iog5. I Turchi, non sì 
tosto nel 1078 si rendettero signori di Gerusalemme , che aggravarono la loro 
ferrea mano sopra i cristiani, ed i luoghi santi profanarono in maniere le più 
nefande, sì che destano orrore i racconti dei tratti della barbarie di quelle 
orde feroci nei primi tempi della loro conquista. Fu perciò che l'Occidente 
intiero si scosse e si versò sopra I' Oriente , per liberare il sepolcro di Cristo , 
e far trionfare la religione colà dove avea avuto la culla. 

Che i due giudici sardi andassero in Oriente , non solo per disciogliere un 
sacro voto, ma anche per soccorrere quei tribolati cristiani, si argomenta dal 
numeroso loro seguito di gente armala, e sopratlut'.o dalle parole di Sai- 
taro indicative del suo dolore perchè non aveva potuto recare ad effetto i 
divisati soccorsi ai cristiani medesimi. 

A questo stesso punto delle crociate e dei pellegrinaggi si rannodano i ri- 
cordi tratti dalle citate carte, della chiesa di S. Giacomo per la sepoltura dei 
pellegrini di Terra Santa , la di cui erezione fu uno dei titoli per cui Gerardo 
di Laco ottenne da Baldo di Gallura la conferma del feudo di villa Siffilioni: 
e così pure dell' altra chiesa di Gattelli , destinata per uguale sepoltura, dove 
appunto si diede riposo alle ossa dei quattro pellegrini cristiani trovati morti 
sopra la galera turca predala sotto il regno di Saltaro nei mari di Orosei. Né 
deggiono passarsi sotto silenzio le cure di Saltaro per la custodia delle sante 
reliquie che portavano con seco i peregrini cristiani di quella galea , e per 
lo supplimento del drappo mortuario elio avevano perduto. Tutte queste cose 
sono altrettanti indizj dell' interesse grandissimo dei Sardi per li pellegrinaggi 
e per le crociate. A quell'età luogo non eravi che non tenesse chiese aperte 
per i pellegrini , che ricco non fosse di sante reliquie recate dall' Oriente ; 
poiché uno dei precipui fini dei pellegrinaggi dei cristiani in Palestina era la 
ricerca dei preziosi avanzi delle antichità cristiane e soprattutto delle ossa dei 
santi martiri : ed ognuno al ritorno da quei santi luoghi si recava a gloria di 
presentare la patria sua di tali reliquie. Né la Sardegna in questa parte fu 
dissimile dalle altre terre cristiane (1). 

(l) I pellegrinaggi dei Galluresi a Terra Santa si argomentano anche dalle monete che di fre- 



113 

Il ricordo delle sanie crociate mi ha condotto a rammentare un passo della 
storia del Micbaud (i), che dà contezza della fermata, nel luglio del 1270, 
per otto giorni, nel golfo di Cagliari, della flotta genovese che portava a bordo 
S. Luigi IX, re di Francia, e l'armata destinata per l'infelice spedizione con- 
tro Tunisi , nella quale quel pio monarca chiuse i suoi giorni di vita. La 
comparsa della bandiera genovese pose in grande allarme, non cosi i Caglia- 
ritani, come le genti di Pisa , che avevano la piena signoria di Cagliari, e che 
in guerra erano col comune di Genova. Sicché non intèsero di accettare nel 
porto quelle navi, e fu d' uopo che S. Luigi riconoscesse nel comune pisano 
il potere sovrano sopra il luogo e molte ambasciate facesse a quelle autorità, 
perchè gli si concedesse di porre in terra gl'infermi, e di provvedersi di vet- 
tovaglie e di acqua per I' annata. Nello stesso golfo di Cagliari, dove si attese 
la riunione di alcune navi disperse dai venti, il monarca stesso tenne il defi- 
nitivo consiglio per indirizzarsi la spedizione contro gì' infedeli di Tunisi. 



ART. 3. 






Cristiani della Siria in Oristano 



Il principio della terza epistola di Torbe no Falliti a Mariano d'Arborea rie- 
sce importante per la storia della chiesa sarda. Ecco le sue parole : Litcram 
Inani ni/per accepi , ex qua perlexi quod nicoloso mellone ejusdem latori ple- 
nariani fuleni adhibere debeo , sine ulla suspicione , nipote a te missus , et 
satis notits j et quod etiam ipse descendit ab illis Xpianis Siriacis , qui seculo 
elapso , poslquam e jc fittisi essent ab eorum ch'itale Thiri , veneruitt in titani 
civìtatem arestanni , et ibi mora ni fecerunt. 

Locihè di subito richiama alla memoria la totale rovina delle colonie cri- 
stiane nell'Oriente, avvenuta nell' inclinare del secolo XIII. Fu appunto nel- 
l'anno 1291 che il soldano d J Egitto, dopo d'aver conquistato l'antica Tole- 
maide ( odierno S. Giovanni d'Acri ) , s' impadronì delle altre terre possedute 
colà nella Siria dai cristiani ed in ispecie della città di Tiro , abbandonata 
dai suoi abitatori , non sì tosto avevano appreso la caduta di Tolemaide e 
le atrocità commessevi dai musulmani. Per tanto infortunio, quei cristiani che 
si erano scampali dal ferro dei barbari ne andarono profughi per I' Europa : 
attalchè, secondo il Micbaud, » non scorreva un giorno che nei porti d'ita- 
» lia non disbarcassero a torme gì' infelici cristiani della Palestina, che poi pi- 



. X«w*v». , f. fi, w • 14 A 

y**e^f-> ftctl, \f4>~~*jl*~*> ***** 
//** ^ 



quente si ritrovano presso di Terranova, coli' iscrizione AMARRICUS REX DE JERUSALEM. 
L'ottimo mio amico can. Spano , a cui dehlo questa notizia, mi lia fallo vedere una di tali mo- 
nete da luì posseduta. Pare clic dessa appartenga a quell'Almerico, re dì Gerusalemme dal 1154 
sino al 1 174 in cui moii, meglio che ali altro Almerigo, fratello di Guido di Lusignano, proclamato 
re nel 1194, ma che fu re solamente titolare. (Rampoldi, Annal. musul., toni. 7, pag. 576. 

U) Tom. 15. pag. 95, ediz. di Toiino 1830. L'annata giunse alla rada di Cagliari gli 8 luglio 1270, 
e ne partì il 15. Sventolava sulle navi la bandiera genovese , dacché il comune di Genova si era im- 
pegnalo di provvedere i legni tutti per questa spedizione. 

15 



114 

» gliava.no a percorrere le città elemosinando , e raccontando , gli occhi ba- 
» gnati di lagrime , l'estremo eccidio dei cristiani d'Oriente » (i). Uno dei 
porti italiani fu per quei miseri quello d'Oristano, dove fraterne e generose 
accoglienze ebbero da Mariano li, giudice di quei tempi e dal clero e popolo, 
e posero ferma stanza : sì che all'età di Mariano IV e di Falliti (anno i365) 
erano notati i loro discendenti e tenuti quali uomini di provata fede , come 
si argomenta dalle parole del Falliti sul conto di Nicoloso Mellone. Che la 
fama del generoso ospizio dato dagli Oristanesi ai cristiani della Siria sia per- 
venuta all' orecchio del pastore supremo della cristianità, si raccoglie da quanto 
vado ora ad accennare. 

Già la storia della chiesa sarda da me scritta' (2), fece menzione della bolla 
di Bonifacio Vili del 28 aprile I2g5 , con che veniva unita la chiesa arcive- 
scovile di Tiro all'altra pure arcivescovile di Oristano , e diede pur cenno 
della opinione, in ogni rispetto accettabile, che l'unione ragguardasse alla 
chiesa di Tiro, città della Siria poco anzi caduta in forza dei Saraceni, sia 
perchè non si aveva memoria di una chiesa arcivescovile sarda col nome di 
Tiro, sia perchè coincidendo la stessa unione coi disastri della cristianità nella 
Siria, era dato di credere che dessa avesse tratto origine dal proposito del papa 
di serbare memoria del nome di una chiesa tanto antica nella cristianità 
quanto era quella di Tiro. Rimaneva però questa cosa nei limili d' una opi- 
nionej per lo motivo che non si aveva conoscenza della causa impellente del- 
l'unione della spenta chiesa ti rese , piuttosto che ad un' altra dell' Italia, a 
quella tanto lontana d' Arhorea. Oggi però tale opinione si scambia colla cer- 
tezza. L' approdo degli abitanti di Tiro ad Oristano ne è stala la causa finora 
occulta: e giova tenere che fossero in gran numero, o a dir meglio che la 
popolazione tirese, compresavi buona parte di quel clero , si fosse trapiantata 
in Oristano , se il pontefice Bonifacio al prelato d' Arborea dava il titolo anche 
di tirese , e così la cura spirituale di quei profughi cristiani in Oristano rico- 
verati. Egli è certo che le due chiese erano ancora uuite nel 1 386 ; giacché 
Gonnario, allora arcivescovo arhorese, s'intitolava: Tyfensis et Arhon-nsis Ar- 
chiepiseopus (3). 



(1) Michaud , Histoire d^s Croisades , toni. 16, p;ig. HO, ediz. torin. 1830. — Veggasi pure 
il Baronio, anno 1291 , n. 14; e Muratori, Ann. d'Italia, ann. 1291. 

(2) Toni. 2, pag. 69-70. 

(3) Nel registro F dell' antico archivio patrimoniale di Cagliari, Sì trovano gli alti della conven- 
zione, seguita nel 1386 Ira il re d'Aragona ed Eleonora d Arborea. Evvi tra questi 1' atto di procura 
del 26 giugno 1386, per cui Eleonora autorizzava a trattare Leonardo, vescovo di S. Giusta, e Comita 
Pancia, notajo.I testimoni d'esso furono 1' arcivescovo Gonnario tyrensis et arborensis arrhiepisco- 
pus, Tomaso di Sacuia, maggiore della camera della giudicessa, e Michele di Barca, armentario. 



il5 

ART. 4. 



Aggiunte ed illustbazioni al Prospetto dello chiese arcivescovili e vescovili sì 
esistenti che soppresse e elei loro rispettivi prelati , unito alla Storia Eccle- 
siastica di Sardegna — toni. 3, nelle appendici. 



Chiesa arcivescovi/e di Cagliari 

Uua delle grandi lagune che si trovano nell'elenco di questa sede primaria 
dell'isola, è quella che si scorge tra Citonalo ( **68o ) e Tomaso II (** 787)., 
giacché- ahhraccia lo spazio di anni 107. Coli' ajuto dell' epistola pastorale del 
74° > è dato di riempirla in parte coi nomi di due prelati , Felice cioè., che 
gloriosamente moriva pugnando coi Saraceni., e Filippo ( Philippesu ) , che per 
successore di Felice veniva ordinalo dal vescovo che scrisse la stessa epistola, 
e dagli altri due prelati Gonnario di Fausania e Mariano di Torres. 

tJn altro prelato cagliaritano discopriamo in quell'Umberto, al quale Gerardo 
di Laco si era presentato come ambasciadore del giudice Baldo di Gallura. E 
siccome Baldo ne faceva ricordo nella carta del io38, come di un prelato al- 
lora vivente } perciò è dato di collocarlo tra l'anzidetto Tomaso II e Gual- 
fredo \, che visse ai tempi di Torchilorio I , giudice di Cagliari. 

Di altri due prelati di Cagliari troviamo fatta memoria in questa cartape- 
cora: Gualfredo, al quale nel iii3 spediva un'ambasciata Comita , fratello di 
Sallaro, regolo di Gallura; e Giovanni, mentovato nella prima epistola del Fal- 
liti (i364). Se non che amendue sono conosciuti: uno è Gualfredo II 
(**ui2), l'altro è Giovanni d'Aragona (*i354) del Prospetto. Altro di 
nuovo non scopriamo se non che il primo era in vita nel iu3, e l'altro 
nel 1 364- 

Chiesa di Solci 



Nel Prospetto si dava cenno di un Raimondo II ( **i 355 ), del quale uon si 
aveva per lo avanti certezza, e di un Francesco^ morto nel i365. La epistola 
prima del Fallili dimostra come Francesco succedette a Raimondo, accennatovi 
colla iniziale R. La cagione per cui vi furono ricordati, si era il rapimento che 
gli uffiziali aragonesi avevano fatto di sei antiche campane delle chiese della 
diocesi solcitaua, che si trasportarono alla zecca d' Iglesias per fonderle ad uso 
di moneta. 

Chiesa di Galtelhj 

Essendo cosa certa che il vescovo di Galtelly si chiamava pure gallurese, 
si debbe riconoscere un nuovo vescovo della stessa chiesa in quell' Euviso o 



116 

Efiso, col di cui consiglio Alessandro Brontero, nel 20 novembre io85 , dava 
la sentenza sul feudo di villa Siffilioni. Euviso dunque va collocato alla testa 
del Prospetto e prima di Villauo , memoralo anche per la prima volta nel 
Prospetto medesimo. 



Cine sa di Suelli 



Nel Prospetto si annunziava per la prima volta un Guglielmo (**i355). 
La prima epistola del Falliti ne conferma l' esistenza anche nel i364« 



Chiesa arcivescovile di Torres 



Il prospetto dei prelati di questa chiesa presenta il grandissimo vuoto di 
quattro secoli circa da Novello (* 687) a Simone ( ** 106 7 ). Possiamo ora 
menomarlo aggiungendovi: i.° il Mariano, nominato nella citata epistola pa- 
storale del 74°; 2 -° il Giovanni , al quale Baldo di Gallura aveva inviato per 
suo ambasciatore Gerardo di Laco , e che dobbiamo credere vivente nel io38j 
che è la data della caria di quel giudice dove fu nominalo. 

La prima epistola del Falliti dà contezza di Bernardo. E questi lo stesso che 
nel Prospetto è nominato colla data del i3Gg, che ragguarda all'ultima me- 
moria che si ha di lui. 



Chiesa di Ampurias 

Tra i prelati che ricevuto avevano gravami dal governo spagnuolo troviamo 
ricordato nella prima epistola del Falliti un Arnosio, vescovo di Ploaghe, che 
si doleva dell'arresto d'un suo servo che a Giacomo Sallust, vescovo d' Ampu- 
rias , conduceva sue lettere ed un rotolo, dove cantati erano in versi i fatti 
egre^j della famiglia dei Doria, infino alle parti da questa prese per l'antipapa 
Nicolò V e per lo scisma di Lodovico il Bavaro. 

Certo egli è dunque che il Salitisi sedesse sulla cattedra d' Ampurias nel 1 364- 
Forse è lo stesso che comparisce nel Prospetto col nome di Giacomo , sulla 
fede del Vico, che fu seguito dal Mattei, e lo slesso che il Fara appellava Ja- 
cobus Saniust colla data del i3o8: nella quale, in tal caso^ dovrebbesi vedere 
un abbaglio dell'Annalista circa il tempo della sua esistenza. 



Chiesa di Civita 

Le carte di Saltaro fanno fede di un vescovo di questa chiesa , il di cui 
nome incominciava colla lettera P (forse Pietro): quello stesso al quale il 



117 

giudice scriveva, acciò non conferisse i sagri ordini ad un Enrico Mossa. Que- 
sto vescovo dunque del secolo XI è il più antico prelato civitatense che si 
conosca , e va aggiunto nel Prospetto alla lesta degli stessi prelati. 



Chiesa antica di Fausania 



Degli antichi vescovi di Fausania si erano finora salvati dall' ohblio i nomi di 
S. Simplicio, martire nel 3o4 3 e di Vittore, instituito all'età di S. Gregorio 
Magno. A questi ora possiamo aggiungere quello di Gonnario , mentovato nel- 
1' epistola pastorale del 740 , che concorse alla consegrazione di Filippo , ve- 



Chiesa soppressa di Dolia 

La prima epistola del Falliti ricorda un Saladino, vescovo di Dolia, che verso 
il i345 aveva ottenuto dal re Pietro ampie promesse di protezione delle per- 
sone e cose ecclesiastiche di quella diocesi. Ricorda anche I' altro vescovo della 
stessa chiesa Nicolò, che viveva nel 1 364- Il primo fu accennato nel Prospetto 
(** i342, * i355). L'altro è affatto sconosciuto. Il Mattei, nel mentovare come 
successore di Saladino il Giovanni di Barilaxino eletto nel i355, aggiungeva, 
essere sua opinione che questi rimanesse vescovo sino al i3gi, dacché Secondo 
di Moris veniva instituito vescovo doliese nello stesso anno 1 3g r per la morte 
di un Giovanni , eh' era probabile, fosse Giovanni di Bardaxino. Ora poi che 
abbiamo per certo che un Nicolò fosse vescovo di Dolia nel 1 364 j ^ d'uopo 
di conchiudere che prima del 1 364 fosse cessato il vescovado di Giovanni di 
Bardaxino , e ciò che più monta che tra Nicolò e Secondo di Moris vi deb- 
b' essere stato un altro vescovo Giovanni, di cui fu successore Secondo di 
Moris. Pcrlocchè va ricomposto il Prospello da Saladino sino a Secondo di 
Moris nel modo seguente : 

t. Saladino ** i342 * i355 

2. Giovanni di Bardaxino* 1 355 

3. Nicolò ** i364 

4. Giovanni * i3o,i 

5. Secondo di Moris * i3gi 

Chiesa soppressa d' Ottano 



Anche questa chiesa si adorna di un nuovo vescovo in persona d' Onofrio, 
rammentato nella citata epistola del Falliti. Debbe collocarsi nel Prospetto tra 
Silvestro ** i34o e Nicolò ** i4oo; indicandolo così: Onofrio ** 1 364- 



118 

Chiesa soppressa di Ploayhe 

Un vescovo tuttora ignoto debbe aggiungersi al Prospetto dei prelati della 
stessa chiesa. Egli è Arnosio, di cui fa menzione lo stesso Falliti : e colla in- 
dicazione Arnosio ** i364, deve inscriversi tra Raimondo ** i355e Pietro II 
** 1422 — * i43o. 



SEZIONE 2. 



ARTICOLO I. 



Giudicali sardi. 



§• 1. 



Dopo il gravissimo giudizio del Manno sopra la prima origine dei giudicati 
sardi (1)., non si pose più dubbiezza di farla risalire alle epoche delle inva- 
sioni dei Longobardi e dei Saraceni, e specialmente alle seconde, e quindi, 
se non a tempi più antichi , almeno al secolo Vili. Grato ora mi torna di 
poterne addurre in confermazione un argomento tratto dalla lettera pastorale 
del 74°) che forma parie delle scritture di Saltaro, giudice gallurese ; in quel 
passo dove si accenna ad un conflitto tra i Sardi ed i Saraceni, nel quale degli 
ultimi rimasero estinti i5oOj e dei primi soli 80, fra i quali un Felice, vescovo 
cagliaritano. E bene di qui riprodurlo colle sue lagune: . . .prò issa gloriosa 
morte de felix prò issos Saracenos in ipsa guerra dessos Sardos in hue mo- 

resint MD Saracenos e LXXX Sardos in una noete ad ipsas secre- 

tas .... ncas .... j'udice ipsoro. Queste ultime parole non altro suonano che 
giudice dei medesimi, vale a dire dei Sardi che combattuto avevano contro i 
barbari. I nazionali dunque avevano alla testa il loro giudice: avevano pure 
il loro sagro pastore, quel Felice che cadeva nella mischia, cosicché amendue 
erano gli animatori, i duci di quei Sardi nella lotta terribile in difesa della 
fede, e dell' indipendenza e libertà della patria. Tenuto poi conto delle altre 
parole ad ipsas secrclas e della mezza parola ncas, che senza fallo è il fine 
di quella speluncas , non credo di divinare se mi figuro le cose nei termini 
seguenti. Impadronitisi i Saraceni delle regioni litorali e dei prossimi luoghi 
interni dell' isola , era naturale che i nazionali cercassero uno scampo nelle 
montagne e nelle parti più recondite ed aspre. Parmi di veder qui raccolti, 
in un col loro giudice e col loro vescovo, quei valorosi di cui si parla nella 

(1) Tom. 2 , pag. 144-167. 



119 

citata epistola. Che fossero delle parti meridionali _, e segnatamente della diocesi 
cagliaritana , 1' argomento anche dall' intervento di Felice. Ma colà pure i Mao- 
mettani diedero ad essi la caccia. Seppero questi peraltro quanto pericoloso fosse 
il cozzo coi cristiani di Sardegna, dacché dal ferro di costoro ne fu fatto grande 
macello. 

In tempi cos'i luttuosi, 1' ordine naturale delle cose umane portava, che le tri- 
bolate e sparse frazioni del popolo sardo altrettanti capi ragguardevoli per fama 
di senno e di valore guerriero si cercassero , onde li reggessero in quell' or- 
rendo scompiglio, e principalmente li guidassero alla guerra che tuttodì si ri- 
produceva. Così nacquero o si confermarono i giudicati sardi: così surse quel 
sovrano potere nazionale, di cui a torto si ripeteva la prima inslituzione dal 
comune di Pisa in sul principio del secolo XI. A torlo, io dico, giacche, an- 
che presso allo stesso comune, durò la tradizione della remota antichità di 
quei giudicati. Me ne somministra un forte argomento lo storico pisano Rafaello 
Rondoni : il quale , mentre toccava del potere dei Sardi regoli , e specialmente 
dell' aggiunta che questi facevano del nome di re a quello antico di giudice, 
così scriveva : Quanto all' officio del giudicato, si trova nelle scritture antichis- 
simo j e di così fatto modo, che innanziche i Pisani passassero all' acquisto 
di questa isola , vi era questo nome ( i ). 

Secondo gli storici pisani che scrissero di qvjesto argomento, quel comune, 
verso il 1021-1022, e quindi nei primi momenti della gloria per esso acquistata 
colla disfatta di Museto, avrebbe diviso la Sardegna in quattro parti , appellando la 
prima di Cagliari , la seconda di Gallura , la terza di Arborea, la quarta di 
Torres (2); ed affidatone il reggimento a quattro di quei potenti ottimati, onde 
la Sardegna amministrassero in nome del comune. Veggiamo ora che frutto 
possa trarsi a tale proposito dalla Pergamena. 

Per questa si fa chiaro che Manfredi, cittadino pisano, fosse il primo giu- 
dice di Gallura, e che instituito venisse nel 1022, epoca appunto che con- 
suona con quella che gli storici pisani fissarono per lo spartimento dell' isola, 
e per la simultanea instituzione dei giudici. Il perchè e per 1' argomento di 
analogia circa le cose politiche e civili nei quattro giudicati , taluno potrebbe 
andar tant' oltre da tenere per vera intieramente la narrazione di quegli sto- 
rici. Se non che io credo di dover così ragionare. Dacché i comuni di Pisa e di 
Genova si attribuirono la gloria di aver cacciato i Saraceni dalla Sardegna, 
non perciò si debbe concludere che i Sardi sieno rimasti inoperosi e nudi spet- 
tatori d' una lotta, donde dipendevano le loro future sorti. Eglino già lunga 
pezza, sotto il capitanato dei loro giudici ed anche dei loro sagri pastori, erano 
avvezzi a cimentarsi coi barbari con sì felice successo, che le più volte,, come 
si narra dalla storia, giunsero a cacciarli dalla loro terra colla forza delle sole 
loro armi, in tempi in cui la Sardegna difettava d' ogni straniero aiuto. Per 
la qual cosa mal non si appone chi crede, che quei comuni intanto escissero 
dalla lotta colla vittoria , in quanto che alle loro forze si erano congiunte 
quelle degli abitatori dell' isola, che per ogni dove perseguitavano le torme 
dei maomettani. Oltracciò è da notare, essere vana opinione quella che attri- 
bisce fin dal principio del secolo XI al comune di Pisa quella piena signoria 
della Sardegna che non acquistò di fatto, ed in alcune parti soltanto, prima 

(1) Roncioni, parte l- a , pag. 326. 

(2) Seguo lo stesso ordine che tennero il Tronci , pag. 14, ed il Roncioni, pag. "74. 



120 

del cessare il governo dei giudici in alcune provincic; essere d' aldo cauto im- 
probabile, che scadessero dal sovrano potere quegli antichi giudici che combat- 
tuto avevano contro i Saraceni , e che cosi maggiori titoli si avevano acqui- 
stato per conservarlo. 

In questo stalo di cose, quel che si può accordare agli scrittori pisani si è 
che nel nuovo ordinamento politico e civile della Sardegna nel secolo XI, 
siasi questa, per I' influenza del comune di Pisa e per la volontà dei nazionali, 
definitivamente scompartita in quattro provincie o giudicati, e quindi siasi ac- 
cresciuto o menomalo il numero degli antichi giudicali secondo i bisogni degl' iso- 
lani. Che il comune medesimo abbia lulto posto in opera perchè ne rimanesse 
il governo ad alcuni di quei potenti patrizj, è pure indubitabile; dacché una 
prova ne abbiamo nel giudicato gallurese, che fbr^e allora s' instituiva. Dubito 
peraltro che sia interamente riuscito nelle sue politiche vedute: e propendo 
invece a credere, che le famiglie sarde che in tal tempo regnavano siano ri- 
maste col loro antico potere, e che non sia intervenuto altro cangiamento che 
quello di dover esse piegarsi alla prepotente forza ora di Pisa, ora di Genova 
per cose, miranti non già all'interiore reggimento del popolo sardo, ma sib- 
bene agl'interessi loro, specialmente commerciali. 



Considerava io poco anzi i sardi giudici come investiti del sovrano potere, e 
soggiungeva che V influenza dei comuni di Pisa e di Genova non si estendeva 
all' interiore reggimento dei giudicali sì da sminuire 1' autorità dei loro am- 
ministratori supremi. Perchè, indipendenti nella sovranità., non menomata 
per nulla dai riguardi di omaggi agi' imperatori od ai sommi pontefici , di 
re, ai primi tempi specialmente, assumevano il titolo (j), e come tali trat- 
tavano coi potentati stranieri, e, ciò che piìi monta, cogli stessi due comuni , 
ed alleanze e convenzioni con amendue stringevano in quelle forme che ac- 
cennano ad una parità di possanza , ne offrono ombra alcuna di legale poli- 
tica dipendenza. E dentro dell' isola da veri sovrani governavano, amministrando 
la giustizia, riscuotendo ed inponendo tributi, esercitando tutti i diritti regali, 
e feudi concedendo. La presente Pergamena ne offre alcune prove, che, quan- 
tunque ristrette al giudicato gallurese , pure ne danno ad argomentare quanto 
di simile si facesse negli altri giudicati , tanto più che per questi non mancano 
simigliatiti memorie. Vi veggiamo il feudo di villa Siffilioni conceduto ad Ar- 
nosio di Laco dal primo giudice gallurese Manfredi , e confermato poscia dai 
di lui successori in favore dei discendenti di Arnosio. Vi veggiamo un Tor- 
chitoiio, vicario di Saltaro, che nella controversia sorta sopra quel feudo, giu- 
dicava per mezzo del savio di Gallura, Alessandro Brontero, e col consiglio di 

1,1) Il Rondoni (,cit. pag. 326.) scrisse sopra questo nome di re : ma quello intendi nome del 
re, il più antieo si trova l'anno 1088: che sono anni trentasei più, da che i Pisani si 
insignorirono della Sardegna. Abbiamo però monumenti più antichi di quell'anno. Torchitorio I 
di Cagliari , nell' anno 1Ó66, si intitolava Rex Sardiniae de loco Cali. : e Barisone I di 
Torres, di lui più antico di pochi anni, vien chiamalo in questa stessa Pergamena Rex Sardiniae. 



121 

Euviso, vescovo di Galtelly. Ricaviamo pure dalla lettera di Comita indirizzata 
a Torchitorio II di Cagliari, onde lo aiutasse, in un coi due comuni di Pisa 
e di Genova, a ricuperare il trono usurpatogli da Torchitorio e da Otloccorre, 
che lo stesso Comita, in caso venissero esaudite le sue calde preghiere, pro- 
metteva, in ren grada nientum tribuere porciones, quas convenerimus de meis 
introitibus , quos habebo , vini, frumenti, ordei et aliorum fruetuum , nec non 

salinarum et minerari/m etiani concedere unìcuique omnes fran- 

quitates , liberas mansiones et moras , negociatiónes mercàtóribus , et alia que 
pacisci voluerint. Ecco in breve enumerati i rami del pubblico tesoro del prin- 
cipato , i veri diritti regali. Ed ecco farsi cenno comr del commercio dei sali 
e del prodotto delle miniere al giudice riserbati, così delle gabelle sopra le 
derrate e mercanzie, e delle prestazioni in natura d'una parte dei frutti delle 
terre. Locchè con tanto più di ragione credo che certifichi una generale im- 
posizione sulle terre in favore dei giudici in sostegno degli onori del supremo 
governo, in quanto che nelle stesse carte di Saltaro troviamo quella che rac- 
chiudeva, notamentum hominum qui jiiraverunt, quod ipsi solvent ovine jus de 
eo quod seminaverunt. 

Altro non mancava per confermare pienamente la sovranità dei giudici sardi, 
se non che la dimostrazione del diritto in essi di coniar moneta. Il quale s ù 
non si volle, o si dubitò di concedere, sia perchè non passava a noi alcuna 
moneta coniata colla loro impronta, sia perchè all'opposto ne rimaneva quella 
coniata in Villa- Iglesias , avente da una parte un'aquila colla leggenda, Fede- 
ricus imperator, e dall' altra una croce nel mezzo a due circoli concentrici 
con due leggende: 1' una , facta in lilla Ecclesiae ; Y altra, Pro communi pi- 
sano. Donde il Manno , che si mostrò propenso a riferirla a Federico II, arguì 
che la instituzione della zecca in Villa-Iglesias risalisse per Io meno al secolo 
XIII (.). 

Pareva di prima veduta che questa difficolta svanisse mercè 1' altra moneta 
dissotterratasi il i83o, nella villa di Orgosolo, la stessa che è posseduta dal 
eh. teologo Giovanni Spano, canonico della chiesa cagliaritana, e che venne 
illustrata dal chiarissimo conte Della-Marmora (2). Ecco come la descrive il 
dotto illustratore: » Vedesi da una parte un albero assai bene lavorato , mu- 
» nito delle sue foglie e delle sue radiche, coli' iscrizione, Gs. Judex Arboree, 
" seguita da un segno che può essere un fiore (Trèfle); e dall'altra una croce 
« colla lettera G in uno dei campi, ed un piccolo scudo nel campo opposto: 
» leggesi poi all'intorno et vìcecomes NZ bZ~e (per JNarbonae). » Se non che, 
nell' appropriarla a Guglielmo II di Narbona , giudice di Arborea, e nel cre- 
derla coniala» tra il tempo in cui giunse egli nell'isola per la prima , volta, 
» cioè tra il i/joB ed il 17 agosto 1409, giorno della battaglia di Sanluri, ove 
» egli toccò una gran sconfida, dopo la quale non ebbe più in Arborea regno 
» stabile e tranquillo ; » avvisava essere » assai probabile che il lavoro avesse luogo 
» fuori dell'isola : » soggiungendo: » La croce ed anche la foggia dei caratteri 
» sembrano doversi riferire ad un artista italiano , di Genova o forse meglio 



{V Una di queste rarissime monete esiste nella regia biblioteca di Cagliavi, per dono 
fattogliene dal canon. D. Faustino Dalile. Veggansi su questo proposito , il Manno, tona. 2, pas. 
395 , not. I,- De la Maimoia, Voynge en Sardairjne , tom. 1 , pag. 38, noi. 2. 

(2 V. questa illustrazione nell' Indicatore Sardo, 1846, N. 3. 

16 



122 

» di Savona , come Io farebbe sospettare la forma della croce, che è molto 
» consimile a quella delle monete della zecca di questa città. » 

Ritengasi ciò: ed ora si tenga conto delle notizie che in materia di mo- 
nete somministra questa Pergamena. La prima epistola del Falliti, fra i ricordi 
dei sardi vescovi per gravami dipendenti dal fatto degli officiali aragonesi, ri- 
eorda quello di Francesco , vescovo di Solci, dolentesi del rapimento di sei 
campane antiche da diverse chiese della diocesi solcilana, atte ducte futrunt 
in secam Ville Ecclesie de Sigerre , et ibi a moaetariis fuse sub diversis 
pretestibus. Ma questo, se non ha relazione col proposto assunto, riesce d'im- 
portanza, perchè dimostra come nel 1^64 era tuttora in attività nella città 
d' Iglesias, soggetta agli Aragonesi , 1' antica zecca stabilitavi dai Pisani. 

Saltaro, d'altro canto, in quel suo decreto onde Bernardo di Laco si 
mantenesse in possesso del feudo di villa Siflilioni , fa cenno della prima con- 
cessione di tal feudo fatta dal giudice Manfredi ad Arnosio di Laco, e cosi 
pure del peso impostogli di pagare ogni anno XL libras monete ipsius Judicit. 
Da ciò senza dubbio si desume, che Manfredi avesse moneta propria, e quindi 
per necessità il diritto di coniarla. Di molto maggiore importanza è 1' altra 
notizia che si attinge al lungo carme del Falliti in lode di Eleonora di Arbo- 
rea, e segnatamente a quei versi, dove venia ritratto quel Michele Gallo , che 
dal campo di Sani uri a spron battuto era ito ad Oristano per recare ad E- 
leonora la notizia di certe perdile colà toccate dagli Arboresi. Eccone il testo 
nella stessa lingua sardesca: 

Unti Sardo armadu ch'est Miali Gallu , 

Homine possenti et forti a cavai Ili , 

Cantu de ingeniu sublimi incisori , 

De varios sigillos grandi faghidori , 

De culla Segnora multu aprexiadu, 

Et prò costa secca bene stipendiadu ; 

Chi cun sos tres fìgios de cussa arti unipari , 

Illa hat seguida, prò chi su exemplari 

Fagherit de totus guerras et victorias , 

Pro eternizari illoy sas memorias. 

E dunque indubitata 1' esistenza , sotto il regno di Eleonora , d' una zecca 
in Oristano , e I' applicazione a quei lavori del Gallo e dei suoi tre figliuoli. 
Per indubitato anche debbe tenersi che la giudicessa vi facesse batter moneta 
colla propria effigie. E fortissimo ne nasce l'argomento, che ab antico i regoli 
d' Arborea esercitassero sì alto diritto regale in quella zecca, che pare stabi- 
lita da tempi lontani in Oristano. Diffatti , Eleonora non esitava di usare di 
tal diritto, in un secolo che il re di Aragona era riconosciuto monarca della 
Sardegna, ed aveva avuto gli omaggi di fedeltà e sommessione dalla stessa casa 
di Arborea. E potria dubitarsi che lo abbiano esercitato i di lei ascendenti , 
in tempi che la sovranità dei regoli sardi non era a petto d' una vera signoria 
straniera presente nell'isola, come quella degli Aragonesi? 

L' esistenza della zecca in Oristano nell'anno i385, quello appunto in cui 
il Falliti scrisse il suo carme, e tanto prossimo ai tempi di Guglielmo II , giudice 
di Arborea, mi fa credere , che la moneta posseduta dal canonico Spano sia 



123 

stata coniata nella zecca istessa d' Oristano; e che Guglielmo vi abbia battuto 
ili subito moneta colla sua effigie, onde dimostrare, con sì eminente alto di 
signoria, viemeglio il possesso che aveva preso del giudicato d' Arborea. Ne 
mi fa rimanere in forse il riflesso, che il conio di tale moneta si rassomigli a 
quello delle monete di Genova e di Savona: dacché ne! Gallo può riconoscersi 
od uno straniero venuto in Sardegna per chiamala fattane dai regoli di Arbo- 
rea , od un Sardo che nel continente italiano abbia appreso 1' arie dell' inci- 
dere e del coniai' moneta ; tanto più che non pare probabile , abbia egli 
acquistata tanta fama nelT arte sua, senza lunga pratica presso agli artisti di 
oltremare (i). 

Se i regoli di Arborea , non dissimili in autorità dagli altri tre di Cagliari , 
Torres e Gallura, battevano moneta, non debbe disconoscersi un tal diritto 
in questi tre ultimi, perchè non si trovarono monete coniale colla loro im- 
pronta. Quante ne avranno fatto battere i Pisani in Villa-Iglesias ! Eppure po- 
chissimi esemplari ne passarono a noi, che si reputano altrettante rarità nu- 
mismatiche. La stessa moneta di Villa-Iglesias, a mio modo di vedere , lungi 
dal nuocere, forse porge una conghieltura favorevole ai giudici cagliaritani. 
La storia patria ci manifesta, che la vera ed effettiva signoria pisana sopra 
quel giudicato non fu più antica del 1258, in cui spenti il i itolo e la signo- 
ria dei giudici, il comune di Pi«a riserbò a sé la città capitale, e con essa la 
podestà maggiore sulla terra intiera; e che questo risolvimento di cose era 
stato giit prenunziato dal 1217, nel quale lo stesso comune innalzava il ca- 
stello cagliaritano chiamato di Castro. Ci manifesta pure che il comando di 
Villa-Iglesias fu lasciato ad Ugolino della Gherardesca, salva sempre la dipen- 
denza verso il comune. Le storie poi italiane ne palesano che 1' impero di 
Federico II, del quale i Pisani furono ligj, incominciava dal 1220, epoca 
della sua incoronazione in Roma, sino al is.5o, che fu quello della sua morte; 
e che da questa trascorsero sessanta anni prima che un imperatore, Enrico 
VI di Lussemburgo , venisse in Italia per farvi rivivere i diritti dell' impe- 
ro (2). Dalle quali cose si può conghietturare, o che la moneta d'Iglesias vi si 
coniasse negli ultimi tempi di Federico II , alloraquando era in disfacimento il 
giudicato di Cagliari, ed i Pisani lo correvano da signori, e piede stabile avevano 
potuto mettere in detta città; o che il conio abbia a riferirsi a tempo po- 
steriore al 1258, e che intanto vi si sia apposta la leggenda di Federico, in 
quanto che 1' antico conio usalo in Pisa si volle serbare, in un tempo che non 
era dato di cangiarlo col nome di un altro imperatore, stante il mentovato 
lunghissimo interregno. In qualunque caso rimarrebbe, che la zecca si insti- 
tuisse in Iglesias, pppunto quando od era cessata, o stava per cessare per 
sempre la sovranità dei regoli cagliaritani. Se non si vorrà concedere che 
da questo sorga un argomento favorevole alla stessa sovranità antica riguardo 
al diritto di batter moneta, almeno rimarrà tolta la via di metterlo in forse 
con quella moneta pisana. 



(1) Cosi la penso. Lascio del resto all' ollimo giudizio del ronle Della-Marmora, che lu primo a 
parlare di questa moneta , di valutare, come meglio gli parrà , gli argomenti che per me si tras- 
sero dalla pergamena d' Arborea. 

(2) Sismondi , Storia delle repubbliche italiane , Capolago , 1831, toni. 3, pag. 103. 



124 

ARTICOLO II. 

Giudicato gallurcse. 

§ •• 

11 giudicato gallurcse deve primeggiare in queste illustrazioni , giacché la luce, 
che viene dalla presente Pergamena agli altri rami di storia patria, è poca in 
confronto colla grandissima che ne deriva pel giudicato medesimo. Infatti i 
frammenti delle carte dei due giudici Saltaro ed Ottoccorre bastano non solo a 
stabilire la serie finora tenebrosa dei regoli galluresi dal loro principio sino al 
iii3, ma anche a compilarne le biografie, qual più, qual meno abbondanti 
di notizie: quando che, per lo passato, di alcuni di quei giudici o non era fuori 
di dubbietà I' esistenza , od i nomi appena si conoscevano. Ciò posto, per ap- 
prendere di prima veduta quanto incremento abbia tolto la storia di tale Per- 
gamena, è bene di porre in chiaro le notizie che già si avevano di quel giu- 
dicato, colla scorta del Fara, unico degli scrittori antichi che per verità e buon 
giudizio merita rammentato, e del Manno, quegli appunto, che ai tempi no- 
stri, dagli sparsi suoi ruderi innalzava il nobdissimo edilìzio della patria storia. 

Il Fara (i) per questo periodo di storia gal Intese, si limitò a ricordare: Man- 
fredi pisano, primo giudice nel io5o, che, secondo Landino (2), portava un 
gallo per insegna : Baldo I di questo nome, che ruppe guerra a Comita 1, giu- 
dice di Torres, e rimase prigioniero di Georgia, sorella dello stesso Comita; 
Costantino, della famiglia pisana dei Gherardeschi, al quale verso il 1074 (come 
egli scrisse) il papa Gregorio VII lettere inviava. 

Il Manno poi, avendo posto mente non solo a quanto era scritto, ma parti- 
colarmente alle quattro carte, non prima conosciute, che il cav. Lodovico BaVlle 
estraeva dall' archivio diplomatico di Firenze , così ordinava la serie dei primi 
regoli galluresi : — anno .... Manfredi — .... Baldo — 1073, Costan- 
tino I — .... Saltaro? — 1092, Torgodorio — 1112, Ottoccorre(3). 

Siccome Io slesso storico per gli ultimi quattro giudici fondava in gran parte 
i suoi giudizj sopra quelle quattro carte del Ba'ille (4) , giova qui di farne co- 
noscere in breve il contenuto, anche perchè ciò dischiude meglio la via ad 
acchiarire il molto frutto che si trae dalla Pergamena. 

La I" , che ha la data (stil. pis.) pridie idus martii 1 1 1 3 ind. V (i4 marzo 
1112), è l'atto di donazione che Donna Padulesa de gunale et filici quomdam 



(1) Gallurae ludices, pag. 230. 

(2) Cristoforo Landino, nei commenti al canto XXII dell' Inferno di Dante, afferma che in- 
tanto questo giudicalo pigliava il nome di Gallura, in quanto die da principio era stato dato 
a certi conti pisani che aveano un gallo per insegna. 

(3) Manno, lom. 2, pag. 360. 

(4) Queste carte esistono nella Bi'lioteca Sarda. Si vegga 1' appendice al Catalogo della 
medesima, portai. 5, num. unico, §• 2. Transunto di alcune pergamene esistenti nel regio 
archivio diplomatico di Firenzi;. In questo transunto tali carte così sono di-poste: I (pag- 
5) — 2 (pag. 1) — 3 pag. 2) — 4 < pag. 6>, giacche tra le pergamene d' esso archivio la 2 e la 3 figu- 
rano più antiche della prima. 



125 

Cornila . . . et mulicr quomdam lorcotorì de Zori regìa gallurensis, fece a S. 
Maria di Pisa della intiera sua corte sita in loco et finibus larathano in Sar- 
dine partibus in Regno Gallurensi et in Curatoria de Civita, e della sua por- 
zione della chiesa di S. Maria, vicina alla coite istessa. Appiè di questa carta^ 
scritta da Rolando, causidico pisano, si legge: De sardis vera propter me t uni 
judicis Olhocor qui tunc tcmporis judex erat qui supra memorate Pndulese 
valde inimicabatur et minala tur nullus testis interfuit. 

La li, senza data , ma segnala a tergo [Primaz. di Pisa, M LXXXl) rac- 
chiude la conferma che donnus Orthoecor gallurensis Rex scrisse in favore di 
S. Maria di Pisa de! dono delle corti che le aveva fallo Donna Padulesa olim 
regina .... per cartas scriptas ex manibus rolandi causidici absque ejus 
presenzia et consensu. 

Colla HI, anche senza data, ma notata a tergo (Primaz. di Pisa, Ithochor de 
Galluri, lìJLXXXJIf/), Ottoccorre giurò fedeltà al comune ed alla chiesa di S. 
Maria di Pisa, e di più promise di donarle quattro corti, tales que placeant 
misso suo. 

La IV infine colla data (stil. pis.) 8 idus madii i 1 17, ìnd. IX (8 maggio 1 1 16) 
è l'atto per cui il giudice Ottoccorre, intitolatosi di Gli naie, presentte donino 
Comitta /ilio judicis Constantini , donò a S. Maria di Pi-*a le quattro chiese 
galluresi di Torpeia, di Toraie, di Vignolas, e di Laratanos, della quale ul- 
tima chiesa donna padulesa jam antea /uste ne religiose dederat suas portio- 
nes : e confermò alla stessa chiesa pisana il dono della corte detta di Vittilhe 
già fattale da un antico giudice, appellalo Sai taro, qui t-nius mortuus est idest 
sine heredibus. 

In tale ordine si dehbono collocare queste quattro carte, per la ragione che 
le due intermedie , benché riputale del secolo XI, per le date rispettivamente 
poste al loro tergo (1081, 1084), pure apparlengono fuor di dubbio al secolo 
XII. La II a in vero, come contenente la conferma della clonazione scritta nella 
I a del 11 12, deve essere a questa posteriore di data: e così pure la III a deve es- 
sere di poco anteriore alla lV a , dappoiché in questa si racchiude il compimento 
delle promesse fatte nella III a 

Questi nuovi monumenti, se da un lato confermavano la esistenza nel secolo 
XII del giudice Tonhitorio di Zori, porgevano dall'altro le memorie all'atto 
nuove degli altri due giudici, Ottoccorre di Gunale, e Saltalo, di lui più antico; 
ed inoltre delle inimicizie fra Padulesa, vedova di Torchitorio, ed Ottoccorre, 
del terrore da questo incusso al popolo gallurese, e di un Comita, figliuolo del 
più antico giudice Costantino. Dal quale intricato laberinto il Manno avendo ten- 
tato di uscire, avanzò il suo savio giudizio nei termini seguenti: » Questo giudice 
" (intendi Saltaro) di cui nuova comparisce la menzione nella serie dei regoli 
" di Gallura non può meglio essere collocalo, che fra Costantino 1 (1073): 
« e il Torgodorio scomunicato nel 1092, e forse era figliuolo dello stesso Costan- 
" tino e fratello maggiore di quel Cornila nominato nella carta predetta del 
» 11 16, il quale le sue speranze al trono vide prima impedite da Torgodorio 
» de Zori , e poscia da Ottoccorre di Gunale. » 

Tale era la condizione della storia più antica del giudicato gallurese, prima 
che si discoprisse la presenle Pergamena. Mercè questa, mi è dato di ricorj- 
porre la storia istessa. Prego dunque i leggitori di considerare bene i racchiusi 
frammenti delle scritture di Saltaro e di Ottoccorre , e di fissare specialmente 



126 

I' attenzione: i° sopra il frammento della donazione della corte di Vittithc, fatta 
dal giudice Saltaro alla chiesa di S. Maria di Pisa, dopo il suo ritorno dal malau- 
gurato viaggio a Gerusalemme : 2" sopra I' ordinamento di Saltaro a Giuliano 
di Monte, curatore della villa Siffilioni, acciocché mandasse a pronto eseguimento 
una sentenza pronunziata nel 20 novembre 1 08I» dal savio Alessandro Bronlero, 
con autorità di Torchitorio di Zori, suo cognato, già reggente il giuuicato, e col 
consiglio di EuvisOj vescovo di Galtelly, e così mantenesse Bernardo di baco nel 
possesso del feudo dell' istessa villa.- 3" sopra la relazione dell'ambasciata , av- 
venuta nel 1 1 1 3, d' Uberto di Spano, in nome di Ottoccorre a Manfredi Grugno, 
pisano, e principalmente sopra la unitavi lettera di Cornila a Torchitorio li, 
giudice di Cagliari, con cui lo richiese del suo ausilio per ricuperare il proprio 
regno della Gallura. 

I. — Manfredi. 

Non più si può dubitare della esistenza di questo giudice, non più è incerto 
il tempo del principio e del termine del suo regno. Dal citato ordinamento di 
Saltaro a Giuliano di Monte si raccoglie, che il feudo di villa Siflil ioni era stato 
imprima conceduto ad un Arnosio di Laco (forse avo di Bernardo) a Man- 
fredo bone memorie I j 'udire de Pisi*, de judiratu Gallare, a II anno, per XL 
llibras monete ipsius Judicis, in omni anno, cimi caria /unii .... MXXII1I 
prò suis meritis que sunt, cimi idem judex bricalus a suis q ui novum jugum 
male sufferebant, Arnosius, qui magnus erat supra populum . . . . fortis ope- 
ralus est cum grandi periculo et plun'mis laboribus, in seivicium dicti judicis 
ita quod sine alla sanguinis effusione omnes homines amicavit. Donde conse- 
guita : Manfredi essere stato ii primo giudice pisano stabilito nella Gallura ; 
avere esso cominciato il suo regno nel 1022 secondo l'era comune (1): gran- 
demente essere stato contrastalo il suo potere dal popolo gallurese, sofferente 
a malincuore la novella servitù, ma non essersi venuto a spargimento di san- 
gue : la pacificazione del giudicato essere stata in gran parte opera di Arnosio 
di Laco, ottimate assai potente presso a quel popolo , di che Manfredi lo rico- 
nosceva, dandogli il feudo di villa Siffilioni. Essendogli succeduto Baldo nel 
io36, si deve pure conchiudere che Manfredi regnava per anni i\ circa. 

II. — Baldo. 

Il citato ordinamento di Saltaro è pur quello che dilucida il reggimento 
del giudice Baldo, e Io purga della nota di usurpatore. Vi si legge che il feudo 
di villa Siffilioni era stato confermato a Gerardo di Laco, padre di Bernardo, 
dal giudice Baldo : anno scilicet III post clectionem, cimi carta dat. Terra- 
nova, anno XXXIX. Dunque ascendeva al sovrano potere nel io36 secondo 
le stabilite regole di elezione. Molta luce spargono sul suo governo i titoli, 
per i quali Gerardo conseguiva quella conferma. Tali erano diverse sue am- 
basciate a Gonnario, giudice di Torres , ed al suo successore Cornila, al co- 
mune di Pisa, alla Santa Sede, ad Umberto, vescovo di Cagliari, ed a Gio- 
ii) In questa illustrazione mi sono regolato coli' era comune: ed a questa ho accomodato le 
date della Pergamena , clic manilcstumeiite sono in siile pisano. 



degli anni 
che 



127 

vanni, vescovo di Torres : le segnalate cure sue , come valente maestro d' ar- 
chitettura, per la restaurazione di varie chiese galluresi, e principalmente di quella 
di S. Giacomo, dtstinata alla sepoltura dei peregrini di Terrasanta. Non esito a 
credere che Baldo abbia avuto più forti opposizioni di quelle, onde fu segno 
il suo antecessore. Me ne danno indizio non tanto quelle ambascierie, che pa- 
lesano come egli cercasse di puntellare il suo potere meglio che sul petto dei 
suoi sudditi j sull' ajuto degli stranieri; quanto la considerazione che coll'audar 
Galluresi dovevano viemaggiorinente reagire contro il giogo pisano , 
oro parve gravissimo insino dal principio ; e soprattutto la certezza che 
abbiamo del fine infelice di Baldo. Egli infatti, come scrisse il Fara (i), im- 
pegnatosi in una guerra contro Gomita I, giudice turritano, fu vinto e fatto 
prigioniero da Georgia , sorella di Gomita , donde si desume quanto questa 
principessa fc - 

nuto prima, 
esso anno l 
concernenti 
farsi qualcln 
elevazione 
rappattumarsj 
e I' esempio ' 
ad repacifìc 
fìlii (cioè di 
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vedremo ne! 
metà del sei 
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veva essere 
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chiarato che questo e . 
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naturale delle cose umane, che il popolo gallurese, ciopo che aveva ostato alla 
dominazione straniera, e mostrato propensione di togliersi a giudice il figliuolo 
del regolo turritano, abbia, cangiato consiglio, preso il partito di assogget- 
tarsi nuovamente ad un Pisano. Mentre dunque parmi di trovare nel giudice 
Costantino un ottimate sardo, riconosco pure eh' egli veniva innalzato al co- 
mando nel io54; dacché contava il ventesimo sesto ed ultimo anno del suo 
regno nell'anno 1079 (1080 stil. pis), in cui confermava nel feudo di villa 
Siffilioni Gerardo de LacOj elevato pur anche al grado di scutifero in pre- 



(I) Fara , luogo cit. — inoltre al capo Turritani judices, pag. 225. 






126 

l'attenzione: i° sopra il frammento della donazione della corte di Vittithe, fatta 
dal giudice Saltalo alla chiesa di S. Maria di Pisa, dopo il suo ritorno dal malau- 
gurato viaggio a Gerusalemme : 1° sopra I' ordinamento di Saltaro a Giuliano 
di Monte, curatore della villa Siflìlioni, acciocché mandasse a pronto eseguimento 
una sentenza pronunziata nel 20 novembre io85 dal savio Alessandro bronlero, 
con autorità di Torchi torio di Zori, suo cognato, già reggente il giudicato, e col 
consiglio di Euviso, vescovo di Galtelly, e cos'i mantenesse Bernardo di Laco nel 
possesso del feudo dell' istessa villa: 3° sopra la relazione dell'ambasciata, av- 
venuta nel 1 1 i3, d' Uberto di Spano, in nome di Otloccorre a Manfredi Grugno, 
pisano, e principalmente sopra la unitavi lettera di Comita a Torchitorio li, 
giudice di Cagliari, con cui lo richiese del suo ausilio per ricuperare il proprio 
regno della Gallura. ^_ ^^ fm ,*- }*'é+"~ 

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nova, ann~ ..^wu/i. uunque ascendeva al sovrano potere nel io36 secondo 
le stabilite regole di elezione. Molta luce spargono sul suo governo i titoli, 
per i quali Gerardo conseguiva quella conferma. Tali erano diverse sue am- 
basciate a Gonnario, giudice di Torres , ed al suo successore Cornila, al co- 
mune di Pisa , alla Santa Sede, ad Umberto, vescovo di Cagliari, ed a Gio- 
ii) In questa illuslraziune mi sono regolato coli' ora comune: ed a questa ho accomodato le 
date della Pergamena , che manifestamente sono in stile pisano. 



127 

vanni, vescovo di Torres : le segnalate cure sue , come valente maestro d' ar- 
chitettura, per la restaurazione di varie chiese galluresi, e principalmente di quella 
di S. Giacomo, destinata alla sepoltura dei peregrini di Terrasanta. Non esito a 
credere che Baldo ahbia avuto più forti opposizioni di quelle , onde fu segno 
il suo antecessore. Me ne danno indizio non tanto quelle ambascierie, che pa- 
lesano come egli cercasse di puntellare il suo potere meglio che sul petto dei 
suoi sudditi, sull' ajuto degli stranieri; quanto la considerazione che coll'audar 
degli anni i Galluresi dovevano viemaggiormente reagire contro il giogo pisano , 
che loro parve gravissimo insino dal principio ; e soprattutto la certezza che 
abbiamo del fine infelice di Baldo. Egli infatti, come scrisse il Fara (r), im- 
pegnatosi in una guerra contro Gomita I, giudice turritano, fu vinto e fatto 
prigioniero da Georgia , sorella di Gomita , donde si desume quanto questa 
principessa fosse animosa e valente nelle armi. Che questo crollo sia avve- 
nuto prima del \o%^ è manifesto dalla conoscenza rimasta che Costantino in 
esso anno teneva già il supremo potere. Pare che col conforto delle carte 
concernenti all' ambasciata in nome di Ottoccorre a Manfredi Grugno, possa 
farsi qualche conghiettura sovra il tempo passato dalla caduta di Baldo alla 
elevazione di Costantino. Lo stesso Grugno dava consiglio ad Ottocorre di 
rappattumarsi con Comita, figliuolo di Costantino, associandolo anche al regno, 
e 1' esempio gli adduceva di Barisone, re di Sardegna, in questi termini: idem, 
ad repaci fica ndwn popiduni de Gallura, qui proptcr virtules et bonitatem sui 
filìi (cioè di Barisone) Aadree tanche volebat eligere in regem et jndieem suum, 
propter quod Barisonus accepil eumdem filiuni in regnandum. Questo fatto, come 
vedremo nella illustrazione relativa al giudicato di Torres, avvenne verso la 
metà del secolo XI. E dunque probabile che le sorti del giudicato gallurese, 
indi al rovescio della fortuna di Baldo, siano rimaste in mani del vincitore 
Comita di Torres: che succeduto a costui Barisone, il popolo di Gallura ab- 
bia inteso di darsi un giudice a lui grandemente accetto, quale appunto do- 
veva essere il suo figliuolo Andrea Tanca: ma che, non avendovi consentito 
Barisone per ragioni politiche, che rimangono ignote, cadeva I' elezione sopra 
Costantino, forse quanto caro a quel popolo, altrettanto devoto verso il regolo 
turritano. 

III. — Costantino I. 

Benché il Fara , senza il conforto per altro di alcun documento , abbia di- 
chiarato che questo giudice apparteneva alla famiglia pisana dei Gherardeschi, 
pure io credo di doverlo tenere per nazionale. Imperocché, non è Dell' ordine 
naturale delle cose umane, che il popolo gallurese, dopo che aveva ostato alla 
dominazione straniera, e mostrato propensione di togliersi a giudice il figliuolo 
del regolo turritano, abbia, cangiato consiglio, preso il partito di assogget- 
tarsi nuovamente ad un Pisano. Mentre dunque panni di trovare nel giudice 
Costantino un ottimate sardo, riconosco pure eh' egli veniva innalzato al co- 
mando nel io54; dacché contava il ventesimo sesto ed ultimo anno del suo 
regno nell J anno 1079 (1080 stil. pis.), in cui confermava nel feudo di villa 
Siffilioni Gerardo de Laco, elevato pur anche al grado di scutifero in pre- 
Ci) Fara , luogo cit. — inoltre al capo Turritani judices, pag. 225. 



128 

senza di Guglielmo, vescovo di Populonia, legato apostolico , in considera- 
zione eziandio dei consigli dati da Gerardo per la riformazione del clero gal- 
lurese. Costantino fu uno dei quattro regoli saidi ai quali il papa Gregorio 
VII indirizzava, nel 1073, da Capua, la famosa epistola, colla quale eccitavali 
all'antica devozione verso la sedia apostolica, ed a cooperare al buon suc- 
cesso delle cure dello stesso vescovo di Populonia , suo legato. Clic Costantino 
abbia dato saggi di liliale obbedienza al papa, si può desumere dall' aver ac- 
colto nella sua reggia il legato pontificio, e dalla parte per lui presa circa 
la riforma di quel clero. 

4 Saltavo. 

Saltare nacque da Costantino I, e gli fu successore: come egli stesso lo 
dava a divedere nell' ordinanza citala al curatore di villa Siili lioni, quando 
mentovava la conferma di quel feudo fatta in favore di Gerardo di Laco : 
a bona memoria donni Costantini patris mei\ anno XXVI. sui regni, idest 
ultimo, cum caria de anno MLXXX. 11 perchè., il principio de! suo regno 
debbe porsi tra I' anno 1079 ed il cominciare del 1080. Di questo giudice, 
del quale si conosceva appena il nome, congiunto colla memoria della già ri- 
cordata sua donazione della corte di Viltilbe, siamo ora in condizione di dare 
molte particolarità biografiche , che dilucidano grandemente le cose del di lui 
regno. Tolse a moglie Giuliana ; ma figliuoli non ebbe , nò poteva averne; quia 
Saltarus judicabalur a sapienlibus impotens. Ebbe in vece un fratello minore 
in quel Cornila, che, come siamo per vedere , diventava segno della più fiera 
persecuzione di Torchilorio di Zori , cognato di Sallaro, uomo di natura cru- 
dele, di modi prepotenti, cupo simulatore ed ambizioso quanto altro mai 
del supremo potere. Confidentissimo di Sallaro., ne ambi il trono, e per conqui- 
starlo deliberò di atterrare Cornila, legittimo erede. Dei pravi satelliti ond' era 
stipato si valse per far suonare all' orecchio del giudice la voce calunniosa che 
Comita ne aveva temalo la rovina, col consiglio ed ajuto di varj ottimati del 
paese. Saltaro, cui erano ignote le fine arti, la pravità d'animo di Torchilorio., 
la tenne per vera , né esitò nell'anno secondo del suo regno di ordinare 
1' imprigionamento dell'innocente Comita. Per due anni slette questi in duro 
carcere, e quivi avrebbe chiuso i suoi giorni, se la di lui nutrice, donna di 
molto animo , non si fosse presentata al giudice , e non lo avesse impietosito col 
racconto delle pene del suo fratello e del pericolo di vita in cui era. Saltaro 
dunque verso il io83 liberò Cornila e con lui riconciliossi. Se non che, dominato 
da Torchilorio, potentissimo nel palazzo, a modo che tutti dannali erano al 
silenzio, né alcuno osava manifestarne le inique trame, vegliava attento sulle 
azioni del suo fratello Cornila, né permetteva che comunicasse liberamente con 
tutti. A questi tempi giungeva nella Gallura un Alessandro Brontero, che 
fuggiva in Sardegna da Bologna, sua terra natale, uomo di molta dottrina e 
valente giurista. Saltaro lo careggiò e ripose tanta fiducia in lui da confidargli 
i negozj della giustizia. Locchè è manifesto dalla citata sentenza del 20 no- 
vembre io85 ( 1086 stil. pis. ) da lui pronunziata con l'autorità di Torchilorio 
di Zori, vicario di Sallaro pendente il suo viaggio a Terrasanta, e col consi- 
glio di Euviso, vescovo di Galtelly , nella controversia sopra il feudo di villa 
Siili! ioni tra Bernardo di Laco ed il curatore d' un Mariano di Orni. Saltaro 



129 

verso 1' anno quinto del suo regno intraprese quel viaggio con Gerardo di 
Zori, armentario, e con 220 servi armali, e lasciò la reggenza del giudicalo a 
Torchitorio, coll'ajuto, come pare, del consiglio del vescovo Euviso. Però non 
gli fu dato di visitare il santo sepolcro e di portare soccorso a quei 
tribolati cristiani. La sua nave fu colta da cosi fiera procella , che dopo fatlo 
getto d' ogni cosa in mare, era quasi per naufragare. Spinta nell' isola di Ci- 
pro _, si scatenarono di nuovo i venti , per cui dovette indietreggiare. Final- 
mente , dopo corsi grandi pericoli e sofferti i danni lutti di un mare e di un 
cielo infuriati , fu dato a Saltaro ed al suo seguito di riparare all' isola di Malta. 
Quivi il patrono della nave, di nazione corso, appena che ebbe lingua dei pe- 
ricoli di quei mari per fatto dei Barbareschi , divisò di abbandonarli in Corsica, 
dove pensava di recarsi per restaurarvi la nave. Mentre il giudice vedeva 
I' impossibilità di andarne ai luoghi santi, gli toccò la buona ventura di ve- 
nirgli incontro altre due navi pisane reduci da quei luoghi , dopo danni gran- 
dissimi, e rivolte alla terra di Arborea con quel giudice Torbeno, figliuolo di 
Ottoccorre, e con 3oo peregrini sardi armati. Nuovi guai dovette soffrire, e se 
non fu fatto captivo ilai Barbareschi, almeno fu da loro terribilmente assalilo ; 
ma se ne scampò e potè rivedere la patria terra, in tempo posteriore al 20 
novembre io85 in cui, come già rilevammo dalla sentenza del Brontero, egli 
trovavasi lontano dall' isola. Indi al suo ritorno donò alla chiesa di S. Maria 
di Pisa la corte di Vitti tlie con i suoi accessorj , e le promise l'omaggio an- 
nuale di un vitello e di quattro scrofe coi loro parti ; e ciò : proptcr vitani 
(sono parole della carta di donazione) guani recuperavi, cimi pre/isì fuinius 
a turcis , specinliter prepter rengraciamentum illius caliginis mentis oculorum 
quarti diabolus misera t, ita quod in proprium sanguinem fra tris mei maculas- 
sem manus, quod Deus avertit prò sui misericordia, et quando reversus sum 
a dieta embarcatione , et mihi fecit videre animimi pessimum Torchitoris 

et eliam suas Locchc, come racchiude il suo pentimento dello avere 

perseguitato il proprio fratello Cornila , così dà a divedere che contezza aveva 
avuto delle opere malvagie di Torchitorio. Non ci rimase però argomento al- 
cuno per credere che Torchitorio abbia perduto la sua possanza ; che anzi il 
silenzio sopra ciò, che tenne Cornila nella lettera a Torcholorio li di Cagliari, 
lascia conghietturare il contrario. 

E qui, prendendo a raccogliere le altre memorie minori di Saltaro, che si de- 
sumono dai frammenti delle sue carte, dirò: essersi mostrato tenero della retta 
disciplina ecclesiastica } quando avvertiva Pietro , vescovo di Civita, che non 
conferisse i sagri ordini ad un Enrico Mossa , notoriamente impedito a poterli 
conseguire ; avere sostenuto 1' eseguimento delle pie volontà, nell' ordinare al 
curatore della villa di Lula , che desse alla chiesa di S. Maria il possesso della 
vigna legatale da Arzocco Locci , curatore un tempo della stessa villa, in un 
col territorio posto di rimpetto al sepolcro Nabathe, o a dir meglio al norachi 
Nabathe. Un' altra memoria ci è restata nella preda che fecero i Sardi di una 
galea turca nei mari di Orosei , dove 1' avea gittata un fortunale. Sul quale 
proposito nella Pergamena si trovano registrati i più minuti particolari : e 
quindi il ritrovamento sulla galea di 4° turchi, e 9 cristiani peregrini vivi, e 
quattro morti: l'ordine di Saltaro al capitano della cavalleria _, onde in 
compagnia di 100 uomini armati conducesse i cristiani ed i turchi e tutto 
quanto era stato predato: la consegna fallane dal capitano: la condanna alle 

17 



130 

forche del cnpitano turco e dei suoi figli, perchè all'atto della pugna ucciso 
avevano un sardo, chiamalo Barisone Cosso : la vendita degli schiavi: e final- 
menle l'epistola al vescovo di Galtelly , onde facesse le convenienti provvi- 
sioni per la conduzione e processione alla chiesa maggiore delle sante reliquie 
che i cristiani portavano con seco , per la sepoltura dei quattro peregrini 
nella chiesa destinala a tal uso , pel dono delle reliquie alla chiesa istessa, e 
per la provvista del panno mortuario a quei peregrini , dacché il proprio ave- 
vano pei duto. Altri tre ricordi rimangono: t. nel bando pubblicato in Terra- 
nova, perchè venisse assunta la difesa di un Graciadeus Serra, imputalo di 
avere introdotto merci occultamente nel giudicato; 2. nel giuramento fatto da 
160 individui, che presterebbero i dovuti diritti di seminagione; 3. nelle 
cure del giudice perché gli abitanti non dilettassero del frumento , motivo per 
cui Gerardo di 1 bori prometteva di non eslrarre dal regno i38o starelli di 
quel genere, caricali in Orosei. La morte di Saltaro avvenne prima del 1092, 
in che Torchitorio (1) di Zori , di cui ora vado a parlare, era già regnando. 

V. — Torchitorio. 

Non sì losto Sallaro mancava di vita, che il suo cognato Torchitorio usur- 
pava di fatto il di lui regno, in danno di Cornila, inaugurando 1' usurpazione 
coli' ammazzamento del curatore dello stesso Comita. Gli fu moglie quella 
donna Padulesa di Gunale, che donava alla chiesa di S. Maria di Pisa la corte 
di Laratano. Oltre a quanto si è già detto di Torchitorio colla scorta della 
presente Pergamena, altro ricordo di lui non resta che quello assai tristo , già 
conosciuto nella sarda istoria, che si trae dalla famosa lettera di Giovanni, 
monaco gallurese, a Riccardo, cardinale ed abate di S. Vittore di Marsiglia (2) , 
per il di cui mezzo era già palese, che Torchitorio uomo era irreligioso , di 
feroci costumi , e tiranno dei suoi sudditi. L' alta indignazione aveva incorso 
della santa sede, sia che parteggiasse per Arrigo IV e per l'antipapa Giliberto, 
sia che non volesse rinunciare alle investiture, sia che tinto fosse della pece 
della simonia, tanto comune a quella età. Papa Urbano II, poiché tentato aveva 
invano il suo ravvedimento , commetteva a Daiberto o Dagoberto, arcivescovo 
di Pisa, suo legato in Sardegna, che facesse le ultime prove per ritrarlo dall'errore. 
Dagoberto, giunto in Torres, vi chiamava a concilio gli arcivescovi e vescovi sardi. 
E bene il descriverne il risultato colle seguenti parole del monaco Giovanni-. 
Penerunt (così egli scriveva) omiies in lume locuia , et vocaverunt ex parie 
apostolica istum ereticum, ut revtrterelur ad gremittm sanctae matris eeclesìae; 
sed iste maledictus et impurissimus tyrannus obdnralus est, sicut lapis ada- 
mantinus, ut nullus /erre ncque accedere in eum potest. Fecit itaque, (intendi 
il legato) ut archiepiscopi et episcopi onines contristati sunt valde , clamabant 
una voce omnes : anatematìza , analematiza , et confirmavit legatus et epi- 
scopi cum concilio , omnes principes Sardiniac juxta praecepla apostolica ma- 
ledixerunt , et condemnaverunt eum , et traxerunt in poteslate daemoniorum. 
Torchitorio, ben lontano dallo scuotersi per ciò, tenne a vile l'interdetto, e 

1.1) Torchitorio, Torchotorio, Torgodorio, Torgotorio, sono parole sinonime. 

(2) Marlene e Durano", Veter. script, et monum. coli. Paris iis, 1724, tom. I, col. 522. 



131 

prefendendo che si continuassero gli uffizj divini, nei modi più aspri vessò i 
monaci galluresi di S. Vittore, uno dei quali era Giovanni, appunto perchè vi 
si rifiutavano, minacciandoli della loro espulsione dal giudicato e della confi- 
sca dei loro averi (i). Il regno di questo giudice, cominciato prima del jocp, 
nel quale si colloca il tempo della di lui scomunica, terminò avanti del 1112, 
in cui 1' altro usurpatore Otloccorre era giù sul trono. 



VI. — Otloccorre. 



L' usurpazione di Torchitorio fu seguita da quella di Ottoccorre a danno di 
Comita, fratello minore di Saltare liceo come questi ne scriveva a Torchotorio 
II, giudice di Cagliari: Secundo autem, in his ultimis temporibus, quando nullus 
alius poterai contradicere repgnum unum, (une suscitatus est Othocor , et eum 
nulla ratione, cum gì nudi violentici et forcìose rum multa gente armata, quia 
dives multo era! et potens, quod non obtinuit tempore embarcationis dirti fra- 
tris , misit se in potestà ti ni , contra oimes aucloritates et consuetudines et 
regulas eleclionis quam ìtoc factum successioni^. Dalle quali parole si ricava 
che Ottoccorre di Gunale , uomo molto ricco e potente, e vinto anch J esso 
dalla più smisurata ambizione , aveva tentato di usurpare il trono infici da 
quando Saltaro era partito per Terra Santa. Ottoccorre teneva già il sovrano 
potere nel 11 12, quando Paclulesa, regina vedova di Torchitorio, donava la 
corte di Laratano a S. Maria di Pisa , senza I' intervento di alcun sardo come 
testimonio, per paura di Ottoccorre, qui Padulese valde ininiicabatur et mina- 
batur. Per la qual cosa è pur chiaro, che a lui resisteva Padulesa, benché 
fosse della famiglia stessa di Gunale , mossa dalla giustizia della causa di Co- 
mita, ch'era sotto la di lei protezione. Comita infatti dalla villa donne padu- 
lese datava la epistola che faceva presentare al giudice cagliaritano Tor- 
chotorio II da Andrea Fara s savio di Gallura , suo speciale ambasciatore. 
In questa epistola , che tanto dilucida le vicende del giudicato gallurese , Co- 
mita , mentovate le persecuzioni che sofferse , e le due usurpazioni di Torchi- 
torio ed Ottoccorre, fece presente al giudice cagliaritano, come, stante I' impos- 
sibilità di poter riconquistare il trono da per sé solo, ogni sua speranza 
riponeva nella di lui alta protezione ed amicizia , e come la propria fiducia 
in lui riceveva conforto, sia dal pensiero della gloria che uè verrebbe a Tor- 
chotorio , sia dalla considerazione che Torchotorio istesso in simili frangenti si 
era trovato, quando Turbino gli usurpava il regno, ed a ricuperarlo si giovava 
egli dell' ajuto dei comuni di Pisa e di Genova. Lo richiese dunque a calde 
instanze di sua amicizia e piena cooperazione armata , e così pure di sua in- 
tercessione , onde parte pure vi pigliassero od ambi comuni , od uno almeno 
di essi, come a lui parrelibe meglio , per la più facile riuscita dell J impresa. 
Si prolferse pronto a stringere di subilo qualunque alleanza o patto con lui 
o con i comuni; a giurare a costoro obbedienza e fedeltà: e laddove fosse 
prospera la fortuna, il dispendio della guerra rimarrebbe pienamente a suo 

(lì Manno, Storia di Sardegna, tom. 2, pag. 203. — Tola, Dizion. biogr., art. Torchitorio, re di 
Gallura — Giovanni, monaco sardo. - Mattini, Storia ecclesiastica, tom. I, pag. 232-33-34. 



132 

carico , e ricambierebbe anche il benefizio con una parte delle rendite sue 
Così Cornila scriveva a Torchotorio, così pare che abbia pur scritto a Guai 
fredo, arcivescovo cagliaritano, onde perorasse la sua causa presso al giudicr 
medesimo. Ma costui, benché riprovasse il fatto di Otloccorre, e propendesse a 
favoreggiare Comita , pure non trovandosi in condizione di farlo , si limitò a 
promettergli ausilio in tempi migliori; comesi raccoglie dalla seguente narrazione. 
Oltoccorre, appena che ebbe lingua delle pratiche di Comita, intese a certifi- 
carsi del loro successo e dell' intendimento ili Torchotorio a riguardo suo. A 
Cagliari stanziava Manfredi Grugno, pisano, ch'era molto devoto ad Oltoccorre, 
propter amorein ( dice Manfredi ) quod mini monslravit, quando habuìt in ve- 
nalionibiis falconimi et equitationibus. A costui dunque s' indirizzava Oltoccorre 
per mezzo di Uberto di Spano , suo speciale ambasciatore. L' astuto pisano lo 
servì a maraviglia. Corrotto infatti con doni un giovine figliuolo del notajo di 
Torchotorio, non solo venne in chiaro dei segreti , ma anche ebbe modo di 
trascrivere la lettera di Comita , e di mandarne il transunto ad Oltoccorre per 
maggiore sua consolazione. Cerlificollo quindi : nel momento niente offerirsi 
che potesse recar danno ad Oltoccorre: il comune pisano essere allora impe- 
gnato in una spedizione contro i Mori delle isole Baleari , di che il Grugno 
stesso doveva formar parte , né quindi dato essere a quel comune d' interes- 
sarsi per Comita : Torchotorio però non potere operare per I' imploralo ajuto 
del comune di Genova : ed in quanto a sé, quantunque fosse inclinato a soste- 
nere i diritti di Comita , pure essersi dovuto riserbare ad ajutarlo in altro 
tempo. Si tranquillasse dunque Oltoccorre; che per alcuni anni non verrebbe 
turbato nel possesso del giudicato gallurese. Il Grugno volse poi le parole al 
futuro , e fece sentire ad Ottoccore , essere conveniente a chi ama di vivere 
tranquillo e securo, tutto porre in opera per ispegnere il fomite della discordia: 
cercasse dunque di amicarsi con Comita, mettendolo a parte degli onori e degli 
uffizj , ed ove a ciò non si riputasse contento, a suo socio lo togliesse ed in- 
sieme regnassero: né ciò esser nuovo: averne dato esempio quei principi an- 
tiveggenti , cui cale la pace ed il riposo per 1' avvenire da qualunque disa- 
stroso successo : anche la Sardegna offrirne , ed in ispecie quello di Barisone, 
re di Sardegna e regolo di Torres e d' Arborea, il quale per acquietare il suo 
popolo di Torres, per ragione dell' altro giudicato arborese si associava un 
Torchitorio di Gunale , dando a lui la cura di questo secondo giudicato; e 
così pure per pacificare l'altro popolo gallurese, inteso ad eleggere a giudice 
il di lui figliuolo Andrea Tanca, anche questo si associava al regno tnrritano. 
Tale fu il risultato di queste due ambasciate avvenute nel iii3. 

Mentre era in pericolo degP inimici assalti, Oltoccorre cercò di guarentirsene. 
Comandava perciò, che senza il di lui consenso non si permettesse 1' entrata 
e P uscita dal porto di Terranova di alcuna nave; e molto meno 1' ingresso 
di uomini e donne, sardi fossero o stranieri: che si giurasse di non uscire da 
Terranova : che gli uomini tutti , dai 18 ai 6o anni, tanto a piedi, quanto a cavallo, 
si raccoghessero armati in issa campa de corte, per farne la rassegna e nume- 
razione. E poi indubitabile che Oltoccorre, secondando i miti consigli del suo 
amico, si conciliasse con Padulesa e con Comita, e 1' amicizia conseguisse del 
comune di Pisa. Giurava infatti fedeltà al comune, ed alla chiesa maggiore 
di Pisa, ed a questa clonava quattro corti, e prometteva un annuo omaggio: 
faceva conferma delle donazioni di Padulesa, dichiarando che giusta e religiosa 



133 

era stala la di lei liberalità: e si rappattumava con Comita, il quale appunto 
era al suo fianco nel tempo che faceva la carta di donazione delle stesse 
quattro corti, e di conferma del dono di Saltalo. Dopo il 1116, data di questa 
carta, mancano le memorie di Ottoccorre : ma facile è il credere che tran- 
quillo possessore sia rimasto del regno gallurese. E qui conchiudendo il rac- 
conto dei giudici galluresi , colla scorta della presente Pergamena, credo de- 
bito di rendere lodi amplissime al Manno, il quale con tanta finezza di giu- 
dizio s' internava nelle quattro carte del Baìllc, e nelle altre scarsissime 
memorie j che giungeva a figurarsi la serie di quegli antichi regoli e le mi- 
steriose vicende di Comita e dei due usurpatori, quali appunto avvenute 
erano in realtà. 

Brevemente debbo ora intrattenermi di quel Costantino li, che nell' elenco 
del Manno figura colla data del 1 160. Fin da quando io dettava la storia 
ecclesiastica di Sardegna , mi avvedeva che un Costantino, giudice di Gallura , 
cognato di Barisone d' Arborea, detto pure re di Sardegna , pigliava parte, 
come testimonio, nella carta riferita dagli annalisti camaldolesi all' anno 1 1 4-7 
circa, colla quale lo stesso Barisone donava alla chiesa di S. Maria di Bo- 
narcado il territorio de eresia de perda pertusa (1). E riconosceva, che 
laddove questo fosse lo stesso del Costantino memorato dal Tronci nel 1 160 come 
giudice galluritano, doveva la di lui prima memoria farsi risalire all'anno ii47- 
Se non che è oramai fuori di dubbiezza che il Costantino ricordato dal Tronci 
era giudice di Cagliari, e non già di Gallura. Il Tronci (anno 1160 ) 
così scriveva: « Di poi i detti Consoli mandorno uno dei loro colleghi con 
» tre Galere in Sardigna a prender Costantino Giudice Galluritano, e con 
» molto honore lo condussero a Pisa con sua moglie, e figliuola, dove 
" trattenutosi pochi giorni montò in nave _, et andò a visitare il santissimo 
» Sepolcro , e lasciò la sua figlia in Pisa. Questo si ha dalle croniche. 
» MS. di M. Bernardo Marangone. » 

In mancanza d' altri documenti, gli scrittori nostri, compresovi il Manno (2) 
tennero questo Costantino per giudice di Gallura, e trovarono in esso il Co- 
stantino di Lacon e marito di Elena di Bacon, di cui lo slesso Tronci riportava 
una carta dell'anno 1 iy3. Ma le storie di Rafaello Rondoni (3) ne illuminarono 
ad evidenza del contrario. Ecco le parole, celle quali riferiva egli il fatto stesso 
che mentovava il Tronci. » E dopo queste cose, mandarono tre galere benis- 
« simo armate, a levare Costantino giudice di Cagliari, e Sardegna sua mo- 
» glie, e Donnicella sua figlinola (4); e con mollo onore lo raccolsero in 
» Pisa. Il quale, del mese di Giugno, con la moglie, montando sopra una 
" grossa nave pisana, si partì per visitare il santissimo sepolcro di Cristo: 
» restando a custodia dei Pisani la (ìgliuola, la quale, per essere di fanciullesca età 



(1) Miltarelli e Costadoni , Annal. camalli., lom. 3, in appendice, col. 443 444. Il sacerdote 
Vittorio Angius riprodusse queste carte n Me Notizie storico- statisi, dei quattro giudicati; 
Torino, Cassone e Ularzoruti, 1841., in 8: delle quali mi sono talvolta giovato in queste 
illustrazioni. 

(2) Tom. 2, pag. 265. 

(3) Rondoni, Sior. pis., part., I, pag. 302. 

{4) Donnicella, nel linguaggio aulico dei Sardi, vale piccola signora, e davasi alle figliuole degli 
ottimati, ed anche degli stessi regoli, come donnieeìlu ai figliuoli maschi dei medesimi. 
Non era dunque donnicella il nome della figliuola di Costantino. 



134 

» non fu dal padre condotta a fare quel santo viaggio. » Coincidi; la cronaca 
del Marangone citata dal Tronci (r) » Anno Domini MCLXl. Sequenti mense, 
« jamdicti GóDsules miserunl Consulern, curii tribus galeis ad Conslantinuni 
•3 Judiceni Calluritanum (2), qui cum honore , curii uxore sua Sardinea, et 
» filia Donnicella, Pisas duxerunt , et cum magno honore tenuerunt , et ju- 
« dicem cum uxore in magna nave, in lerosolimam eimtem, liouorifice mise- 
« runt in mense augusto, et Donicellam cum honore Pisis retinuerunt eodem 
ii anno. » Chiaro è dunque, che il Costantino che nel 1160 ne andava a 
Terrasanta, non era già il Costantino II di Gallura, ma sihhene il Costantino 
II di Cagliari , la di cui ultima memoria è del i 1 63 (3). Perlocchè 
d'ora innanzi quel ricordo storico, come si toglierà dalle pagine della vita del 
primo, cosi si aggiungerà a quelle della vita del secondo, e rimarrà la prima 
memoria del Costantino II di Gallura nell'anno i 147: di quel giudice appunto, 
che fu padre di Barisone o Barusone di Gallura, e donò al monastero di 
S. Felice di Vada il territorio d' Jurifai. 

Ecco dunque come si può ricomporre la serie dei regoli gali mesi da 
Manfredi a Costantino. 

1. Manfredi, pisano — elezione, 1022. 

2. Baldo, pisano — elezione, io36. 

3. Costantino 1, sardo — elez. , io54. 

4. Saltaro, figliuolo di Costantino, eletto tra il 1079 e< ^ '' 1080. 

5. Torchilorio di Zori (usurpatore ) — prima meni, del 1092. 

6. Ottoccorre di Cimale (usurpatore) — prima meni, del 11 12. 

7. Costantino II — prima mem. del r 147. 

S- 2- 

La menzione nelle cartedi Saltaro eOttoccorre della città di Terranova conduce in 
primo luogo a dimostrarne l'esistenza infino dal principio del secolo XI, e quindi 
a palesare 1' abbaglio di quegli scrittori, che accennarono quella terra scambiato 
avere sotto la signoria aragonese col nome di Terranova quello di Civita che 
suppongono aver portato nel medio evo. Conduce pure a stabilire che Terranova 
fosse la sede di quei regoli galluresi. Didatti in Terranova il giudice Baldo, con 
carta del io38, confermava a Gerardo di Laco il feudo di villa Siffilioni. Il porto 
principale della Gallura fu quello di Terranova, e questa città stessa Ottoccorre 
intese specialmente di guarentire dagli inimici assalti, quando paventava di 
Comita , ordinando , senza il di lui consenso, nissuna nave entrasse in quel 
porto o ne uscisse, e molto meno vi s'introducessero uomini o donne, sardi 
fossero o stranieri ; ed esigendo da molti dei suoi abitatori il giuramento di 
non uscirne senza sua volontà. In Terranova ancora Ottoccorre passava in ras- 
segna le genti armate sì a piedi che a cavallo. E colà pure , per ordine di 
Saltaro, dovevano assumersi le difese di un Graciadeus Serra, imputato di un 
contrabbando di merci. Tutto questo manifesta che Terranova era il luogo 
primario del giudicato, e la sede ordinaria di quei regoli. Sono le città capi- 

1 Le stesse storie del Roneioni con varie aggiunte., part. 2, pag. 23. 

2 Se si scambia \'u con Va, ecco il Ccdlaritanum. 
(3) Manno, toni. 2, pag. 235, noi. 2. 



135 

tali quelle che i principi, a preferenza di qualunque loro terra, sogliono met- 
tere al coperto delle armi nemiche: desse pur sono, donde emanano i loro 
atti di governo, fra i quali primeggiavano un tempo le concessioni feudali. 
Par proprio di vedere in Ottoccorre un monarca che si crede secura sul capo 
la corona, quando tiene ben fortificata la sua terra capitale. Questa città , pri- 
ma che si chiamasse Terranova , altri tre nomi ebbe secondo i sardi scrittori. 
Prima era Olbia , quell' antica città famosa nella patria storia, per la vittoria 
riportatavi nelle vicinanze da Scipione sopra i Cartaginesi, e pel soggiorno fat- 
tovi da Quinto, fratello di M. Tullio Cicerone. Poscia diventò Fa usa ni a ai tempi 
della decadenza dell' impero ; Civita nel medio evo; Terranova finalmente sotto 
la dominazione aragonese. Tanti cangiamenti di nome , sollerti da una stessa 
città, che si suppone rovinata e restaurata in uno stesso luogo, mi fecero 
aombrare e dubitare almeno della perfetta identità del sito. Siami lecito di 
avanzare sopra ciò alcuna mia conghiettura. Il nome solo di Terranova ( nuo- 
va terra) dà indizio securo che questa città non fosse mollo antica per gli uo- 
mini del secolo XI: e d'altro canto l'essere ella a quei tempi la sede dei giudici 
galluresi dimostra, che era giunta ad uno stato di moka floridezza , per toccare il 
quale fanno mestieri lunghi anni d'esistenza. Si ravvicini ciò colla certezza che ab- 
biamo che neir inclinare del secolo IX esistesse tuttora il vescovo di quell'an- 
tica Fausania, che si tiene abbia assunto il nome di civitatense^ perchè sulle 
rovine di Fausania sorgeva Civita nuova città. Si consideri il lunghissimo spa- 
zio di tempo che facca d' uopo, onde Civita sorgesse, e distrutta questa, se 
ne edificasse un'altra sotto un nome diverso. Per le quali cose, se non pongo 
dubbio, che ad Olhia distrutta nelle incursioni vandaliche abbia succeduto, o 
nello stesso identico sito od in prossimità, Fausania, che cadde pur essa in l'O- 
vina per le invasioni dei Saraceni , non inclino a credere che altra distruzione 
sia avvenuta per cui sulle rovine di Civita sorgesse finalmente Terranova. 
Penso invece, che la terra surrogala all' antica Fausania propriamente si de- 
nominasse Terranova, e che la credenza di essere stata Civita una città piò: 
antica abbia tratto origine dal vedere, che Ch'itatcnse appellavasi il vescovo 
della Gallura superiore. Per me il nome di Civita è di dipartimento e non di 
luogo speciale : Civitatense appellavasi quel vescovo, non altrimenti che 1' altro 
di Galtelly si chiamava gallurese, ed ogj*i arcivescovo arborese s' intitola quello 
che siede in Oristano , e d' Ogliastra il vescovo che ha per sede Tortoli. Egli 
è certo che la prima curatoria della Gallura superiore aveva per nome Civita: 
di che fanno fede le carte di Donna Padulesa del un, e di Ottoccorre del 
1116, nel di cui fine si legge: Actum in curatoria de Civiltà in cimiterio 
Sancti Si/ìì/j/icii. E Civita fu chiamata per la ragione che abbracciava Terra- 
nova, che in maniere anlonomastiche poteva appellarsi la Città, o perchè la 
prima del giudicato, o perchè l'unica che in quei luoghi rimanesse in piedi 
fra le rovine delle tante altre antiche. Questo modo di vedere trae conforto 
dall' atto di conferma che Costantino I , giudice di Cagliari, faceva della dona- 
zione d' Arzone, patire suo ( 1 ), in favore dei monaci di S. Vittore di Marsiglia. 
Vi si legge la fuma di un Cherchi , fratello di Costantino , domicels Cerchi 
curator de Civita. Forse nel giudicalo di Cagliari eravi una terra denominata 
Civita ? Nome invece era di un dipartimento di primaria importanza, dacché 

(1) Marlene e Durami, Vet. script, et momtm. coli., lom. 1, pag. 534. 



136 

era sotto il governo di uno dei principi della dinastia regnante. Non dubito 
che si accennasse a quello, dov'era Cagliari, città capitale, che per antonoma- 
sia si appellava la Città. 

ARTICOLO 3. 

Giudicato turrilano. 



Due passi di questa Pergamena giovano assai al rischiarimento della tene- 
brosa storia dei regoli più antichi di Torres, quello cioè dove Saltaro di Gal- 
lura, fra le benemerenze di Gerardo di Laco per le quali il giudice Baldo, 
con carta del io38 fio3g st. pis. ) gli confermò il feudo della villa Siffilioui , 
rammenta le di lui ambasciale ad personam Gunnari judicis turritani et suc- 
cessori Cornile: e l'altro che si rinviene nella relazione dell' ambasciata nel 
1 1 1 3 (iii4) di Uberto di Spano a Manfredi Grugno per parte del giudice 
Ottoccorre: dove lo stesso Grugno, inteso alla riconciliazione di Comita con 
Ottoccorre, pone solt' occhio di costui I' esempio di Barisone, re di Sardegna , 
nei termini seguenti: sicul in his in ultimis temporibus factum est in repgno 
Turritano, quod sepius audivi a patre meo henriguo et ab aliis mnj'oribus sar- 
dis ultra LX annos, et specìaliter tempore Barasonis regis Sardinie _, qui ad 
reparandas discordias sui populi , prò ratione alterius j udienti , scilicet de ar- 
borea , qui eliam poteslabat , sociavit cum quodam Torchilorio de Unale , ad 
quem dedit curani rcpgni de arborea: idem ad repacificandum populum de 
Gallura, qui propler virlutes et bonitatem sui filii Andrce lanche volebat eli- 
gere in regem et judiceni suum, propter quod Barasonus accepìt eumdem fili um- 
ili socium per repgnandum. 11 grande frutto che si ricava da questi due passi, 
vena manifesto per mezzo dei seguenti cenni. 



I. Gonnario I. 



Il Fara (ì) collocò questo giudice alla testa di quelli di Torres , sulla fede 
di un codice di S. Maria di Cerigo, e fu seguito dal Manno (2). Se non che 
amendue tacciono del tempo del di lui governo. Questa Pergamena ne conferma 
1' esistenza. E poiché nel io38 a Gonnario era già succeduto Comita, e d' altro 
canto si trova scritto che, verso il 1022, il comune pisano abbia rinnovato i 
supremi reggitori dei quattro giudicati, è dato di conchiudere, che a ragione 
T annalista incomiuciava da Gonnario I la serie di quei regoli , e che il suo 
governo abbia a riferirsi al tempo di quella rinnovazione. 

(1) Turritani judices, pag. 225. 

(2) Tom. II, pag. 36o. 



137 

li. Cornila I. 



Il secondo seggio venne assegnato dall' annalista a questo giudice, da lui 
intitolato utriusaue loci judex, Lugodorìi videlicet, et Arboreae. Soggiunse, es- 
sersi per lui eretta, adornala e magnificamente dotata la chiesa dei santi mar- 
tiri turritani, avervi trasportato le loro sante ossa, e colà stesso essere state 
depositate le di lui spoglie mortali. Mentovò pure le tre di lui sorelle Elena, 
Preziosa e Georgia, e qnest' ultima celebrò sì per la erezione della chiesa mag- 
giore e del castello d' Ardara , che per la vittoria riportata sopra Baldo di 
Gallura, che aveva rotto guerra al suo fratello Cornila, inconseguenza diche 
Baldo, nel campo di battaglia, cadde di lei prigioniero, il Manno vi prestò piena 
fede (i). L'uno e l'altro diedero nel segno, dacché questa Pergamena con- 
ferma la successione a Gonnario di Cernita , forse di lui figliuolo, e vivente 
nel io38. Caddero all' opposto in fallo coloro che si rimaselo dal couoscere 
in Gonnario ed in Cornila due regoli distinti. 



III. Barisone, re di Sardegna. 

Se l'annalista si appose al vero per i primi due giudici, non così fu per 
lo innanzi infino a Costantino I A Cornila fece succedere un Torchitorio di 
Gunale, dichiarandolo figliuolo di Cornila e possessore anche di ambi giudicati, 
ed aggiungendo di essere stata per lui edificata la chiesa di S. Antioco di Bi- 
sarcio , e di avere arricchito molte altre chiese di Sardegna, e nel io65 
di copiosi doni presentato il monistero cassinese. Successori di Torchitorio fece 
quel Mariano rammentato nella famosa epistola di Gregorio VII del 1078; 
Pietro Gunale ; Andrea Tanca; il di lui figliuolo Mariano II. Il Manno però, 
se dopo Comita I annoverava Barisone re di Sardegna (ann. io63-64), indi 
Andrea Tanca (senza data d' anno), e poscia Mariano I ( 1073), e Costantino I 
( 1 1 12), inclinava a credere, che il Torchitorio Cimale fosse stalo per abhaglio 
scambiato da Cagliari a Torres, e rimaneva perplesso sopra gli altri due giu- 
dici Mariano , e Pietro Gunale , collocati dal Fara fra Torchitorio ed Andrea 
Tanca (2). Come vedremo, il Manno in questo rispetto non si discostava 
molto dal vero fra la diversità dei racconti e delle opinioni degli scrittori 
nazionali, per la quale si era formalo un nodo che pareva indissolubile. 
Ora, col secondo passo della Pergamena, è conceduto di sgrupparlo pienamente, 
così ragionando. 

Che il Barisone, re di Sardegna, sia succeduto a Comita, è fuori di dubbiezza: 
lo è pure che egli sia quello stesso, cui il Fara per abbaglio assegnava la se- 
conda sede fra i regoli cagliaritani. Ma principiava il suo regno molto prima 
del io63, come finora si è tenuto. Manfredi Grugno, nell' accennare ad Ot- 
toccorre 1' esempio dello stesso Barisone, aggiunse di riferirlo per la memoria 



!,i Luog. cit. e yag. 150. 
2' Pag. 152, 153, 196, 197, 198,360. 

18 



138 

che gliene avevano fatto il suo padre Enrico ed altri anziani sardi, oltre i ses- 
santa anni. Questo linguaggio si tenne dal Grugno nel 1 1 1 3. E forza dunque 
di conchiudere, che si trattava di fatti avvenuti verso la metà del secolo XI, 
e che Barisone in tal torno di tempo era già regnando, per successione a quel 
Comita, che giudice vedemmo nel io38. Il passo medesimo dimostra che Barisone 
giudice era ad un tempo di Torres e di Arborea: che per riparare alle discor- 
die del suo popolo di Torres, per ragione dell'altro giudicato, a socio si eleg- 
geva un Torchilorio di Gunale, dando a costui le cure speciali del regno ar- 
bordse ; che, infine, si associava pure al trono il proprio figliuolo Andrea Tanca, 
onde acquietare il popolo gallurese, che lo slesso giovine principe intendeva 
di creare a suo re, a suo giudice, per le sue chiare virtù e bontà d' animo. 
Da questo mi faccio scala prima di tutto a conghiellurare I' origine degli ab- 
bagli presi dal Fara in tanta confusione delle cronache antiche. 1/ annalista 
trovò fra i regoli turritani il Torchilorio di Gunale che fu socio di Barisone : 
trovò anche nelle cronache quell'altro Torchitorio che nel ioG6doni offeriva 
ai monaci cassinesi , e che giudice non era di Torres, ma di Cagliari : vi lesse 
pine il nome d'un Barisone, che meritava eziandio del monastero di Monte 
Cassino. Ne avendo chiari monumenti per distinguere le persone di quei giudici, 
ed assegnarle rettamente ai giudicati cui rispettivamente appartenevano , dei 
due Torchitorj fece un solo, come se fosse giudice di Torres, e contentandosi 
al solo Torchilorio, che non fu che socio di Barisone, tacque quest' ultimo fra 
i regoli turritani j e lo collocò invece fra i cagliaritani. Così pure il Fara, nel 
vedere che un Comita di Torres era pur giudice di Arborea, e che d' ambi titoli 
era insignito il Torchitorio di Gunale, si indusse a credere che questo figliuolo fosse 
di Comita; quandoché è ora facile di tenere pei- figliuolo e successore di Comita 
in ambi giudicati il Barisone re di Sardegna. Poste le cose sopraddette, è incon- 
teslabile che lo slesso Barisone abbia avuto nei primi tempi del suo regno due 
socj, il Torchitorio di Gunale, ed il suo figliuolo Andrea, il primo colle cure spe- 
ciali del regno arborese, il secondo, come pare, con quelle del turritano. In quanto 
alle altre particolarità riguardanti il finora misterioso Andrea Tanca, dirò che 
il Fara contentavasi a qualificarlo ottimo giudice, ed a narrarci che fu sepolto 
nella chiesa d' Ardara. Ma l'aulica cronaca sarda trascritta dal Gazano (i) più 
oltre si diffuse, giungendo anche a fissare in 33 anni la durata del suo regno. 
Locchè peraltro eccede i limiti della possibilità , attese le seguenti contrarie os- 
servazioni. Prima di tutte sia quella, che Andrea Tanca premoriva al suo padre Ba- 
risone, e quindi non mai solo, ma in un collo stesso suo genitore regnava. Lo 
chiarisce la caria del ìo64, per cui Barisone donava le chiese di S. Maria di Bu- 
bali e di S. Elia di Montesanlo al monastero di Monte Cassino: dove si scorge 
I' intervento di Mariano, nipote del donatore e socio suo nel regno di Logu- 
doro , rennanle Donino Barossone et nepote e/us donino Marianus in renno quo 
dicitur ore (2). Bene adunque conchiudeva il dotto mio amico e collega cav. 
Tola (3)^ che il padre di Mariano premorì a Barisone. Questo padre di Mariano 
dobbiamo riconoscerlo in Andrea Tanca, sì per 1' autorità del Fara, che da 
Andrea Tanca faceva discendere un Mariano , sia per quella della cronaca de- 

(1) Stor. di Sardegna, tom. 1, pag. 369. 

(2) Galtola, Hist- cassili.- Access, lom I, pag. 174-75. 

(3) Diz. biogrtif., art. Barisone I re di Torres, not. 2. 



139 

scritta dal Gazano _, che certifica la stessa paternità. Dietro a ciò, anche sup- 
ponendo che il Barisone regnasse dal io45, e nello stesso anno si associasse il 
suo figliuolo Andrea, e che costui vivesse sino al io63. anno precedente 
al io64> in cui era già morto, sempre è vero che più di 18 anni circa non 
potè durare il suo regno col padre. Voliando ora il discorso a Mariano, 
abbiamo l'altra certezza storica, che Barisone, suo avo, se lo associava al 
trono di Torres, indi alla morte del proprio figlio Andrea Tanca. Sciolte 
in questa maniera tante difficoltà , rimane a ragionare dei due succes- 
sori di Torchitorio , mentovati dal Fara , cioè Mariano e Pietro Gunale. 
Per rispetto di Mariano, è naturale di credere che sia lo stesso del Mariano,, 
nipote di Barisone e figliuolo di Andrea Tanca , e che 1' annalista d' un solo 
Mariano ne facesse due. Non è così facile lo scioglimento del nodo a riguardo 
di Pietro Gunale. Non è però fuori di proposito la conghiettura, che egli fosse 
figliuolo di Torchitorio di Gunale , socio di Barisone; e che alla morte di 
Torchitorio coniinuasse a regnare in Arborea collo stesso titolo del padre , di 
socio cioè in ambi regni di Torres ed Arborea. Se ciò avvenne, a ragione il 
Fara annoveravalo fra i regoli di Torres. La morte di Barisone seguì prima 
del 1073, in cui già slava regnando il di lui nipote Mariano. 



IV. — Mariano I. 



Questi, figliuolo di Andrea Tanca e nipote di Barisone, era socio dell'avo 
suo sin dal 1064= indi alla di lui morte regnò solo. La prima memoria di lui, 
in questa seconda qualità, risale al 1073, epoca della nota lettera di Gre- 



gorio VII. 



V. Costantino I. 



La prima memoria del regno di costui , cha era figliuolo di Mariano 1 , 
ascende al 111-2. 

VI. — Gonnario II. 



A Costantino succedette Gonnario li , di lui figliuolo, che venne al trono 
nel 1127. Venti anni dopo (1147), prima d'intraprendere il viaggio a Terra 
Santa, soffermossi nel monastero di Monte Cassino, e colà confermò con un 
solo atto solenne le donazioni già fatte a benefìcio di quei monaci, e princi- 
palmente quelle che tenevano origine dalle liberalità dell J alavo Barisone, 
dell' avo Mariano e di Costantino padre suo, e della regina Marcusa di lui 
consorte, e di molti altri consanguinei della famiglia del donatore ivi nominati. 
Il difetto del bisavo fra gli ascendenti di Gonnario II, e l'inviluppo delle 
cronache concernenti ai primi regoli turritani , fecero sì che gli scrittori 
nazionali si stillassero a ragione il cervello per trovare il nome di quel bisavo, 
ed accordare fra loro le rimaste memorie. Ora però siamo in coudizione di 



140 

riempiere un tal vuoto. Il mietei ioso bisavo ili Gonnario II era Andrea Tanca, 
figliuolo di Barisone, padre di Mariano I ed avolo di Costantino I. Intanto 
non fu nominalo nella caria di Gonnario II , inquantochè non deve aver la- 
sciato alcun esempio di liberalità verso i monaci cassinesi. Né forse poteva 
lasciarne a modo di rimanerne a lui la gloria, dacché., avendo regnato soltanto 
in unione col suo genitore, a speciale merito di costui e non del figliuolo si 
sarà attribuita qualsivoglia liberalità, benché vi abbia concorso Andrea Tanca, 
come socio nel regno. 

Può dunque stabilirsi così la serie dei primi regoli turritani: 

f. Gonnario I, forse eletto nel 1022. 

2. Gomita I, giudice anche di .Arborea. La sua prima memoria è del ro38. 

3. Barisone I, re di Sardegna, giudice pure di Arborea, eletto verso la metà 
del secolo XI. Ebbe per socj : 1. Torchitorio di Gunale in ambi i regni, 
ma con le cure speciali di quello di Arborea; 2. Andrea Tanca, suo figliuolo, 
pel regno di Torres; 3. Mariano, suo nipote e figliuolo di Andrea, the nel 1064 
era già socio. 

4- Mariano I, che regnava solo nel 1073. 

5. Costantino I. La sua prima memoria è del 1 1 1 2. 

6. Gonnario II. Venne al trono nel 1127. 

ART. 4. 
Giudicalo a" Arborea. 



; 1. 



Anche la serie dei primi regoli d'Arborea trova un rischiaramento nel se- 
coudo passo della Pergamena, di cui mi sono giovato pel giudicato di Torres. 
L'annalista (1), fondando sul principio che i Pisani abbiano, verso il io5o, 
diviso la Sardegna in quattro giudicati, pone alla testa di quei regoli uno di 
cui tace il nome , colla data dell' anno stesso: e gli fa succedere: 1. Mariano 
Zori ; 2. Onroco od Orzocorre Zori , quello stesso che fu rammentato da Gre- 
gorio VII nella famosa sua epistola , che ebbe a moglie Nivata, e che da Tarros 
in un col clero e col popolo si traslocò ad Oristano; 3. Torbeno Zori, fi- 
gliuolo di Orzocorre; 4- Onroco od Orzocorre II, e via dicendo. Il Manno 
poi (2) , benché trovasse che si potrebbono annoverare fra i giudici di 
Arborea il Cornila I di Torres, ed il Barisone re di Sardegna, pure fu 
d'avviso che propriamente la serie degli stessi giudici dovesse incominciare, 
» come fece il Vico, da Mariano de Zori , del quale restò solo il ricordo uel- 
" Y antica cronaca sarda citata dal Fara. » Compose quindi la serie stessa in 



(l'i Fara , Arboreae jitd., pag. 237. 
(2) Tom. 2 , pag. IS2 , not. I. 



141 

questo modo: Mariano I. — 1073. Oiiroco od Orzocorre I. — ... 

Torbeno — Or/.ocorre li. 

Siccome il citato secondo passo della Pergamena, come poco anzi diceva, è 
quello che reca nuova luce su questa serie , è bene di ripeterlo in esteso nella 
parte che concerne al regno arborese. Tale esso è: sicut in his^in ultimis 
temporibus factum est in repgno turritano 3 nuoci sepìus aurlivi (E Manfredi 
Grugno che parla) a patre meo henriguo et ab aliis mnjoribus sardìs ultra 
fyX annos , et spceìalitcr tempore barasonis regis Sardinie _, qui ad reparan- 
das dìscordias sui populì, prò ratione alterìus judicati } scilicet de Arborea, 
qui cliani potestabat , sociavit cum quodam Torchi lo rio de tinaie, ad quem dedit 
curam repgnì de arborea. Se diventa incontestabile che , verso la metà del se- 
colo XI, il giudicalo di Arborea sottostasse a Barisone. re di Sardegna, e 
che costui si associasse un Torchi torio di Gunale per governarlo, lo è pure che 
innanzi a Barisone d'ambi giudicati tenesse il freno il Cornila I di Torres, che 
regnava nel io38, dacché questo veniva affermato dal Fara, ed havvi la forte 
conghietlura che da Comita, suo padre, abbia il figliuolo Barisone eredatogli 
stessi due giudicati. E necessario perciò di poi-re alla testa dei giudici arbore- 
si: i. Comita I di Torres, come il più ant'eo di cui parli la storia e del quale 
la prima sicura memoria è del io38; 2. Barisone, re di Sardegna, che teneva 
il potere supremo verso la metà dello stesso secolo XI, aggiungendogli come 
socio il Torchitorio di Gunale, che è da credere abbia avuto fìssa residenza nel 
seggio primario di Arborea, dal momento che Barisone gliene dava lo speciale 
governo. 

Benché per un momento cessi la scorta della Pergamena , e sorgano gravi 
difficoltà sopra il predecessore o predecessori di Orzocorre I , di cui è certa 
l'esistenza nel 1073 ; forse è dato di gettare qualche luce novella su tale 
punto di storia. Che la separazione del giudicato di Torres da quello di 
Arborea avvenisse ai tempi del mentovato Barisone, è manifesto dalla carta di 
donazione del 1064 in favore dei monaci cassi nesi , dove s'intitola remante in 
re mio quo dicitur ore ( Logudoro ). Il perchè, il tempo intermedio tra la 
stes'a separazione, e la primitiva unione dei due regni sotto lo scettro di Ba- 
risone è assai breve, non passando che tre lustri circa dalla metà det secolo 
XI al io64- Il Fara, e con esso gli altri scrittori, fanno precedere ad Orzo- 
corre I un Mariano de Zori. Laddove si volesse ammettere che i nomi di 
Gunale e di Zori fossero ti' una stessa famiglia, il nodo sarebbe di facile 
scioglimento. Il Fara appella la moglie di Mariano I di Torres ( per lui II ) 
Susanna Gunale seu de Zori; chiama pure la moglie di Costantino I di Tor- 
res Marcusa Gunale Arborensis (1). Perchè dunque non si potrà scorgere 
nel Torchitorio di Gunale, associato da Barisone di Torres, il ceppo della di- 
nastia arborese? Perchè non sarà conceduto di conghietturare che Pietro Gu- 
nale (2) e Mariano detto de Zori fossero suoi discendenti , e che il primo ab- 
bia regnato in Arborea come socio del giudice di Torres, ed il secondo sia 
colà rimasto solo al supremo governo dopo la separazione di ambidue regni 



(Il Fara, pag. 225-22G. 

(2) V. illustrazione Giudicato turritano. 



142 

avvenuta ai tempi ili Barisone? Ma queste sono semplici mie conghietturc, ed 
intanto le propongo, in quanto desidero palesare il mio modo di vedere per 
lo caso che colT andare degli anni si discopra qualche nuovo monumento atto 
a togliere ogni dubbi età. Dopo Gomita I e barisone, re di Sardegna, col suo 
socio Torchitorio di Gunale, rimanga dunque il Mariano de Zori, di cui si 
ha valido ricordo storico; ed indi a lui l'Or/.ocorre I, mentovalo nell'epistola 
di Gregorio VII e padre di Torbeno. E qui giova di nuovo la Pergamena 
(donazione della corte di Vittilhe, fatta da Saltaro) , donde si ricava che 
Saltaro , nel suo viaggio , ebbe ad incontrare naves duas pisanoriim, que ad 
parici Aibnree veniebant, cimi j'udice Torbeno filio Ottorhoris et rum CCC 
peregrinis de Sardis bene armatis. Questo giudice Torbeno non è nuovo per la patria 
storia. Lo rammentava il Fara come figliuolo e successore di Orzocorre I. Ne 
conferma l'esistenza una carta genovese , senza data, di cui il Manno dava 
la prima contezza (i) Per la quale Torbeno d'Arborea promette alla madre 
sua, Donna Niballa, di disporre' n suo talento delle due case di Nurage nigella 
e di Massone de Capras , da essa edificate , e dibatta stabilisce la dotazione 
di queste case, delle quali vieta la vendita, acciò restino in perpetuo in potere 
dell' imperatore , vale a dire di chi reggerà la provincia. In fine della stessa 
carta si legge la rinnovazione l'altane dal giudice Orzocorre de Zori, nipote di 
Nibalta. A mio avviso, allo stesso Torbeno può riferirsi la seconda carta, an- 
nunciata pure e pubblicata dal Manno , per cui un Torbeno di Lacon , giu- 
dice del pari di Arborea, in un colla sua consorte Anna de Zori , comprò da 
Costantino de Orrobu un cavallo di pelame rossiccio , e gli cesse in cambio 
alcuni servi e varie terre (2). Non rimane d'aggiungere su Torbeno, se non 
che il suo viaggio a Terra Santa avveniva verso il iob"5-86. E qui, conchiu- 
dendo colla certezza che a Torbeno succedette Orzocorre de Zori , cosi rista- 
bilisco la serie dei primi giudici di Arborea: 

1. Cornila I, giudice anche di Torres _, regnante nel io38. 

2. Barisone, re di Sardegna , giudice anche di Torres, verso la metà del 
secolo XI; e Torchitorio di Gunale , suo socio. (Prima del 1064 accadde la 
separazione dei due regni di Torres e di Arborea. ) 

3. Mariano di Zori : forse prima di lui Pietro Gunale. 
4- Orzocorre I de Zori , regnante nel 1073. 

5. Toibeiio di Zori, di lui figliuolo e successore. Prima memoria del 
io85-86. 

6. Orzocorre II di Zori , nipote di Nibatla. 

§■ 2- 

La Pergamena, confortata da alcuni documenti dei regj archivj (3J, dà 
campo a qualche importante aggiunta alla storia dei tempi di Mariano IV. 

(I) Tom. 2, pag. 222, nella nota 2. Questa carta è la slessa, che per cura del medesimo storico 
venne pubblicata nel voi. I Muorine patriae monumenta, N. 466. 

(2r Manno, luog. cil. — Ilisloriae putride monum., Ioni. I, N. 467. Intanto io credo che il Tor- 
beno della carta N. 466 sia lo slesso di quella N. 467, inquanto! he poco innanzi alla conclusione 
di questa si legge* chiaro: Ego judice Torbeni de Zori. Onde che eravi identità di persona nei 
Torbeno di Lacon del principio, e nel Torbeno di Zori del Due della caria. 

(3) Registro sovracit. K. 2. 



143 

Tale in primo è quella dei trattati di pace nel maggio i36{, seguiti tra quel 
giudice ed il re di Aragona. Per li quali Alberto di Zatrillas, governatore di 
Cagliari e di Gallura, ed investito dell'autorità suprema, inviava a Mariano 
ed al suo figliuolo Ugone, come speciale ambasciatore, un fra Giorgio Amat , 
religioso minorità. Benché se ne ignorino i particolari, pure raccogliesi in ge- 
nere dalle epistole del Falliti , che assai favorevoli furono alla casa di Arborea, 
ma che Io Zatrillas vi pigliò parte a malincuore e stretto dall' urgenza del 
bisogno. Notarsi pur debbe che l'ambasciata dell' Amat si estendeva eziandio 
a trattative con Brancaleone Doria, che era allora in guerra con Mariano. 
Inoltre debbe tenersi conto tanto della grande unione delle genti armate, sì na- 
zionali che straniere, che il giudice nei giugno i365 faceva in Oristano per in- 
viarle a Castelgenovese , dove teneva assediato Brancaleone; per la quale a 
ragione aombrava lo Zatrillas, che Mariano grandi cose macchinasse contro le terre 
regie : quanto dei gravi fatti che ne seguirono nell' anno medesimo. Il gover- 
natore ordinato aveva la costruzione d' una nuova fortezza nella villa di San- 
luri : e per sopravvedervi colà si recava con molto seguito di officiali e feu- 
datarj. Mariano, appena che il seppe, mosse d'improvviso colla sua armata 
contro Sanimi e la cìhsp d'assedio, sì che lo Zatrillas a stento potè salvarsi in 
un cogli altri per mezzo d'una vergognosa fuga. Sanluri cadde fra poco nelle 
mani di Mariano : ed uguale sorte toccò al castello di Petreso ed a Villa- 
Iglesias : e tanto fortunata fu quella repentina mossa d' armi, che nel novem- 
bre dell'anno istesso il giudice giungeva a tenere rinchiusi il governatore eie 
genti migliori di Aragona entro la città di Cagliari , da lui strettamente asse- 
diata per mare e per terra. 

§. 3. 

Il Manno (1) lasciò in forse la vera ragione del trucidamento di Ugone IV 
pronunciandolo seguito: » o pecchi; realmente l'asprezza del suo carattere a- 
« vesse degenerato in aperta tirannia come negli annali aragonesi si riferì , o 
« perchè il malcontento di coloro che noi sofferivauo signore sia stato aizzato 
» da quelli che noi sofferivano nemico. » Tanto più mi talentò questa riserva, 
quanto minore è la fede dovuta agli annalisti aragonesi sulle cose ragguardanti 
agli ultimi giudici di Arborea, giacché la ragion di stato consigliava di calpe- 
starne la memoria come uomini ribelli, e di non avanzar parola che alle male 
arti accennasse degli officiali aragonesi. A questo proposito è bene di porre 
mente alla visione dell'irata e sanguinosa ombra di Ugone, che forma uno 
dei migliori passi del lungo carme del Falliti ad Eleonora. Donde si apprende, 
essere stata opinione che il di lui scempio operato fosse da gente di mala fa- 
ma _, comprata coli' oro e colle speranze dagli Aragonesi, e che costoro a sì 
riprovevoli mezzi si fossero rivolti poiché avevano veduti vani gli sforzi palesi per 
la rovina di Ugone. Locchè deve almeno condurre a non abbracciare , come 
da certuni scrittori si è fatto, l'opinione che unico e principale motivo del- 
l' assassinio di Ugone sia stato un odio grandissimo ingenerato nei sudditi per 
ragione di sua crudeltà e tirannia : ed a credere invece che la più gran parte 
in quel barbaro fatto si debba agl'incitamenti dei nemici. 

(l) Tom. 3, pag. 114. 



144 



Poiché è dalo di arricchire di nuove noti/.ie la storia di Eleonora, giudicessa 
d'Arborea, pare acconcio di ponderare innanzi lutto, se dessa in nome proprio 
reggesse quel giudicato. Secondo il Fara, al giudice Ugone IV succedette Fe- 
derico, suo nipote, e figlinolo di Brancaleone Doria e di Eleonora di Arborea: 
morto Federico nell'infanzia, passò il giudicalo al suo fratello Mariano, altro 
figliuolo di Brancaleone e di Eleonora, fanciullo pur esso: costui abdicava nel 
1 388 : allora Eleonora, per concessione regia, conseguiva in proprietà il giu- 
dicato: indi alla di lei morte ritornava al suo figliuolo Mariano, che mori nel 
1407, essendo ancora nella puerizia (1). All'opposto, il Vico raccontava che 
Eleonora , dopo spento il suo fratello, costretto avesse gli Arboresi a rico- 
noscerla per loro giudicessa, ed a prestarle omaggio e giuramento di fe- 
deltà, unitamente al suo figliuolo Federico come erede e legittimo successo- 
re (2). Gli alili scrittori poi, anche recenti, si fecero a pronunciare che i diritti 
di Ugone IV si sariano trasfusi nei suoi nipoti Federico e Mariano, figliuoli di 
Eleonora, di lei sorella, e che perciò costei avrebbe retto il giudicato non già 
in nome proprio, ma sibbene come reggente, perchè tutrice di quei due figli 
suoi d' età puerile, lo però, nel dettare la biografia di questa principessa di 
Arborea , non esitai di dare per fermo che i diritti di Ugone si trasfusero pie- 
namente in Eleonora, e che essa fu perciò la vera giudicessa: partendo dalle 
seguenti considerazioni (3). Mariano IV lasciava tre figliuoli: Ugone IV, suo 
successore immediato , spento in una sedizione popolare insieme colla sua unica 
figliuola Benedetta; Eleonora, moglie di Brancaleone Doria e madre di Fede- 
rico e Mariano; e Beatrice, impalmata da Almerico., visconte di Narbona. 
Qualunque sieno siale le regole antiche di successione dei sardi giudici, è fuori 
di dubbio che nel secolo XIV il giudicato di Arborea era diventato un prin- 
cipato ereditario, come lo erano stali gli altri giudicati negli ultimi tempi di 
loro esistenza. Che le femmine , in mancanza di figli maschj , succedessero in 
Sardegna, Io dobbiamo anche tenere per certo. Benedetta fu giudicessa di Ca- 
gliari per successione a Guglielmo di Massa, padre suo, morto senza prole 
maschile: ed Adelasia, figliuola di Mariano II di Torres, pigliò le redini di 
quel giudicato, non si tosto Barisone III, suo fratello, fu ucciso in pupillare 
età. Venendo ora al caso di Eleonora, dirò , che con Ugone IV estintasi la 
prole mascolina di Mariano, restavano soltanto del sangue di questo giudice 
due femmine, Eleonora e Beatrice, sorella minore. Eleonora dunque, per la 
morte del fratello, era la sola e legittima erede dei beni e del regno del padre. 
Non ti par proprio rinnovato il caso di Adelasia di Torres? Una ed altra prin- 
cipessa ebbe un fratello: una ed altra, per uccisione di questo, conseguì il 



(lì Pag. 242-43. Fa meraviglia, che il giudizioso annalista abbia dato per costante 1' abdica- 
zione d' un principe tuttora nell infanzia. Forse egli non trovò altro modo per superar I' ostacolo 
clic trovava negli atti di governo e specialmente nel codice di leggi, emanati da Eleonora rome 
vera giudicessa di Arborea. 

(2\ Tom. 2, pag. 110. 

(3) Biografia sarda , toni. 2 , art. Eleonora 



145 

trono paterno. Quale diritto di successione, preferibilmente ad Eleonora, vantar 
potevano i di lei figlinoli Federico e Mariano? Nati da Brancaleone Doria , ed 
aventi per ciò il nome di altra famiglia, se al trono di Arborea potevano aspi- 
rare, lo era soltanto per la trasfusione in loro dei diritti della madre. La succes- 
sione si era aperta in favore di Eleonora, e per di lei mezzo ai proprj discendenti, 
che ne sarebbero stati per sempre esclusi, se Eleonora ne fosse siala incapace. 
Eleonora pertanto fu la vera giudicessa d' Arborea : e se richiese anche il giu- 
ramento di fedeltà al suo figliuolo Federico , il fece per guarentirgli viemeglio 
il diritto di succederle Cosicché si apponeva al vero lo storico Vico quando 
in tali termini riferiva il passaggio al trono di quella principessa. Il diritto viene 
confermalo dal fatto. Eleonora, infino dalla lettera che scriveva nel giugno 
i384 alla regina di Aragona, si soscriveva; Eleonora fudìcìssa arboree (i). 
E giudicessa s'intitolò in ogni atto del suo governo, e specialmente nel suo 
codice immortale di leggi (Cariti de Logu) , dove ad ogni passo assume il 
tuono di chi siede vero ed assoluto legislatore dei proprj stati. E mai credibile 
che ella reggente, come si suppose, del giudicato, in quegli atti di governo non 
avesse mai mentovato i nomi di Federico e di Mariano? 

La sapienza civile di questa principessa per mezzo della sua famosa carta, 
rimase immortale; né valse I' odio acerbo delT Aragonese ad oscurarne la 
memoria. Non così avvenne delle particolarità delle eli lei egregie opere guer- 
resche: che l'Aragonese stesso che le appose la nota infame di ribelle, tutto 
pose in opera perchè si sprofondassero nell' obblio, ed incatenò la %oce dei 
nazionali che intendessero prodigar encomj a quella eroina. Ond J è che il Manno, 
accennando alla guerra rotta da Eleonora contro gli Aragonesi nei primi tempi 
del suo regno, così scriveva: » Durò questa guerra per due anni; e quantun- 
» que le vicende non siano state ricordate dagli storici, pure favorevoli si dee 
» credere siano state alle armi di Eleonora: dacché favorevole ai di lei inte- 
» ressi fu la pace, la quale ne seguì >» (2). E favorevoli furono di fatto. I versi 
nobilissimi di Torbeno Falliti ce lo comprovano: i quali, tanto più fede sto- 
rica si meritano, in quanto racchiudono un particolareggiato racconto di una 
delle di lei vittorie, e fàcile torna di separarne quanto si ilebbe al vero da 
ciò che è frutto dell' immaginazione del poeta. Arricchiamo dunque d' una bella 
pagina la storia di quesla donna sarda, degna di fama maggiore nell' incivilita 
Europa. 

Gli storici, nel mitrarcela guerriera, la figurano cinta d'armi virili, animosa 
ed immota sulla sella di focoso destriere, trascorrere per 1' isola alla testa delle 
sue genti armate, affrontare gagliardamente il nemico, governare da per sé le 
belliche operazioni nei più ardui conflitti. Tale anche la mostrò il poeta. Ve- 
dila , nel suo carme, armata di tutto punto, colla lancia in mani, frenando il 
cavallo più animoso , a capo del suo esercito. La miri calda di quegli spiriti 
marziali che si affanno al guerriero più valoroso, impavida nei pericoli, gittan- 
tesi nel più forte della mischia, regolatrice della pugna e degli ordini tutti 
della guerra. La trovi paragonata per la forza ad una leonessa: trovi in ella 
la figlia diletta della vittoria: che questa seguiva i suoi passi, e lei lontana ab- 
bandonava le armi di Arborea. Bello è dunque il poterci internare nei parti- 



(1) V. nel Memoriale del marchese di Coscojuela (Documenti N. 40). 
2, Tom. 3 , pag. 118. 



19 



i46 

colali del glorioso falto d'armi del 28 ottobre 1 387 , il di cui ricordo, come 
degli altri, sarebbe perito, se la discoperta Pergamena non ci fosse venuta in 
soccorso. 

Al conquisto del castello di Sanitari, le tante volte disputato agli Aragonesi 
dai regoli di Arborea, tendevano le mire della sarda eroina. Colà conduceva 
le sue genti, colà sfidava I' inimico a battaglia nel giorno sacro a S. Simone 
apostolo, colà lo rompeva. La strage fu grande; ed inseguite con impelo straor- 
dinario daile arboresi le poche genti regie sopravvissute all'eccidio, infino al 
pie del castello, stava questo quasi per cadere, ed Eleonora teneva già in 
mani la piìi compiuta vittoria. Nel mentre era per darsi I estremo assalto al 
castello, una voce entro il campo si innalza clie il figlio di Eleonora, Maria- 
no, desse poche speranze di vita, e lei chiamasse prima di chiudere i suoi 
giorni. Nel petto della gran donna vince l'amore materno: la-eia il comando 
dell'armala ari un Don Paolo (j), che insieme con Don Gnaulino teneva il 
primo seggio fra i capitani arboresi, e corre nella sua reggia d'Oristano per 
dar l'estremo abbraccio al figliuolo, accompagnata da 4°° valorosi cavalieri. 
Ma , giunta appena alla reggia, trova il figlio in perfetta sanità, e si avvede 
di subilo, come quella voce maligna con fina arte si era sollevata, per lorle di 
mano la vittoria. Volge e rivolge nella niente nuovi ordini di guerra, ed ar- 
dente di trar pronta vendetta dell' inimico, dispone di rinnovare all' indomani 
il sanguinoso conflitto. Ella frattanto ignora che _, nelle poche ore di assenza, 
la fortuna delle sue armi aveva sofferto un momentaneo cangiamento. Alla di lei 
dipartita Don Paolo e Don Gnaulino avevano continuato la pugna ed obbligato 
gli Aragonesi a ripararsi assottigliati e rotti entro al castello. Trecento nemici 
con armi e cavalli cadevano prigioni in mano degli Arboresi. Mentre costoro, 
per la sopravvenuta notte, riposavano dalle fatiche della guerra , gli Aragonesi 
del favove delle tenebre si valevano per introdurre là dentro del castello ot- 
tocento uomini. Ne tolgono coraggio i già sconfitti, fanno insieme una sortita 
repentina dal castello e si gettano furibondi sopra i vincitori. Colti all' improv- 
viso, molta strage di loro si fece, ed Arborea ebbe a lamentare la morte di 
alcuni dei più valorosi (ji). Se non che, al grido, all' esempio di altri valenti 
capitani (3) si destano dal riposo le genti di Arborea , e fanno fronte al ne- 
mico. Si fa ardente la mischia, e si ripara ai danni delle fiamme divoratrici, ap- 
picciate al campo dagli Aragonesi. Accorre Don Paolo, accorre Don Guantino 
colle loro genti, e novello vigore infondendo ai pugnanti, la zuffa diventa più 
calda, più micidiale. Dura per tutta la notte, e fra i morti sul campo, di 
una ed altra parte , si enumera il comandante supremo Don Paolo. Morte 
che trasse largo pianto dagli Arboresi, ed in ispecie dalla sarda eroina. In 
questo così subito rovescio di fortuna, ad Eleonora si volgono le speranze di ri- 
storarla , e a lei tosto si invia un Michele Gallo, uomo quanto valoroso e forte 



(I) È senza fallo quel!' ufficiale riel palazzo , che introduceva dinanzi al giudice Ugone IV 
gli ambasci;, tori del dura di Angiò , e che nella relazione dell' isiessa ambasciata veniva no- 
minato Don l'ai. Acconciamente il Manno credeva che il Don Pai accennasse foise a Don 
Paolo. Vedi toni. 3, pag. 107, noi. I. 

(2i 11 Falliti rammenta Don Giovanni col suo fisliuolo , Martino Carau , Michele Puiello 
Guantino (diverso da Don Guantino" Creindeo , e Salvatore , figliuolo di Michele Gallo. 

(3) Don l'anii, Michele Gallo ed i due suoi figli Truisco e Cornila, Pietro Longo, Antonio Unale, 
Pietro Vitale, Francesco Deligia. 



147 

a cavallo, alti'etlanto ingegnoso come incisore (t), onde le annunciasse il tristo 
evento. Al far del giorno egli si fa innanzi alla giudicessa, e non si tosto dessa 
ne apprende i luttuosi particolari, che da Oristano con eletta schiera di forti 
vola al campo di Sanimi e rialza le sorti delle sue armi , sicché esce vittoriosa 
dal ripetuto conflitto. Le particolarità di questa novella vittoria ne mancano, 
dacché la morte troncava i giorni del Falliti, quando era per immortalarla con 
un secondo suo canto. Non si dubita, the ne seguisse la conquista del contra- 
stato castello, dal momento che una delle condizioni delle trattative di pace 
fra Eleonora ed il re di Aragona fu il racquisto al re della stessa rocca di 
Sanluri. 



ART. s. 

Giudicato cagliaritano. 

Alla illustrazione della storia di questo giudicato, benché in pochi rispetti, 
serve pure questa Pergamena. Si ponga mente alla fine del sommario delle 
carte di Ottoccorre , dove si accenna a certe supplicazioni al giudice medesimo 
presentate da Tomasa di Seche, moglie di Furalo di Kiske, di Gallelly , le 
quali ragguardavano al fatto seguente. Donna Semispella, seconda moglie di 
Torgolorio o Torcliitorio, giudice di Cagliari, già da 44 e P' u ann ' addietro, 
ad una certa Angelella, appellata anche Bella, che era stata nella corte di 
Donna Vera, giudicessa già morta, aveva costituito in dote una casa sita nella 
mentovata villa di Galtelly , in un con altri beni; con espressa condizione, 
che entro due giorni si maritasse a Furato di Ki>ke, e si recasse in un col 
marito a Galtelly, per ivi stabilire per sempre la loro dimora, e non mai osas- 
sero di entrare nel giudicato cagliaritano, senza la volontà della donatrice. 
Questa casa data in dote passava a Tomasa di Seche, figliuola di Angelella. E poiché 
il marito della Tomasa , appellato anch' esso Furato di Kiske, 1' aveva venduta 
senza legittima causa, perciò ella ad Ottoccorre si rivolgeva, onde provvedesse 
che gliene venisse fatta la restituzione. Manca la data di questo ricorso. Ma 
poiché nelle carte di Ottoccorre viene dopo della relazione dell' ambasciata a 
Manfredi Grugno, avvenuta nel iii3, fa d' uopo tenerlo come di data poco 
posteriore a quest' anno. Ove dunque si riferisca all' anno i r i4, e si consideri 
che in tal ricorso si parlò della donazione di Semispella come di un allo se- 
guito 44 e P'ù- anm prima, è dato di conchiuderne che la donazione 'istessa 
sia avvenuta prima del 1070. Conse'guita pure da quanto sopra, che in que- 
sto torno di tempo Semispella fosse moglie di Torcliitorio 1 di Cagliari; che 
costui avesse avuto innanzi per moglie quella Donna Vera , che intervenne 
alla carta del 1066, con cui egli donava ai monaci di Monte Cassino sei chiese 



(lì Era costui bene stipendiato ila Eleonora per la zecca d'Oristano, ed intanto, coi suoi 
tre Agli, applicati alla stessa arte dell' incisione , ed ai Livori della zecca, aveva seguilo la giu- 
dicessa, in quanto far doveva il modello di tutte \c sue guerre e vittorie, per immortalarne 
la memoria. 



148 

per lo stabilimento di un monastero (i); e che Semispella regnasse con Tor- 
chitorio dopo il 1066, e prima del 1073, in cui già morto lo stesso giudice, 
regnava in Cagliari Onroco , mentovato nella famosa epistola di Gregorio VII. 
Rimane anche a conghictturare che Semispella abbia cercalo di allontanare da 
Cagliari con doni l'Angelella, forse perchè la rara beltà delle di lei forme, 
e la sua ammessione in corte avevano messo in grave pericolo la pace dei due 
coniugi regnanti. 

Nissuno o poco frutto verrebbe da tutto ciò alla patria storia, se non ser- 
visse a togliere la dubbietà., che tuttora rimaneva, sul secolo in cui fioriva il 
gran vescovo di Snelli San Giorgio, e sulla persona del giudice che 1' arric- 
chiva del feudo della istessa villa. 

E chiaro dalla storia che un Torchitorio, giudice cagliaritano, donasse a San 
Giorgio la villa di Snelli, e che una Semispella, di lui moglie, gli facesse pur do- 
nazione dell'altra prossima villa di Simieri, ora distrutta (2). Ma non bene era 
acchiarito, quale fosse questo Torchitorio, il primo cioè dei secolo XI, od il 
secondo, detto pure Mariano, del secolo XII. Seguendo 1' opinione del Mattei e 
del Manno, non esitava io (3) una volta di riconoscerlo nel Torchitorio I, e 
per far svanire la difficoltà che proveniva dalla memoria di Donna Vera di 
lui moglie, così scriveva: » Si potrebbe opporre che la moglie di Toreodorio 
-•> I si appellava Vera , quando che la consorte del Torgodorio , donatore di 
» Suedi, era Sinispella, o Semispella, donatrice anch' essa della villa di Simieri. 
» Ma questa stessa difficoltà sussiste pel Torgodorio II, la di cui moglie chia- 
« mavasi Preziosa. Perchè non credersi che il primo abbia avuto due mogli? » 
Così appunto avvenne. Torchitorio prima ebbe per moglie Vera, indi Semispella. 
Posto dunque che la donazione delle due ville a S. Giorgio veniva effettuata 
dopo il 1066 e prima del 1073, è indubitato che S. Giorgio fiorisse nel secolo 
XI , e non già ai tempi del Torchitorio II del secolo XII. 

Conduce pure & rischiarale la storia del giudicato cagliaritano quel passo 
della epistola di Gomita di Gallura a Torchotorio II di Cagliari,, dove così gli 
parla: Ad luam potestatem refugio , et quia hec cognosces , quia similia pas- 
sus es, quando a Torbeno subraptum juit repgnwn tuum Cali, quod , Deo 
propinante , et adjuvantibus tainen tam comunibus de pina, quarti de janua , 
cum grandi honore recuperasti. Ecco una prova s coli' autorità di un contem- 
poraneo, come dell' usurpazione che Turbino, nel principio del secolo XII, a- 
veva fatto del trono cagliaritano , così del ricuperamene dal canto del di lui 
nipote e successore legittimo Torchotorio II, coli' ajuto dei due comuni di Pisa 
e di Genova. Ed ecco anche una conferma la più iuminosa di quanto il cav. 
Lodovico Badie ebbe a scrivere nel prezioso opuscolo (4), dove per la prima 
volta sparse una luce amplissima su questo periodo di storia cagliaritana. 

(1) Manno, lom. 2 , pag. 190. — Storia ecclesiastica dell' autore, toni. I, pag. 222. 

(2) Fara, pag. 234. — Arca, De Sanitis Sardiniae, lib. 3, pag. 58. 

(3) Storia ecclesiastica, toni. 1, pag. I3f>, noi. I. 

(4) Sigillo secondo de' bassi tempi illustrato. Torino, 1800. 



149 

ART. e 

Aggiunte ed illustrazioni all' elenco dato dal Manno (toni. 3, pag. 331) 
dei supremi governatori della Sardegna dopo la conquista aragonese. 



i. Oifo di Procita _, la ci i cui più antica memoria risale al 1 355 , stanziava 
tuttora a Cagliari nel i35o, [gubvrnator praesentìs cnpitìs, appellavalo il Fallili 
nella prima epistola) : ma, neiranno susseguente, ne era lontano, dacché lo 
slesso Falliti ricordò un Francesco da S. Clemente come luogotenente dello 
stesso Olfo di Procita. E dunque da credere che la di lui lontananza, di cui 
parla il Manno (i), avvenisse tra il i35g ed il t36o. 

2. Il Falliti cita un altro governatore del Capo di Cagliari in persona d' un 
Pietro Ximenes Perez , che è senza dubbio quello annotalo fra i governatori 
di Cagliari e Gallura, dal Fara colla data i35q (Ximen Perez) (2), e dal 
Vico con quella^ del 1 35y, ma coli' aggiunta di essere stato in appresso viceré 
del regno (3). E lo stesso, del di cui comando supremo dell'isola, in assenza di 
Olfo di Procita , dubitava il Manno (4)- Ora non si può mettere più alcuna 
dubbiezza di ciò: e giova che sia succeduto, verso il i36o, se non in effetti- 
vità, almeno provvisoriamente, nel governo superiore della Sardegna. E qui 
nasce la probabilità die in quei primi tempi si solesse al governatore del Capo 
di Cagliari e di Gallura commettere 1' esercizio dell' autorità suprema sopra 
tutta l'isola. Diffatti, Olfo di Procita veniva intitolato dal Falliti governatore 
di questo Capo. Eppure è incontestabile che slava alla testa di tutte le auto- 
rità aragonesi, come luogotenente del re. 

3. Un altro governatore di Cagliari e di Gallura troviamo mentovalo nelle 
epistole del Falliti in un Alberto Zatrillas [Asbertus de Trilea del Falliti; Al- 
bertus Zalrillas del Fara (i363); Alberto Trilla del Vico (i363)). E che egli 
esercitasse pure 1' autorità suprema il comprovano non solo le epistole istesse, 
dove di lui si parla come del capo del governo aragonese, al quale anche il 
governatore del hogudoro si rivolgeva per le cose maggiori dello stato; ma 
anche il registro K. 2 dei regi archivj _, nel quale esistono gli ordini di paga- 
mento dei danari regj in servizio del governo, emanati dallo Zatrillas dal 1 363 
al 1367. P a|-e dunque che egli, o provvisoriamente od in effettività, governasse 
il regno, infìnoacchè gli sottenirava D. Pietro di Luna: locete per altro deb- 
besi tenere avvenuto dopo il 1367. 

(lì Tom. 3, png. 96. 
(2) Pag. 311. 

(3ì Part. I, png. 72, retro. 
(4) Pag. 96 t'it., imi. 2. 



150 

PARTE II. 

ART. i. 
Torbeno Fallili, poeta sardo. 



Oe finora abbiamo trovato il più antico poeta vernacolo , di cui sia rimasta 
memoria, in quell' Antonio Cano , arcivescovo di Sassari , che fiori nel secolo 
XV, e diede in luce in versi logudoresi la vita dei santi martiri turrilani Ga- 
vino, Proto e Gianuario , non così sarà per lo innanzi. Imperciocché dovremo 
spingere il guardo all'antecedente secolo XIV, ed incominciare, infiuoacchè 
non ci si dischiuderà un nome più antico , I' eletta schiera degli alunni delle 
sardesche muse coli' oristane.se Torbeno Falliti. 

Quello stesso iniquo fato che mai sempre fece guerra alla memoria ed alle 
opere d' ingegno nazionale, ne tolse la più grave parte dei carmi di questo 
sardo poeta. Che la sventura, compagna indivisa dei begT ingegni, avvelenò 
i di lui estremi giorni : ed i frutti di sua vena che a quella furono anteriori, 
perirono, sia perchè sopra i di lui beni e scritti posero la mano distruggilrice 
gli Aragonesi non sì tosto che egli fuggì da Cagliari, sia perchè gli amici suoi 
non si dierono cura di salvare dal naufragio quelle sue produzioni. Ond' è 
che il Carau , dopo di avere esclamato , 

Oh ! dolore li frutti sui andaro 
In perdimento senza alcun riparo, 

cosi pungeva i di lui negligenti amici: 

Degli amici eziandio fu negligenza 

Che molti frutti andaro in perdimento: 

Tutti frutti di somma sapienza 

Che pianti sarian con molto lamento. 

I versi dunque che rimasero del Falliti furono 

Li pochi suli da poi il mutamento, 

che a lui j benché avente il cuore in lutto, vennero inspirati dalla gratitudine, 
dall'amore, dalla riverenza che sentiva verso i principi di Arborea, che lui 
profugo accolto avevano e d' ogni più gentile cortesia accomodato. 11 bello che 
si chiude in queste poche poesie , tenuto speciale conto dei tempi nei quali 
nacquero, anche a noi debbe far lamentare la perdita delle prime, e dar mo- 
tivo a valutare assai gli encomj a loro profusi dal Carau , avvegnacchè molto 
abbia potuto in costui la piena dell' all'elio per il caa'o e venerato maestro suo. 



151 

Molto onorevole pel lodato e pel lodatore è il principio della canzone del 
Cara u : 

Di quel passato uom di grande altura, 
E di mente e di senno smisurato, 
Che ave-a delle muse la dolzura, 
Che Io sardo Petrarca fne clamato 
Canto io 

]Nè vanto minore deriva dagli altri passi dove il grato discepolo ora ne scrive 
come gì' incanti della poesia tutti erano stati dischiusi al Falliti , ed a lui di 
molta immaginativa grandi frutti quella aveva proposto: ora ce lo ritrae tutto 
amore per le Grazie e per le Muse , alunno di Dante e di Petrarca , e signore 
della natura tutta e degli all'etti umani , moventisi a di lui talento : ora ci 



narra come egli , che aveva 



tutta scienza infusa 



alti e sublimi argomenti aveva svolto e fiori offerto alla sardesca musa, secondo 
i mutamenti dei tempi. Queste ultime parole del Carati fanno comprendere che 
il Falliti toccasse delle cose patrie , nò si rimanesse dal lamentare le nazionali 
sventure in un'età in cui venne meno alla Sardegna quel poco d'indipendenza 
e gloria che le era restata nel mezzo di tanti disastri. Ma questo stesso dimo- 
strano ad evidenza gli altri versi del poeta : 

Nullo però li debba fare accusa , 

Se ha mostrato, secondo i pensamenti, 

Quanto elio ha percepulo di Medusa. 

E poeta era pure il Falliti del vero e della rettitudine. Lo accennò il Carau , 
dicendo : 

Se cosa a ventate aggiunge o fura , 
La è la colpa della sua calura. 

Dei carmi dispersi un solo ricordavane il poeta , quello cioè col quale veniva 
cantata 

Del Verbo la venuta a questa terra ; 

e del quale bella idea dobbiamo avere se fu creduto degno di speciale men- 
zione. Grande ed arduo era di per se l'argomento, e tanto più d'altezza do- 
veva avere, in quanto che il sardo poeta non esitò di gittarsi per entro dei 
divini misterj che rendono meraviglioso il primo volo infino al seno di Dio 
dell'evangelista Giovanni; e di cantare sulle di lui orme le glorie del Verbo e 
la maestà dell'Unigenito, e come egli era la virtù fattrice di tutte le creature, 
ed in lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini, e la luce venuta era 
a splendere fra le tenebre , e come si era fatto carne per sanare 1' uomo dalla 
gran colpa. Cos'i cantava il Falliti per la testimonianza rendutacene dal Ca- 



152 

rau (i) : ed a noi doler debbe che ne venga meno la conoscenza d'un canto 
consacrato ai più sublimi misterj di nostra fede , onde vedere quanto frutto 
quel nostro aveva fatto alla scuola di quel sommo che cantava 

La gloria di colui che tutto muove. 

Il Falliti non fu soltanto discepolo dell' Alighieri : lo fu anche di quell'altro 
sommo che » adornò d' un velo candidissimo Amore in Grecia nudo e nudo 
-•' in Roma: » e lo fu in maniera che la patria terra l'onorava del gran no- 
me di Petrarca sardo , o perchè i canti suoi si aggirassero sopra l'amore, 

Quando canta l'amore 
D'amor prende lo core; 

o perchè improntati fossero di quella continuata dolcezza ed armonia melan- 
conica di verso che è propria non cos'i del terribile Ghibellino, come dell'im- 
mortale cigno di Val chi usa. Di che grandemente dobbiamo gloriarcene, dacché 
bellissima gloria è per noi che , nella stessa eia che fu chiamata di Dante e di 
Petrarca, i loio altissimi nomi e canti per la Sardegna suonassero , alla loro 
scuola si formassero i migliori ingegni sardi , e ad uno di costoro si apponesse 
il nome di Petrarca sardo. Gloria forse maggiore dell'altra che la storia pa- 
tria già ricavava dal compianto che nelle rime dell' Araolla e del Delitala del 
secolo XVI si elevava sulla tomba di queir altro grande infelice che cantò 

1' armi pietose e il capitano. 



Dunque i migliori versi di questo poeta sardo perivano. E migliori gli appello, 
dacché frutto furono della sua vena giovanile, e spontanei gli uscirono dal 
labbro quando a lui. correvano giorni felici, e pigliava in mani la lira fra il 
sorriso della fortuna 3 la pace del cuore, la letizia della mente ed il plauso 
dei contemporanei. A pochissimi poi è dato di serbare nei più tardi anni co- 
pia e vivezza d'immagini, calore di stile e robustezza di concetto, allor- 
quando in specie al peso dell'età si aggiunge il peso della sventura. E ve- 
gliardo e sotto i flagelli dell' infortunio eia il Falliti allorché presso ai principi, 
suo sostegno e decoro, sforzava la mente ritrosa a poetare per eternarne le 
gloriose gesta. Ciò non pertanto , questi estremi suoi canti bastano perchè il 
nome suo non più perisca, e perchè sia annoverato fra quelli dei migliori 
onde si onora la poesia vernacola. Parlerò ora, prima dei tre sonetti, indi del 
lungo carme in onore della fortunata guerriera di Arborea. 

La foiza e la possanza invitta di Mariano, nel primo sonetto , prende ri- 
salto dal contrapposto dell'inganno e della viltà dell'Aragonese, che per tradi- 



(V Veggasi la stanza 9 della canzone del Carati. Le illustrazioni di monsignor Martini al v. 4 e 
•5 del cap. 1 di S. Giovanni, ne paiono il commento. Leggesi nella prima: « In lui come in principio 
« e in fonte risedeva la vita, tanto la naturale (he egli comunica agli esseri animati, come la spiri- 
« tuale che egli dona con la sua grazia alle creature intelligenti, e anche la vita eterna che egli dà 
« ai giusti .... Il Verbo vivificante era luce degli uomini, le menti dei quali illustra con la supe- 
« riore cognizione delle cose celesti. » — Nella seconda poi: « E In luce splende tra le tenebre, vuoisi 
« intendere fra le tenebre della cecità e dell'ignoranza prodotta dal peccato del primo uomo. » 



153 

meato tediato aveva d'impadronirsi della di lui persona; ma più direttamente 
dalla gloria sua nelT aver saputo anche trionfare dell' inganno stesso : donde 
i! poeta si fa scala alla chiusa onorevole, non cosi per lui , come per la na- 
zione sarda: 

Chi non balit sa fraude a su valore 

De sa sardesca forti nacioni. 

La morte di Mariano ed il pubblico dolore che ne venne , forma l' argo- 
mento del secondo; e ritrattevi , in brevi ma forti accenti, le di lui grandi 
azioni j lo compie un apostrofo di conforto alla dolente Arborea colla imagine 
di LJgone che gli succede, 

Forte enntu su padre et bouu tantu. 

Consacrato è il terzo ad Eleonora, che vi si dipinge animosa guerriera, e trion- 
fante del nemico e severa vindicatrice del dispregio, ond' era slato segno un suo 
ambasciatore. Molta forza di concetto, e molla gloria per lei si serra nella 
bella ed inaspettata chiusa : 

Si sa lionissa tantu hat operadu , 
Cantu esscrit plus forti et triumphanti , 
Si haverit su leoni a issu ladu. 

raffigurandosi così il suo marito Brancaleone Doria, tenuto allora in istrelta 
custodia dagli Aragonesi. 

Il seguente lungo carme ha pure per oggetto la valorosa giudicessa. Tale 
si è 1' argomento. Nel giorno sacro a S. Simone , Eleonora trionfava gloriosa- 
mente degli Aragonesi là nel campo di Sanluri, e slava già per dare l'assalto 
a quel castello. In quella si eleva nel campo stesso una voce che Mariano, di 
lei figliuolo , era in agonia , e da lei chiedeva il conforto estremo. L' amore , 
la gloria , l'onore, vengono di subito a straziare il petto dell' addolorala ma- 
dre. Il primo le consiglia un subito viaggio alla sua reggia. Gli altri due ne 
la distolgono. Ma vince l'amore, ed Eleonora corre frettolosa ad Oristano. Vi 
giunge , ed apprende tosto la falsità della voce , e sano trova il figliuolo. Se 
ne compiace , ma sente alto dolore dello scherno : e propostasi di farne ven- 
detta all' indomani , già medita gli ordini di guerra. Senonch(' per la stanchezza 
del viaggio e della vigilia ^ le si aggrava la lesta, le si riscalda il sangue, e si 
addormenta. Ed ecco che i sonni suoi vengono turbali dall' immagine sangui- 
nosa di Ugone, suo fratello , che le pai la e la infiamma alla vendetta del suo 
scempio. Ugone , prima di sparire, la afferra colla mano. Ella balza dal sonno 
e gli giura di vendicarlo. Immantinenli cade oppressa dal male. Al comparire 
dell' aurora , le genti di Arborea, stanti sulle armi, aspellano dalla giudicessa 
il cenno della partenza. In questo mentre , un ambasciadore arriva dal campo 
di Sanluri, polveroso e sparuto, corre dalla giudicessa,, e la trova tuttora as- 
sorta nel sonno. Ella alfine si desta , e dal volto dell' ambasciadore apprende 
che nun.'.io era di malanni e di sciagure. L' ambasciadore le descrive i contU 
nuati trionfi dopo la di lei partenza, e da questi passa al racconto minuto 
dei succeduti disastri delle genti di Arborea. Ad annunzio sì triste , Eleonora 

20 



154 

si cingo le armi, impugna la lancia , e, dato un abbraccio a Mariano, monta 
a cavallo , da questo parla ai suoi (idi , e corre pel campo di Sanluri , dove 
coglie novelle palme di gloria. Tanto semplice e naturale è I' andamento di 
questo carme, di mollo interesse non così per la ragion poetica, come perche 
ci dà conto d' una delle vittorie della gran donna , sopra le quali rimaneva 
disteso un velo il più tenebroso. Esso ha I' impronta del vero : e se da uri 
lato innalza le glorie degli Arboresi , nulla tace dall' altro delle perdite a loro 
toccate nella improvvisa uscita dal castello di Sanluri dei nemici già rotti e 
vinti. Se non che il Falliti, da quel valente poeta che egli era, al vero intrec- 
ciava la poetica finzione con tal' arte _, da rimanere separate le ragioni del 
I' uno e dell' altra _, onde il canto suo fosse .d un tempo monumento di storia 
e di poesia. Dove si voglia lasciare alla di lui immaginazione la lite tra I' a- 
more , la gloria, e 1' onore, e, a tacere d'altri artifizi minori, la visione 
d' Ugo , dove al terrore è commista la pietà , ed alla robustezza del concetto 
ed alla vivezza delle immagini si associa la natura che parla: il rimanente si 
conceda alla musa del vero. Peraltro questo stesso vero seppe vestire di poe- 
sia. La veggiamo dilìatto in quel vivo e particolareggiato racconto dell' amba- 
sciadore e nell' insieme del carme , dove si scorge un movimento ed una tale 
rapidità di pensiero e di verso, che a meraviglia imita quella dei trionfi degli 
Arboresi , e delle mosse della donna che li guidava alla vittoria. Per particola- 
reggiare viemaggiormente, toccherò di quel paragone di Eleonora colla rosa 
cadente: 

Cali dae sos ventos agilada rosa 

Dae su sole arsida in terra arenosa 

Et debililada perdet su colori , 

Ruit dulcemeiiti culhi gralu fiori , 

No atarameuti cedit Elionora ; 

di quel ritratto dei di lei occhi , 

Issa arzat sa testa , sos oghios s' aperint : 
Cullas caras luglies chi sos coros ferint ; 

e della descrizione del suo rapido muoversi per Sanluri, 

Et gosi narando de cullu dolori 

Ja ismentigada s sas armas furiosa 

Si estit, et posca sa lanca famosa, 

Chi jughit sa morti , stringhit in sa manu: 

Et dadu unu abracidu a su suo Marianu , 

Supra su cavallu sehit sa possenti. 

Pare non abbia a disconoscersi che in questi e negli altri sopraccitati squarci 
migliori del carme , siavi I' impronta del poetico valore. 

Lo stesso carme abbraccia 326 versi rimati insieme a due a due, di dodici 
sillabe , o a dir meglio bissenarj , dacché sono composti di due senarj, che 
hanno un suono separato. Genere questo di verso antichissimo in Sardegna, e 
specialmente gradito nelle parti meridionali ; molto dilettevole all' orecchio 



155 

quando agli accenti nella quinta e penultima si aggiunga l'altro dell'ottava, 
come appunto: 

Binchida et disfatta sa genti reali 

consimile a quelli.- 

Dagli antri muscosi, dai fori cadenti, 
Dai boschi, dall' arse fucine stridenti, 

e successivi, del coro sublime del Manzoni nell'Adelchi. 

In Sardegna questo verseggiare si accomoda mirabilmente al canto ed al 
suono delle rusticane rampogne (launeddai). Appunto perciò il Falliti dettava 
il carme suo, securo che col canto e col soccorso dei numeri se ne radica- 
rebbe la memoria e passerebbe da padre in figlio ai posteri più tardi. In che 
è bello di vedere un richiamo della poesia alla sua origine primitiva ; dacché 
nasceva coli' armonia vocale ed istrumentale , ed i canti nazionali furono al- 
trettanti mezzi con cui se r bossi il ricordo dei fatti storici e delle istruzioni delle 
prime età. Locchè anche è da notarsi, onde si vegga come il meccanismo e 
suono di tal sorta di versi , norme debbe ricevere dalle maniere del canto , e 
come perciò il difetto di certe collisioni, in cui di prima veduta potrà scor- 
gersi una imperfezione, non nuoce, perchè 1' aggiustamento delle pause nel 
canto compie la battuta (i). 

Nel rispetto della lingua, quella slessa in cui fu dettato I' immortale codice 
di Eleonora , lode pur grande si merita il Falliti. Imperciocché nei suoi versi 
si manifesta V animo del poeta di scerre dalla favella popolare il migliore, e 
fra le molte dubbie terminazioni le più chiare ed armoniche ; ed in una pa- 
rola di far sì che la materna favella salisse a maggiore nobiltà; in che tutto 
fé uso di quella facoltà che mai sempre ebbono i poeti di nobilitare le lingue, 
togliendole dalla rozzezza e dalle storpiature del volgo. Purgalissimo dunque , 
gentile, armonico, ora forte, ora soave, improntato d'alto decoro appelle- 
remo il linguaggio del nostro poeta. II quale per tanti titoli all' encomio du- 
rerà per sempre nella memoria dei connazionali , dacché il fato volle che in 
luce venissero i pochi carmi degli anni suoi più lardi. 



ART. 2. 
Francesco Carau , poeta italiano. 

Come il Falliti ai poeti vernacoli soprasta in ordine di tempo , cosi pure lo 
è il Carau a riguardo dei coltivatori nazionali delle muse italiane. Imperocché 

CO Si vegga sopra questo argomento: lo Spano, Ortogr. sarda, pari. 2, cap. I, 2 ; — e V Angius 
Bibl. sarda, pag. 314, 315. 



156 

questi poetava nel secolo XIV, e non prima del XVI quel Pietro Delitala finora 
tenuto da noi come il più antico poeta italiano. Di questo nuovo letterato 
sardo sappiamo soltanto eh' era cagliaritano per nascita, e discepolo del Falliti. 
Il quale Io avrà iniziato tanto nella scienza legale, quanto nelle lettere e poe- 
sia italiana: onde larga aveva conoscenza, come (] negli che a suoi maestri a- 
veva piglialo Dante e Petrarca. Forse la vita del Carau si prolungò sino al 
principio del secolo XV. 

Dna parte si salvò della canzone da lui consacrata alla venerata memoria 
del suo maestro; cioè le prime dodici stanze ed il principio della XIII. Se non 
che pare che manchi poco al suo compimento, sì perchè questa specie di can- 
zoni appellale petrarchesche non sogliono abbracciare più di quindici stanze,, sì 
perchè è chiaro che il poeta si avanzasse alla chiusa col sunto dei canti det- 
tati dal Falliti nella reggia di Oristano, a gloria di quei principi e principalmente 
d'Eleonora. E qui prima d'internarmi nel merito di questo carme, l'amore 
di patria mi consiglia alcuni riflessi sulla condizione letteraria della Sardegna 
a quell' età. 

Male, a modo mio di vedere, si apporrehhe chi la Sardegna del secolo XIV 
si raffigurasse se non barbara affatto , distante almeno le mille miglia dalla 
istruzione e dalla civiltà delle vicine terre italiane. Non fu desso il secolo che 
produsse la carta di Eleonora, nobile monumento di sapienza civile , che anche 
oggigiorno trae gli eucomj degli stessi stranieri? Ma si lasci questo da una 
banda, e si gitli lo sguardo sopra i secoli preceduti. Verso la metà del XI fu 
che la Sardegna libei ossi per sempre dallo stabile giogo dei Saraceni, ed entrò 
in relazioni assidue, più di commercio che di vera signoria, con Pisa e con 
Genova, le quali durarono infino a che i novelli conquistatori d' Aragona rup- 
pero guerra a tutto quanto era italiano. Fu pure a quel tempo che già ricre- 
dute le nazioni e 1' Italia in specie dall' addolorante pensiero che il mille do- 
vria essere 1' ultima meta del mondo e della schiatta umana, incominciarono 
a diradarsi le foltissime lenehre che per più secoli avevano coperto il mondo non 
ancora incivilito. E fu pure I' Italia, donde vennero quei primi, ma possenti 
raggi di luce benefica, che infuse agli uomini vita novella 

Se dunque i cittadini di Pisa e di Genova dalla madre terra 1' Italia giun- 
gevano così di frequente alla Sardegna, era naturale che e vi facessero suo- 
nare quella lingua che allora vagiva in culla, e vi dessero esempli di quella 
istruzione intellettuale che pur era nascente. Egli è vero che venendo tutto 
ciò dall' opera degl' individui , meglio che da una signoria italiana stabile e 
potente, assai lenta doveva essere 1' introduzione degli elementi della civiltà 
d' Italia: e che per conseguenza la Sardegna, come lo è stata pure ai tempi 
recenti, doveva rimanere a qualche distanza dall' incivilimento generale di oltre- 
mare. Se non che^ a menomare la forza di questa considerazione soccorre 1' idea 
del monachismo propagatosi presso di noi insino dallo stesso secolo XI. A que- 
sto si dovette la spinta maggiore al rinascere della Sardegna alla civiltà: e 
furono i monaci vegnenti da Monte Cassino , da Camaldoli , da Vallombrosa , 
da Cistercio , da S. Vittore di Marsiglia , quelli che principalmente la dirozza- 
rono , e per essa furono altrettanti veicoli di rigenerazione. Appunto nelle loro 
recondite celle si era serbato il deposito dei preziosi avanzi della sapienza ro- 
mana, a traverso dei disastri del mondo; e da quelle stesse celle, al riposarsi 
degli uomini dalle invasioni barbariche, usciva la prima luce del moderno in- 



157 

civilimenlo. Sicché, come altra volla io scrissi (i), lode grandissima debbe 
rendersi ai sardi regoli , che colla chiamata di questi ordini monacali , intesero 
al religioso e civile miglioramento dei popoli a loro soggetti. Tra per lo com- 
meveio dei Pisani e dei Genovesi, e per la potente spinta della istruzione e 
degli esempli monacali, io dunque non dubito che la patria mia, indi alla 
cacciata dei Saraceni , siasi ingentilita ed abbia svestito molto della barbarie 
antica. Questo ingentilimento andò crescendo , e forse mal non mi appongo se 
la più potente influenza degli elementi della civiltà italiana io riferisco ai tempi 
corsi dalla seconda metà del secolo XIII. In questa età , come andarono di- 
sfacendosi i tre giudicati di Cagliari, di Torres e di Gallura , così prese a ra- 
dicarsi in una gran parte dell' isola la vera signoria del comune di Pisa, e ad 
assodarsi la potenza feudale di quei patrizj , e dei Doria e Malaspina di Genova. 
Perlaqualcosa , se si eccettua il giudicato di Arborea, che libero e salvo stette 
in tanto naufragio e serbò I' ultima impronta della independenza nazionale , 
il rimanente dell'isola in mano era degl' Italiani per diritto almeno, se non 
sempre in fatto, e colla civiltà loro comunicava: quella appunto per cui già 
faticava il grande Alighieri , che col suo meraviglioso poema, e cogli altri 
minori dettati, rivelava quanto di bello e di grande offeriva la sapienza an- 
tica e moderna, creava una lingua comune, ed anche con questo vincolo in- 
tendeva chiamare all' unità le scisse membra italiane. E pur vero che, in sul 
principio del secolo XIV , gli Aragonesi riuscivano a porre il loro stabile ves- 
sillo nella Sardegna. Non perciò questa diventò di subito aragonese; che anzi 
fu d' uopo d' un secolo e mezzo per questo mutamento ; il tempo cioè corso 
dai loro primi trionfi sino a quello per cui, vinto il marchese di Oristano, di- 
sperdevano gli estremi avanzi dell' antico giudicato di Arborea. Nel tempo inter- 
medio durarono, benché perdenti sempre più del loro valore, i primi elementi 
della civiltà italiana , né si spense in molti nazionali I' amore a quelle lettere, 
a quella lingua: dacché l J influenza italica aveva continuato sia pei' mezzo delle 
indipendenti terre arboresi , sia per le potenti famiglie di Pisa e di Genova. 
Ond' è che suonarono pure per le piaggie sarde le rime immortali del Petrarca; 
e vi saranno pur giunte le solenni scritture del creatore della prosa italiana. Che 
queste non sieno mere divinazioni, lo palesa la storia, dove si consideri con ispirito 
filosofico , lo dà a divedere in qualche rispetto la Pergamena di Arborea. Questo 
documento ci ha serbato memoria di quel ricorso di Monna Fiore al governo 
aragonese, che non ti parrà scritto in barbara lingua italiana dove adoperi 
quella critica che sana i difetti delle scritture antiche sia di ortografia che di 
pronunzia, e dove non badi a certe sgrammaticature, onde non sono prive 
anche le scritture vetuste dei buoni ingegni. Siccome la Monna Fiore era abi- 
tatrice d' Iglesias, non evvi a dubitare che l'idioma italiano appunto vi' fio- 
risse, perchè stabile e lunga era stata colà la dominazione pisma. E da questo 
debbe inferirsi che non dissimili fossero le condizioni di quegli altri paesi del- 
l' isola che lungamente sentilo avevano la influenza italiana. 

Un argomento migliore è dato di trarre dal cidto che sulT inclinare del se- 
colo XIV in Sardegna si prestava dai migliori all' Alighieri ed al Petrarca. Alla 
loro scuola si era formato il Falliti , e con esso il Carau. Ed ambedue tanto 
ebbono di buon gusto e di retto giudizio, da ben apprendere quanto quei due 

U) Storia ecclesiastica, toni. 2, dalla pag. 125 alla 123. 



158 

sommi sopraslassero agli altri coltivatori delle muse italiane. Il Carau tace af- 
fatto di questi , e trae 1' elogio del suo maestro dall' insegnamento clic egli 
ebbe alle carte del Dante e del Petrarca. In mani dunque dei migliori inge- 
gni erano i primi modelli del bel dire italiano: e questi in Sardegna riceve- 
vano quegli omaggi istessi che tributiamo noi, che quel secolo chiamiamo an- 
tico. Ond' è naturale il credere che sulla terra nostra non così facilmente si 
sarà spenta 1' erediti di quel sapere italiano. Conduce grandemente a queste 
mie opinioni la canzone del Carau : la quale , quantunque offra alcune voci , 
alcune terminazioni attinte ai minori poeti antichi, pure nel suo insieme pa- 
lesa, come la scuola seguita dal poeta era quella del Dante e del Petrarca. Es- 
sendo questo carme consacralo all' onoranza della memoria del Falliti, veste 
in molte parti le forme biografiche : donde viene che non sia lecito di ben 
misurare il vero valore della vena poetica del Carau. Senonchè basta per in- 
ferirsene che egli per 1' armonia del verso , per la lingua , per la frase , per 
le sentenze , per la tessitura di quel genere di poesia , non era inferiore a 
tanti altri rimatori italiani, la di cui memoria non è perita, benché assai distino 
dai primi gradi del Parnaso italiano. Fiatinovi infatti alcuni passi, ond' anche i 
buoni poeti si potriano gloriare. Tale quello della stanza sesta; 

Qual capitano della impresa degna, 
Ritorna onusto di trionfi e d' oro , 
Sì ritorna Fallito alla Sardegna 
Ricca la mente di tanto tesoro: 
U' tutto amor con impelo impegna 
Di tutte Grazie e delle Muse al coro. 

E 1' altro della stanza duodecima : 

Tanto il dolor 1' afflisse 3 

Che il nome di rebello 

Era forte coltello , 

Che lo core li fisse. 

Che a core senziente , onor mozzato 

fama, vita è niente 3 tutto ha dato. 

Come molta forza di espressione e di pensiero si trova in questi 'versi, così 
molto concettose sono le seguenti chiuse : 

E d' amore anco nullo perceputo 
Viene indutto ad amar con parlar muto. 

Che la virtule ha prezzo in tutto loco , 
E alza 1' uoni , come alle sfere foco. 

Ingegnosa è l'allegoria di quell'albero « fronzuto, antiquo ed immortale » 
Che 1' ombra li furò al suo natale : 



159 

sotto della quale ognun vede che si raffigura la illusile casa di Arborea, il di 
cui sangue scorreva nelle vene del Falliti. Belli quei due versi: 

Ma Io amaro le fiondi fino a morte , 
Se frutto suo quell' albero non fallo. 

Così pure grande moralità ed energia di verso trovo nella stanza IV, dove a- 
cerbamente ferisce quegl' inumani che abbandonano ed anche mettono a morte 
i frutti infelici dei loro peccati : e degni di speciale cenno quei due versi : 



La Betsabea nutria 
Mariano che vagìa, 
E il fruito di fallanza. . . . 

E quel concetto sull' invidia : 

. che a quello che più vale 
Tolle valura _, e più asconde onore. 

Panni, in somma, che nell'insieme della canzone regni quell'armonia me- 
lanconica di verso, quella sostenutezza di concetto e severità di stile, quel- 
1' andare , quel sentimento che si convenivano a chi lungo studio aveva fatto 
sulle canzoni di Petrarca ed anche di Dante. E perchè il primo aveva studiato 
non si tenne di quel giocolino di parole : 

Si vuol che di Fallito il nome porte , 
E 1' ha fallato del suo padre il fallo. 

Se da un lato rimane dunque 1' alto compiacimento che la Sardegna si onori 
di un nuovo poeta italiano , e ciò che più monta , vantar possa che nel se- 
colo XIV le italiche muse erano degnamente coltivate dai suoi figli : dal- 
l' altro ne resta il rammarico che nuli' altro essendoci pervenuto del poetico 
ingegno del Carau , ci viene meno il mezzo di poterne meglio valutare il 
merito. 



160 



PARTE rif. 



Questa Pergamena d'Arborea, all' importanza storica e poetica, congiungc 
anche la filologica , per li monumenti eli lingua nazionale che vi si racchiudono 
e che a quattro distinti secoli appartengono. Tali essi sono : (secolo Vili) il fram- 
mento di lettera pastorale colla data del 740; (secolo XI) il primo bando di Ter- 
ranova, ai tempi di Saltalo, regolo gallurese; ('secolo XII) l'altro bando di Terranova 
sotto il giudice Ottoccorre, successore di Saltaro; (secolo XIV) le poesie di Torbeno 
Falliti. Tra questi, come ognun vede, il più prezioso è il primo, come quello che 
soprastadi più secoli ai più antichi di lingua patria che sconoscevano, e dal quale 
d J ora innanzi piglierà principio la storia della lingua medesima. Prima di toc- 
care del fruito che se ne ricava , torna acconcio di risalire alle origini dello 
stesso idioma. Coloro che maestri sono nella linguistica, salita a tanta altezza 
in questi tempi, potranno discorrerne, nel rispetto dei tempi più remoti, con tale 
ampiezza di vedute, da recar luce alla storia primitiva della Sardegna, col 
mezzo delle tracce che possono rinvenirsi nel patrio linguaggio di quelle an- 
tichissime colonie straniere che si mescolavano cogli aborigeni. A me basta di 
trarre dai tempi della dominazione romana un più modesto principio al mio 
ragionare: non senza conoscere, come la signoria punica, dalla quale appunto 
corniciano i nostri tempi storici, non poche vestigia avrà lascialo del suo lin- 
guaggio nel sardesco ; e come in questo i dotti vi trovino in varie parti la 
greca origine. 

La Sardegna , divenula romana per ordini politici e civili , dovette divenire 
romana anche per l'idioma, e correre così la stessa sorte degli altri popoli 
barbari che piegarono il collo al potere del gran popolo di Roma. Tali furono 
di questo i consigli : congregare gli sparsi imperj, mitigarne le costumanze , le 
discordi e fiere lingue di tanti popoli soggiogati fondere nella sola, favella del 
Lazio, onde l'orbe intiero diventasse una sola famiglia ed una sola fosse degli 
uomini la patria. Allo stabilimento di questa lingua universale conferivano le 
colonie, che ponevano stabile pied>; nei paesi conquistati; le polenti legioni 
sparse per ogni dove per assodare od estendere l'imperio; e le genti private 
che da Roma e dalle altre terre italiane si spandevano per le provincie per 
ragioni di commercio o di proprietà. Ma più direttamente vi contribuivano , e 
gì' inviati da Roma nelle provincie per governarle , e le leggi e gli ordina- 
menti d' ogni sorta dettati nella lingua dominante , e quei principj immuta- 
bili pei quali , nella stessa lingua , tutti gli alti pubblici e di slato si spedivano 
ed i popoli soggetti dovevano comunicare con Roma ; e gli onori e i preinj 
alle provincie ed ai provinciali, ricevevano misura dalla dismessione delle an- 
tiche loro barbare usanze e parole. Otid' è che Plutarco, ai tempi di Trajano, 



161 

potè scrivere, che allora quasi tutti gli uomini del mondo della lingua romana 
si valevano (i). 

Da tutto ciò ne consegue che i Sardi anch' essi , coli' andare degli anni , 
avranno dovuto scambiare gran parte della lingua primitiva colla Ialina, e le 
rimaste voci di quella alle nobili maniere di questa accomodare : non essendo 
mai possìbile che un popolo, quantunque stretto per lunghi secoli a signoria 
straniera, perda all'alto la favella natia. Questo mutamento , tanto più dobbiamo 
credere che sia avvenuto in Sardegna , inquantochè fu dessa il primo paese 
che portasse il nome di provincia romana : e diventò quasi una vasta posses- 
sione di quel popolo sovrano che traeva grandissimo frutto dalle sue naturali 
ricchezze: e fu in condizione di sperimentare i beneficj lutti del libero com- 
mercio che spaziava per lo vastissimo impero romano. Invero, molte e cospi- 
cue città coronavano le sue marine, comode e magnifiche vie la tagliavano 
in ogni parte , di ponti era provveduta, e soprattutto di golfi e porli, dove 
Io straniero troverà mai sempre un approdo sicurissimo. Cos'i la Sardegna am- 
piamente comunicava con Roma e col rimanente del mondo conosciuto , e 
per questo e per gli altri mezzi apprendeva la lingua universale di quei tempi. 
Contribuivano anche ad impararla i dettati della sapienza romana nelle mate- 
rie del diritto e negli altri rami dello scibile umano. Tutti erano vergati nel 
nobile e fluido idioma del Lazio, e propagandosi per tutte le provincie vi 
producevano la coltura degl'intelletti e l'ingentilimento dell'umana famiglia. 
Né, col dotto Cattaneo, io veggo il perchè la Sardegna non dovesse erudirsi 
come le altre provincie italiane. E qui credo di far cosa gralissima alla patria 
mia riproducendo colle stesse parole di quell' egrpgio straniero scrittore, le di lui 
analoghe considerazioni , donde molto onore ridonda alla patria stessa." La coltura 
> dell'intelletto (egli dice) si spargeva su tutte le provincie, poiché la minor parte 
degli illustri scrittori latini ebbe i natali in Roma, e gli studi già vi si erano 
propagati nella classe dei liberti non solo, ma degli schiavi. E fin dai primi 
tempi troviamo nel consorzio più elegante di Roma il sardo Tigellio, cul- 
tore della musica. E se non sursero in Sardegna uomini pari a Virgilio, a 
Livio, a Catullo, ciò fu difetto a quei tempi anche d'altre belle regioni 
» d' Italia, come T Etruria , la Liguria, la Subalpina: e bisognerebbe saper più 
» assai che non sappiamo sulle intime condizioni e disposizioni naturali e re- 
« ligiose dei diversi popoli che si erano aggregati all'impero romano, se vo- 
» lessimo spiegare, perchè la Cisalpina, e la Venezia, e la Spagna dessero im- 
» mantinenle alle lettere Ialine più illustri nomi che non 1' Aquitania , o la 
« Sicilia, e la Sardegna , e parecchie regioni della stessa penisola italica » (2). 
Se dunque fra gli uomini del mondo romano, di cui parlava Plutarco, 
anche i Sardi vanno compresi, non perciò può mai venire in mente, che dessi 
tutti parlassero quella lingua sovrana che vive eterna nelle carte dei grandi 
scrittori latini, e che suonava in quel senato, e nella corte dei Cesari, e sul 
labbro degli uomini più colti dell' imperio. 11 volgo è dovunque ; volgo vi era 
nella stessa Roma, che parlava nel dialetto latino rustico , nou altrimenti che 

(I) Plutarco, Opuscoli, toni. 5, pag. 549 Cediz. milanese della Collana degli antichi storici greci 
volgarizzati 1. 

2) Il Politecnico 'giornale milanese) , voi. 4, pag. 230. Chi tiene amore alle patrie cose non deve 
rimanersi dal leggere P articolo sulla Sardegna, che il Cattaneo v' inseriva. 

21 



162 

la plebe toscana parla una favella, che è dialetto a fronte della illustre univer- 
sale italiana. Anche nella Sardegna la plebe avrà parlato 1' idioma rustico , e 
l'illustre sarà stato proprio delle leggi, delle carte pubbliche, dei governanti, 
dei dotti , della classe più colta del paese. 

Tali essendo state le sorti della favella nazionale , divenuta latina , rimane 
ora da notare , che le invasioni barbariche non le poterono arrecare quelle 
tante alterazioni, che dai barbari s' introdussero nella lingua delle terre ita- 
liane. Queste dal ^j6 al 774 caddero miseramente sotto il ferreo giogo dei 
tanti popoli settentrionali che se ne impadronirono. Ma di siffatti popoli,! 
Vandali ed i Goti soltanto posero piede sopra la Sardegna. I primi vi domi- 
narono ferocemente per ottant' anni in tutto , i secondi la corsero appena due 
anni : e gli uni e gli altri non altre iraccie vi lasciarono che quelle delle loro 
rapine e devastazioni. Ne dato era a loro di potere influire negli usi e co- 
stumi, e nella lingua del paese; dacché trovavano un ostacolo insormontabile 
tanto nella potenza della religione cattolica , quanto nella indipendenza di 
quegl' indomabili montanari. Molto meno un mutamento in tali rispetti potè 
derivare dalle posteriori terribili incursioni dei Saraceni. 

Ai primi tempi appunto di queste incursioni , e segnatamente all' anno 740, 
si riferisce il citato frammento di lettera pastorale sardesca, il quale senza dubbio 
richiamerà le attenzioni come dei filologi nazionali, così degli stranieri, ai quali 
piace d' internarsi in quel romano comune generato dal cenere del buon latino, 
dove stanno le sorgenti dell' idioma illustre italiano. Mentre a loro lascio di 
entrare in quei minuti confronti ed in quelle ampie dilucidazioni , onde può 
essere suscettibile quel frammento, io mi limito a presentarlo ai leggitori con- 
frontato non solo col latino , ma anche coi due dialetti sardi , logudorese 
e cagliaritano , e colla favella italiana. 



Testo originale (1) 

cum autem persequentur 
vox in civitate ista fugite 
in altam prò ìeussu 
frades et 6gÌ0S in jhesu 
Xpu non polo nen 
abbo medios de aeatarimi 
semper cum vos ki 
multa est su pobulu et 
issas herbegues ki -lebbo 
pasquiri et prò tamii 
conserbadillos issos 
mandamento* meos et 
tenidevos in ipso amore 

meu abbo per vos 

observados ipsos mandatos 
de su padre nostru Jbesu 
Xpo prò eunserbarissi in 
ipsa fide in ipsos perìculos 
istade constantes in ipsa 
fide prò ki magna est 
ipsa premili ki hat ad duri 
in issu chelu Jbesu Xpu 
unde ipsu naredi et 
qui metit mercedem 
accipit in Titani eternam 
et prò icussu frades ... . 

impare 

prò ipsos figìos meos et . 

vestros 

et ìnfirmos 

et poberos 

gracìas ad deu 



Lutino 

cum autem persequentur 
os in civitate ista, fugite 
in aliami proplerea , 
IVutres et tìlii in Jesu 
ChristO, no» possimi, nec 
habeo media remanendi 
semper eum vobis; quia 
niultus est populus , et 
verveces, quas debeo 
pascere : et ideo 
servate illa 
mandata mea , et 
tenete vos in amore 

meo prò Yobis 

observavi mandata 

patris nostri Jesu 

Chris ti ad servandos tos in 

fide : in perieulis 

tote constantes in 
fide, quia magnum est 
praemium quod dabit 
in coelo Jesus CbristuS : 
unde ìpse dieit , et 
qui metit mercedem 
accipit in vitam aetcrnam : 
et ideo fratres * . . . 

simul 

prò filiis meis et 

veslris 

et infirmis 

et pauperibus 

gratias Deo 



Dialetto logudorcse (2) 

cum autem persequentur 
vos in civitate ìsta } fugite 
in aliam ; prò cussu , 
frades et fìzos in Jesu 
Cbristu , non poto, nen 
liapo medios de agateremì 
semper cum bois^ proite qui 
meda est su pobulu, e i 
sas berveghes, qui depo 
pasebere : et prò tanlu 
conservadelos sos 
cuniandamentos mios, et 
lenidebos in s* amore 
meu .... bapo prò bois 
observados sos preeeptos 
de su babbu nostru Jesu 
Clirislu prò bos conservare 
in sa fide: in sos perigulos 
ista de constantes in sa 
fide, prò qui grande est 
su premili qui hat a dare 
in su chelu Jesu Cbristu : 
quando qui ipse narat , et 
qui metit mercedem 
accipit in vitam actemam: 
et prò cussu frades . . . . 

• umparc 

prò sos fìzos mios et 

bostros 

et infirmos 

et poveros 

gratias ad Deu 



Dialetto cagliaritano 

cum autem persequentur 
vos in civitate ista, fugite 
'n alìam .• pò cussu, 
fradis e lillus in Gesù 
Cristu , non pozzu , né 
tengu medius de agataimì 
sempri cum bosaturus } chi 

da esti su populu , e 
ìs brebeis, ehi depu 
pasciri : e pò tantu 
onservaiddus is 
cumandamentus rnius, e 
manteneìosì in s' amorì 
miu . . hapu pò bosaturus 
osservati Ìs precettus 
de su babbu nostru Gesù 
Cristu pò osi conservai 
in sa fidi: in is perigulus 
siais costantis in sa 
fidi, poita mannu est 
su premìu chi hat a donai 
in su cebi Gesù Cristu: 
candu chi issu narat, et 
qui metit mercedem 
accipit in vitam aetcrnam: 

e pò cussu fradis 

Ìmpari 

pò is fìllus mius e 

bostus 

e maladius 

e poberus 

"ratias a Deus 



163 

Italiano 

cum autem persequentur 
vos ìn civitate ista, fugite 
in aliam .• per ciò , 
fratelli e figli in Gesù 
Cristo, non posso, nò 
ho mezzi di trovarmi 
sempre con voi ; che 
mollo è il popolo , e 
le pecore , che debbo 
pascere: e per tanto 

onservateli i 
comandamenti mici, e 
mantenetevi nclP amor 

mio ho per voi 

osservato i precetti 
del padre nostro Gesù 
Cristo per conservarvi 
nella fede: nei pericoli 
state costanti nella 
fede, perchè grande è 
il premio che darà 
nel cielo Gesù Cristo: 
onde egli dice , et 
qui metit mercedem 
accipit in vìtam aetcrnam - 

e perciò fratelli 

insieme 

per li figli miei e 

vostri 

e infermi 



e pove 



grazie a Dio 



et ad vos naro o fìgios 



et vobis dico o filìi . 



et ad bois naro o fìzos . . 



e a bosaturus nau o fìllus 



voi dico o figli 



recordarillos ipsos 
martirios dae lantos patres 
tios et tias mugeres 
et figios et fìgias in ipsas 
passadas perseeutiones per 
de usque ad ipsas presentes 
et semper ipsos Perlados 
fughiant dae una parti ad 
satera 



recordamini illa 
martyria tantorum patrum, 
thiorum et thiarum, mulierum. 
ci filioiuni et filìarum, in 
pra eteri tis persecutionibus 
usque ad praesenles : 
et semper Praelati 
fugiebant de una parte ad 
aliam 



ammentadelos sos 
martirios de tantos babbos 
tios et tias , muzeres , 
et fìzos et fìzas-, in sas 
passadas perseeutiones 
fìnas ad sas presentes: 
et semper sos Prelados 
fuiant da una parte ad 
s' atera 



regordaiddus Ìs 
martìrius de tantus babbus, 
zius e zias, mulleris, 
e lillus e fìllas, in is 
passadas persecuzionis 
fìnas a is presentis : 
e sempri Ìs Prelaus 
fuiant de una parti a 
s' atera 



prcsones 

ad 

ipsu pobulu et oraciones 
ipsoro et ipsu Xpanu 
hat semper triumphadu de 
issos maumetanos nen hat 
timore nen ad ipsas ispadas 
dessos Saracenos nen ad . 
nen ad ipsu fogu nen 
ischiruus ki perunu pastore 
abbiat abbandonadu sas 
berbegues in ipsos 
periciilos dae intro 
de XXVIII annos dae ipsa 
intrada dessos moros 
nen Sardu ki non 
collesi t assos martirios 
et abrenunciesit ad ipsa fide 
ki hamus accollidu in 
custa Sardinja dae ipsos 
gloriosos beatos Apostolos 

Pe u Paulu et Jac. 
corno ischides et hamus 



careeres 
. ad 



populum, et orationes 

ipsorum; et christianus 

semper triumphavit de 

Maumetanis , nec habet 

timorem , nec ensium 

Saracenorum, nec . . . . . 

nec ignis : nec 

scimus quod aliquis pastor 

dereliquerit 

verveces in 

perieulis , intra 

XXVIII annos 

ab ingressu Mororum: 

nec Sardus qui non 

eollegit martyria., 

et renuntiavit fidei 

quam aceepimus in 

hac Sardinia a 

gloriosis beatis Apostolis 

Petro, Paulo, et Jaeobo , 
uti scitis, et habemus 



presones 

ad 

su pobulu , et orationes 
'psoroj et i su christianu 
hat semper triumphadu dai 
sos Maumetanos, nen hat 
timore, nen ad sas ispadas 
\e sos Saracinos, nen ad . . 
nen ad su fogu : nen 
ischimus qui perunu pastore 
hapat abbandonadu 
sas berveghes in sos 
perigulos, intro 
de XXVIII annos 
dai s' intrada de sos Moros: 
nen Sardu qui non 
accogliesit sos martirios , 
et renuntiesit ad sa fide 
qui hamus arregoltu in 
custa Sardìgna dae sos 
gloriosos beatos Apostolos 

Pedru , Paulu, et Jagu , 
coniente ischides, et hamus 



presonis 



su populu, e orazionis 
'nsoru; e su cristianu 
lat sempri triumphau de 
is Haumetanus, nò hat 
timori, nò de is ispadas 
de is Saracenus, né de . . 
nò de su fogu : nò 
iscieus chi nisciunu pastori 
hapat abbandonau 
Ìs brebeis in ìs 
perii;ulus, a intru 
de XXVI11 annus 
de sa intrada de is Horus 
nò Sardu ehi no 
hat arriciu is martirius , 
e rinunziau a sa fidi , 
chi heus arregoltu in 
custa Sardigna de is 
gloriosus beatus Apostolus 

iPerdu, Paulu, e Gìacu , 
i conienti iscieis, e teneus 



ricordatevi dei 
martirj di tanti padri , 
zii e zie , mogli , 
e figli e figlie , nelle 
passale persecuzioni 
fino alle presenti: 
e sempre i Prelati 
fuggivano da una parte 

all' altra •_ 

prigioni 



popolo , e orazioni 
loro; e il cristiano 
ha sempre trionfato dei 
Maomettani , né ha 
timore, nò delle spade 

dei Saraceni, né 

nò del fuoco: nò 

sappiamo che verun pastore 

abbia abbandonato 

le pecore nei 

pericoli / entro 

i XXVIII anni 

dalla entrata dei Mori : 

nò Sardo che non 

colse i martirj , 

e rinunciò la fede , 

che abbiamo ricevuto in 

questa Sardegna dai 

gloriosi beati Apostoli 

Pietro, Paolo, e Giacomo, 
come sapete , e troviamo 



(1) Le parole o parti di parole in corsivo di questo testo originale, sono quelle che si aggiunsero per supplire alcune lagune del testo 
medesimo. 

(-2) Questa versione e del mio amico can. Spano. 



164 

Testo originale 

iscriptu ipsos 

periculus ncn persecutiones 

(irò kì est 

necessari u kissi patiscat in 

dista Vida prò obteniri issa 

gloria eterna ki 
naresint issos apostolos 
et quoniam 

per mulliis tribulatìones 
oportet nos intrarc io 
regnum Dei adcollirillos 
ipsos martirios prò amore 
de deu et prò triumpho de 
ipsa nostra santa religion 
confundirillos sos barbar os 
kissu elicili nos hat 
a dar! auxiliurn. Si no 
li:i:/.s ecc/esiasunde adorari 
assu santo daessos santos 
ipsu coro vestru Iiat cssiri 
allori jaki ipsu Saraceni] 
sacrilegi! omne istrumesit 
in ipsa lercia dominila de 
icustu mense abbo a beniri 
prò consolari vos cum 
ipsa presen tia de ateros 
duos piscobos Gonna. 
faiisan. et Mariani! 
iorrit. prò ordinari a 
philippesu callarìt. 
("rade meu prò issa 
gloriosa morte de felix 
prò issos Saracenos 
in ipsa guerra dessos 
Sardos inhue moresint 
MD Saracenos et LXXX 
Sardos in una nocte .... 

ad ipsas 

secretas spcluncas 

judice 

ipsoro in eussa die 

prò tantu preparade .... 



Latino 



scriptum 

pericula nec persecutiones: 
propterea quod est 

necessai'ium , ut patiatur in 
hac vita pr<> obtinenda 
gloria aeterna : quìa 
ilixerunt Apostoli , 
et quoniam 

per multas tribulatìones 
oportet nos intrarc in 
regnum Deii colligite illa 
mail \ ria prò amore 
Dei , et prò triumpho 
nostrae sanctae reli^ionis: 
confondile illos barbaros, 
quia coelura nobis dabit 
auxiliurn. Si non habetis 
ecclcsias, ubi adorare 
sanctum sanctorum , 
ror vestrum crit 
altare, ex quo Saracenus 
sacrilegus omne destruxit. 
In ter ti a dominica 
hujus mensis veniara 
ut consoler vos , cum 
praesentia aliorura duorum 
episcoporum , Gunnarii 
fausaniensis, et Mariani 
lurritani , ad ordinandum 
Pliilippesum calaritanum 
fratrem meum, propter 
gloriosam mortem l'elicis 
per Saracenos 
n bello 

Sardorum, ubi mortui sunt 
MD Saraceni, et LXXX 
Sardi in una nocle 

ad 

secretas speluncas 

, . . . judice 

ipsorum: in illa die 
ideirco preparate 



Dialetto togui/oresc 

iscriptu sos 

perigulos ncn perseeutiones: 

imo qui est 

necessariu, qui si patat in 

costa vida prò obtennere sa 

gloria eterna : qui 
naresint sos Apostolos, 
et nutii>t<t m 

per multa» trìbulationes 

Oportet nos indurr in 

i egnum Dei .- accoglìdelos 
sos martirios prò amore de 
Deu , et prò triumpbu de 
sa nostra santa religione : 
cmil'undidelos sos barbaros, 
qui su cbelu nos bat 
a dare auxiliu. Si non 
Dazia ecclesias, uè adorare 
su santu de sos santos, 
su coro bostru bat essere 
altare, ja qui su Saracinu 
sacrilegi! totu destruesit. 
In sa terza dominiga de 
custu mese li a pò a benner 
prò bos consolare, cum 
sa prescntia de ateros duos 
piscamos , Gunnariu 
fausaniesu t et Mariana 
inni!. ,iiu prò ordinare a 
Philippesu kalaritanu 
frade meu, prò sa 
gloriosa morte de Felix 
per mesu de sos Saracinos, 
in sa glierra de sos 
Sardos, inue morzesint 
MD Saracinos, et LXXX 
Sardos in una nocte ... • 

ad sas 

secretas ispeluncas 

; ; juigbe 

ipsoro: in cussa die 

prò tantu preparade .... 



Dialetto cagliaritano 

iscritta is 

perigulus ne pergecuzionis: 

poìtS est 

necessariu . chi si patat n 
insti vida pò i-itenuiri sa 
gloria eterna : chi 
danti nau is Apostolus, 
- 1 quoniam 

per multai fribu/aliones 
Oportet nos intrarc in 
< > iftm in I hi arrieeiddus 
is marti rius pò amori de 
Deus, e pò triunlu de 
sa nostra santa religioni: 
confundeiddus is barbarità, 

chi su celti nos bai 

i donai aggiudu. Si no 
leneis cresi as, aundi adorai 
su santu de is santus , 
su coni bostu bat essiri 
altari, giacili su Saraceni! 
sacrilegi! totu bat destruiu. 
In su terzu dominigli de 
custu mesi bapu a beniri 
pò osi consolai , con 
sa presenzia de alcrus duus 
obispus, Gunnariu 
lausaniesu , e Mariani! 
limitami _, pn ordinai a 
Filippesu caloritanu 
(radi miu , pò sa 
gloriosa morti de Felis 
pò mesu deis Saracenus 
in sa gberra de is 
Sardus, aundi l'unti mortus 
MD Saracenus, e LXXX 
Sardus in una notti .... 



secretas grullas . 



nsoru : in cussa di 
pò tantu preparai . 



S IU S' 



Italiano 

scritto ....'% 

pericoli né le persecuzioni: 

peri de - 

necessario, ehc "-i patisca in 
questa sita per ottenere 1» 
gloria eterna: cbé 
dissero ^li Apostoli . 
et guontam 

per militai tribulationc* 
oportet not mtrare in 
regnum Deii coglieteli 
i martiri per amore di 
Dio, e per trionfo della 
nostra santa religione : 
confondeteli i barbari , 
die il cielo ci darà 
ajnto. Se non 
avete chiese, dove adorare 
il santo dei santi , 
il cuore vostro sarà 
altare, giacche il Saraceno 
sacrilego tutto distrusse. 
.Nella ter/a domenica di 
questo mese verrò 
per consolarvi, con 
la presenza di altri due 
vescovi , Gonnario 
fausaniese, e Mariano 
turritano , per ordinare 
Fìlippeso cagliaritano 
fratello mio , per la 
gloriosa morte di Felice 
per i Saraceni, 
nella guerra dei 
Sardi , dove morirono 
MD Saraceni, e LXXX 

Sardi in una nolte 

alle 

scerete spelonche 

giudice 

loro : in quel giorno 

per tanto preparale .... 



dae nocte prò qui perunu 

Saracenu 

du 

omne 

amore et ebari/afe 



in nocte ut nullus 
Saracenus 



de nocle prò qui perunu 
Saracinu 



de notti pò chi nisciunu 
Saracenu 



li notte perche veiun 
Saraceno 



amore et cbarilate 



amore et ebaridade 



amori e caridadi 



amore e carila 



remissione dae 

ipos peccados 

sclembris 

Domini 

DCCXXXX 



remissione 

peccatorum 

. . . septembris 

Domini 

DCCXXXX 



remissione de remissioni de 

sos peccados is peccaus. 

.... cabidann' 



remissione dei 



de su Segnore 



DCCXXXX . 



settembre . . . . 
de su Signori, 



peccati. 



DCCXXXX 



settembre .... 
del Signore 



Ì65 

Il primo dei soprascritti confronti conduce a dimostrare, che i Sardi del se- 
colo Vili parlavano una lingua, che in grandissima parte trovi consimile al 
latino , se la purifichi delle alterazioni provenienti dalla pronuncia e dal 
mutabile uso volgare, cui, a tacere d'altre accidentale differenze che non 
cambiano la sostanza dell' idioma, debbono attribuirsi le elisioni delle lettere 
finali, l'aumento o troncamento di lettere interne nelle voci, e l'introduzione 
degli articoli e dei segnacasi. Altaiche in quella lingua sardesca del secolo Vili 
mi pare di vedere il latino rustico che in Sardegna, lungo la dominazione ro- 
mana , si era coli' andare degli anni formato, e tanto più si era allontanato 
dall' illustre idioma, quanto più questo slesso aveva degenerato, ed andavano 
discostandosi i tempi di quella dominazione. Che se i vescovi sardi adopera- 
vano questa lingua volgare negli atti del loro ministero,, il facevano col santo 
scopo di farsi più facilmente intendere dai loro diocesani, imitando così i loro 
colleghi di oltremare , che nel proprio dialetto parlavano pure e scrivevano. 
Si ponga mente a questo proposito all' ordinamento del concilio di Tursi, ce- 
lebrato nell'812, perchè i vescovi dichiarassero le loro omelie nella lingua ro- 
mana rustica o nell'alemanna, che in quel secolo oscurissimo si avevano di- 
viso 1* impero dell' Europa. 

Col confronto poi dei due dialetti logudorese e cagliaritano, ora parlati, vie- 
meglio si conosce che, come quella degli avi nostri, così una sola è la lingua 
che suona oggidì sulla patria terra, tranne quei pochi luoghi che usano un 
idioma che non è nativo della Sardegna. Ed in vero, se da quel frammento to- 
gli le alterazioni nate dalla diversità delle pronuncie, vedi in esso il linguag- 
gio ora fiorente, avvegnaché tanti secoli siano corsi dall' Vili al XIX. Non si 
debbe però tacere , che, laddove i confronti si estendessero alla intera favella, 
sarebbe dato di vedere come, meglio nel Logudoro che nelle parti meridio- 
nali, quella si conservò nella sua indole primitiva, e ritenne le native sem- 
bianze dell' idioma latino. Della quale differenza cagione furono le condizioni 
locali. Se le parti montagnose e del centro dell' isola conservarono più puro 
il deposito della lingua e delle costumanze degli avi loro, il dovettero al poco 
commercio colle altre regioni, ed al quasi nessuno cogli stranieri in quei tempi 
antichi, nei quali, per mancanza di pubbliche vie e di ponti, erano quasi se- 
gregate dal rimanente dell' isola. La parte meridionale, all' opposto , ed in 
ispecie la città capitale, seggio primario degli stranieri, perchè fu in fre- 
quente contatto con costoro, ritrasse alcun poco dalla lingua che parlavano. 
Donde naquero le voci dei popoli di Spagna, serbate nel patrio idioma, e 1' ac- 
comodamento di alcuni modi antichi alle desinenze di quegli stranieri linguaggi. 
Ma non si deve tant' oltre trascorrere, da negare affatto al meridionale dia- 
letto l'armonia, la copia, la pieghevolezza, la forza, e quella certa soavità 
che procede dallo scambiamento delle aspre consonanti colle fluide vocali. Ne 
basti il meditare i bellissimi versi nel dialetto stesso di Efisio Luigi Pintor, i 
quali, se mai sempre saranno una delle migliori gemme del Parnaso sardo, 
serviranno anche a chiarire, come quel dialetto pure è suscettivo di nobile poe- 
sia, quando è maneggiato da uomini d'ingegno (i). Il confronto infine colla 
lingua italiana serve a dimostrare tanto la manifesta fratellanza tra questa e 
la sardesca, quanto la loro origine comune dal romano volgare, ossia latino 

(Ij V. Canti popolari. Cagliari, 1833. 



166 

rustico , che sopravvisse all'illustre, e pigliò diverse fogge dalla indole delle 
nazioni, e dai dialetti delle varie provincie. Perlocchè, quel frammento d'ora 
innanzi terrà il primo seggio per vetustà ed importanza fra le antiche carte 
sardesche, che in tempi recenti il Perticari rammentava a coloro, che sulle di 
lui tracce volessero continuare i riscontri per esso incominciali, ad oggetto di 
confermare viemeglio la sopraddetta origine dell' idioma italico (i ). Le quali molto 
prima de! Perticari celehrato aveva il Muratori, col fine di far conoscere non 
solo che la lingua sarda serbato aveva le latine impronte, e si avvicinava assai alla 
italiana, ma ancora che V uso fatto dai Sardi della lingua vernacola negli atti pub- 
blici infìno dal secolo XII, aveva conferito a radicarsi Io stesso uso nelle terre 
italiane a riguardo del loro universale volgare idioma (2). Ad un tempo parve 
probabile a questo scrittore, che, anche prima del secolo XII, tale usanza 
fosse invalsa in Sardegna: e male non si appose, se veggiamo che i vescovi in- 
fiuo dal secolo Vili scrivevano ai loro diocesani in lingua nazionale. 

Questa Pergamena ci ha conservato altri due monumenti della lingua stessa 
nei due bandi di Terranova, uno dell' inclinare del secolo XI, ai tempi del 
giudice gallurese Saltaro, e 1' altro del 1 1 i3, sotto Otloccorre, che a Sallaro suc- 
cedette nel giudicato (3). Se il primo ha quello speciale interesse che procede dal- 
l' essere 1' unica carta sardesca del secolo XI, che si conosca non soggetta a dub- 
bietà, ameudue per altro servono a concludere che a Terranova, residenza di quei 
giudici e città primaria della Gallura, si parlava aquei tempisenza alcuna alterazione 
lo stesso idioma del secolo Vili, quantunque nel lungo intervallo di tempo vi 
fossero corsi tre secoli e mezzo circa. Non è però dato di argomentarne che 
nellecartepubbliche galluresi si adoperasse quell' idioma; giacche vi osta il vedersi 
vergate in latino le carte di Saltaro e di Ottoccorre, ad eccezione di quei due 
bandi, i quali dovevano assolutamente farsi in quel linguaggio che accomodato 
era alla massa della popolazione alla quale si faceva. 

Rimangono i nobili documenti di lingua patria, che si veggono nelle traman- 
dateci poesie del Falliti. Ma questi, nel rispetto filologico, sono di assai mi- 
nore interesse dei primi, dopoché, dello stesso secolo XIV, abbiamo sott' oc- 
chio la Carta de logu di Eleonora d' Arborea, dettata nell'idioma medesimo. 
Che se havvi novità, è dato di vederla, come sopra ho scritto (4), nello splen- 
dido decoro che il poeta impresse ad un dialetto che non cos'i nobile traluce 
da quella Carla. 

La vera primitiva lingua nazionale deve dunque riscontrarsi nei due dialetti 
logudorese e meridionale. Gli altri modi di parlare usati in varj punti del- 
l' isola , non sono originai)'. Gli Algheresi parlano 1' idioma dei Catalani donde 
procedono; come gì' isolani di S. Pietro, quello dei Tabarchini (che è un ge- 
novese trasformato ), nel secolo scorso chiamativi a popolare quell' isola; e 
gli abitatori delle isole prossime alla Gallura , il corso mescolato di gallurese 



^l) Perticari, Dell' amor patrio di Dante e del suo libro intorno il volgare eloquio. Voi. 
II, pari. II, pag. 101, della Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della. 
Crusca, di Vincenzo Monti. Milano I8I7-I824. 

(2j Muratori, Antiq. ital. medii aevi. Dissert. XXXII. 

(3) Il cav. Tola produsse un nuovo e prezioso documento in idioma sardo del secolo XII. V. 
Diz. Biograf., tom. 3, pag, 228, not. I. 

(4) V. Illustrazioni , part. II, art. 1. 



Ì6 7 

e di genovese. E lo stesso dialetto chiamato gallurese, e quello che si usa in 
Sassari e nelle sue vicinanze, sono manifestamente sopraggiunti_, e separati dal- 
la lingua propria nazionale. Nel fondo sono gli stessi; e traggono origine dalla 
Corsica, attalchè, come scrivevano 1' Angius e Io Spano, in Sartene , città di 
quell'isola, non parrebbe straniero un Gallurese (i). E qui termino, onde a 
me non si apponga la nota di aver voluto ricalcare le orme stesse di coloro 
che non molto senno e pari dottrina intesero di proposito al ripulimento , alla 
storia ed al discoprimento delle origini della lingua nostra nazionale (2). 

1,1) Angius, Dizion. geogr.-stor.-stat.-comm. degli Stati Sardi, art. Gallura, tom. 7, pag. 141. 
— Spano, Orlogr. sarda , part. I, pag. XIII, nelle note. 

2) Non mai verranno obbliati i lavori filologici dei nostri connazionali Madao e Porru, 
defunti , e del vivente canonico Spano , da cui si attende con ansietà il vocabolario logudo- 
rese-italiano. 



INDICE 



Introduzione • 

Testo della Pergamena nel recto 

Prima lettera del Falliti 

Frammenti delle carte di Saltaro 

Frammenti delle carte dì Ottoccorrc 

Seconda lettera del Falliti 

Terza lettera del Falliti 

Poesie sarde del Falliti, colla traduzione a fronte 
Testo della Pergamena nel verso . .... 

Canzone italiana del Carati 

Frammento sulle decime e primizie 

Illustrazioni 

Parte I (storica), sez. i , art. r. Prime invasioni 
dei Saraceni e condizioni religiose dell'isola a 
quei tempi 

Art. 1. Crociate, e pellegrinaggi 

Art. 3. Cristiani della Siria in Oristano .... 

Art 4- Aggiunte ed illustrazioni al Prospetto delle 
chiese arcivescovili e vescovili sì esistenti che sop- 
presse , e dei loro rispettivi prelati , unito alla 
Storia Ecclesiastica di Sardegna , toni. 3 nelle 
appendici 

1. Giudicati sardi 

2. Giudicato gallurese 

3. Giudicato turrilano 

4- Giudicato d' Arborea 

5. Giudicato cagliaritano 



Pag. 



Pai 



5. 

27. 



Sez. 2. art. 



Aggiunte e illustrazioni all'elenco del 
Manno [toni. 3 , pag. 33 1 ) dei supremi governa- 
tori della Sardegna dopo la conquista aragonese. 

Parte II (poetica), art. 1. Torbeno Falliti, poeta 

sardo 

Art. 2. Francesco Carati , poeta italiano . 

Parte III (filologica ) 



27. 
3i 

42. 
49- 

D2. 

56. 
'88. 



107. 
111. 
n3. 



n5 
118 
124 
i36 

140 

'47 



«49- 

i5o. 
i55. 
160. 



87. 



107. 



Mentre si dà in dono ai sigg. associati un foglio di stampa oltre i venti promessi nel programma, manca lo 
spazio per l'elenco degli associati medesimi: se non che è dovere di accennare che S. S. R. M si degnò di con- 
cedere il suo consenso J onde il suo augusto nome comparisse in capo all'elenco suddetto. 



UNIVERSA OF lUJNOfc-UfiBANA 



3 0112 102182323 







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